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Isole che parlano 2026
Trent’anni portati bene
29 Settembre 2026

Abbiamo iniziato a bazzicare Isole che parlano nel settembre 2020. Non eravamo più sotto lockdown e si facevano i primi timidi tentativi di riapertura, ma erano in vigore ancora molte misure di contenimento: mascherine, distanziamento, assembramenti, controlli sui rientri dall’estero e limitazioni ai grandi eventi. Do you remember? In questo clima non esattamente disteso, l’Associazione Sarditudine aveva coraggiosamente scelto di non interrompere il festival e Isole era stato così uno dei pochissimi festival a non essersi mai fermati, e già questo rendeva, in parte, la determinazione delle persone che lo mandano tuttora avanti. In quella edizione di sette anni fa le prenotazioni agli eventi erano obbligatorie e l’accesso era contingentato; la partecipazione ne aveva risentito parecchio e c’è voluto qualche anno prima che tornasse a essere quella di un tempo. In quest’ultimo lustro abbiamo visto il pubblico crescere di anno in anno e per il trentennale della manifestazione ha raggiunto numeri che ancora non avevamo visto e che forse gli organizzatori stessi non si aspettavano, segno che tante persone hanno deciso di tornare per festeggiare l’anniversario e che altrettante hanno pensato bene di venire a conoscerlo in quella che probabilmente è stata l’edizione migliore degli ultimi anni. Un bel regalo per i ragazzi e le ragazze di Sarditudine, che ogni anno, già all’indomani della chiusura del festival, tribolano per mesi con tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nelle attività legate ai festival, dalle amministrazioni comunali, fino ai condomini che da quelle parti sono titolari di gran parte dei terreni che si affacciano sulla costa e ai quali si deve sempre rendere grazie quando concedono gli spazi per accedere alle location scelte dal festival. Mesi di sforzi e sacrifici perché il festival possa continuare a farsi, che trovano però la loro ragione di esistere nei dieci giorni del festival. 

Isole di granito – credits Stefania Desotgiu

La successione degli eventi che si sono svolti nel weekend conclusivo, oltre che riportare una doverosa cronaca dei nomi e delle location, aiuta a delineare un quadro generale di quello che Isole che parlano è diventata in questi ultimi trent’anni. La prima edizione del festival, nel lontanissimo 1996, prevedeva la presentazione di Dove dormono gli autobus, disco d’esordio di Paolo, l’esibizione del duoTornando, uno spettacolo teatrale e due mostre fotografiche curate da Nanni. Poca roba, con tutto il rispetto, in confronto alla dieci giorni che vede impegnata l’Associazione da qualche anno a questa parte. Che quest’anno è iniziata con le anteprime del weekend del 5 e 6 settembre ad Arzachena e Luogosanto, con le esibizioni di Stranded Horse & Boubacar Cissokho, Sos Cantores de Cuglieri e i Campanari di Locusantu, giusto per anticipare la linea. Poi c’è stata la tre giorni dedicata ai laboratori per bambini, sezione speciale del festival diretta da Alessandra Angeli, sorella di Nanni e Paolo, anche lei sempre in prima linea a tirare le fila. Giovedì si è dato l’abbrivio al weekend musicale con il consueto set sulle rocce di Punta Tegge, sull’isola de La Maddalena, quest’anno tenuto dai siciliani Nuhara, una delle tante sorprese di questa edizione.

Raphael Rogiński e Iztok Koren – credits Stefania Desotgiu

Venerdì il festival è entrato nel vivo, soprattutto per chi arriva dal profondo sud, anche perché arrivare a Palau non è una passeggiata e le quasi quattro ore di viaggio, tappe sindacali comprese, vanno fatte. Entrare nel vivo a Isole significa anche intensificare i ritmi e la frequenza degli eventi. Infatti Il carrozzone si attiva dalla mattina: Raphael Rogiński in solo si è esibito con la sua chitarra in tarda mattinata nella Pineta di Palau Vecchio, mentre in serata ha inaugurato la Risacca al faraglione in duo con Iztok Koren al banjo, al guembri (strumento tradizionale a corda pizzicata tipico del Nord Africa), alla kalimba, le cui lunghe parti strumentali hanno diffuso nell’aria vapori di post rock e psichedelia. In serata ci si è spostati al faro, main stage del festival, dove si è esibita Ana Lua Caiano, cantante, polistrumentista e produttrice portoghese che con sola voce ed elettroniche varie è riuscita a evocare tanto Bjork quanto Florence Shaw dei Dry Cleaning. A seguire – e a movimentare la serata – ci hanno pensato I Los Sara Fontan, progetto di art folk, forse, e mattane varie della violinista catalana in duo con il batterista Edi Pou, vecchia e graditissima conoscenza del festival, esibitosi lo scorso anno con gli ZA!, un altro duo stampato sicuramente nella memoria del pubblico. La serata si è conclusa nella vicina, e funzionale, terrazza del bar Il Faro, dove Jimmy Jaguar, uno dei rarissimi link con la scena alternativa del cagliaritano, ha selezionato i dischi e fatto ballare i numerosi reduci.

Ana Lua Caiano – Credits Stefania Desotgiu

Sabato mattina si è ripreso con un copione ormai collaudato, che in effetti non trova ragioni per essere rivisto. A metà mattina un pubblico più folto del solito si è riversato nel terreno che circonda la chiesa campestre di San Giorgio, teatro ogni anno di un talk nel quale Paolo Angeli intervista un musicista che si è distinto per aver ribaltato l’uso di uno strumento storicamente legato alla tradizione e essere riuscito a tirarne fuori qualcos’altro. Quest’anno è stato il turno di Pierpaolo Vacca, organettista di Ovodda che spopola ormai da qualche anno, prima conquistando la fiducia di Paolo fresu (che se l’è portato in tour con Daniele Di Bonaventura) poi lasciando a bocca aperta chiunque avesse fino ad allora associato lo strumento ai balli di piazza. Bella la chiacchierata con Paolo, dalla quale è emersa tutta la genuina passione per la musica di entrambi – molto più affini in questo di quanto possa emergere dalle rispettive produzioni –, e altrettanto notevole anche la performance che ne è seguita e che ha strappato applausi a scena aperta. Il copione ha poi seguito il suo corso, portando il pubblico in pellegrinaggio alla Roccia dell’Orso, durante le cui fermate si sono esibiti il Tenore Su Connottu e ‘Onne e i quasi omologhi corsi A Canturia di Tagliu, che hanno portato dall’altra sponda delle bocche di Bonifacio la loro paghjella, un canto polifonico tradizionale a tre voci, certamente più affine alla tasgia gallurese che al tenore barbaricino, ma che ha rimarcato la vocazione del festival al dialogo tra isole, non solo geografiche. 

Pierpaolo Vacca – credits Stefania Desotgiu

La serata si è aperta nuovamente al Faro per i due set finali di quello che è il momento clou del weekend conclusivo. E le formazioni scelte lo hanno confermato. Il primo set è stato quello degli svedesi Bitoi, acronimo poco casuale di Bass Is The Original Instrument. Il progetto ruota infatti intorno alle composizioni del (fenomenale) bassista Cassius Lambert, accompagnato, si fa per dire, da tre cantanti, Alexandra Shabo e Lydia ed Ella Cronberg: un inusuale (come tutto d’altronde a Isole) e insieme potente incontro tra pop e antiche forme melodiche. Altra gradita sorpresa annunciata è stato il live del quintetto di Davide Ambrogio, ospite del festival nel 2021 sullo scranno di San Giorgio, dove quest’anno si è accomodato Pierpaolo Vacca. Questa volta si è presentato però con una formazione allargata, con synth, tamburi e percussioni varie suonate da altrettanto vari musicisti del sud Italia (Puglia, Calabria, Sicilia) per eseguire il suo ultimo lavoro, Mater Nullius, una roba in cui i linguaggi sonori della Settimana Santa prendono tangenti DnB, jungle e breakcore.

Bitoi – credits Stefania Desotgiu

Il copione non ha ceduto e domenica ha riportato tutti alle tenute Filigheddu, dove si sono esibiti ancora una volta i soliti bravi Freak Motel. Oggi, in Sardegna, trovare formazioni che portino avanti e bene progetti originali riconducibili al jazz contemporaneo, è diventata un’odissea. I Freak Motel onorano con stoicismo questo compito suonando ovunque richiedano un minimo di qualità made in Sardinia. E anche a Palau, hanno portato a casa il risultato a mani basse e con un’ottima performance. Nel pomeriggio poi tutti in fila per salire sui due traghetti che hanno fatto la spola con l’isola di Spargi, location scelta ogni anno per il set più intimista del festival. Qui ad attendere il pubblico c’era una schiera di yacht, gommoni e catamarani mai vista prima, che ha occupato tutto l’orizzonte di fronte a Cala Corsara, rovinando, parzialmente ma irrimediabilmente, le quinte che al tramonto avrebbero dovuto fare da sfondo all’esibizione del duo catalano Tarta Relena. Nonostante l’orizzonte compromesso, Marta Torrella e Helena Ros hanno eseguito a cappella brani tradizionali e rivisitazioni pop di pezzi contemporanei, abbracciando un’ampia gamma di stili vocali, con un sano altalenare tra sacro e profano e il Mediterraneo, con le sue isole e i suoi via vai di genti, sempre al centro. Pubblico basito e tutti nuovamente a Palau per il rito del saluto al mare, questa volta onorato da una parte dei Nuara e dai non pochi coraggiosi che hanno scelto di benedire il commiato all’edizione appena conclusa e il buon auspicio per quella del prossimo anno.

Freak Motel – credits Stefania Desotgiu

In trent’anni Isole che parlano ha rimescolato le carte tante volte e i propositi iniziali hanno sempre dovuto tenere testa in lungimiranza alle esibizioni live, in un’alternanza che ha di volta in volta rigenerato il festival, offrendo tanto al pubblico quanto agli organizzatori nuove prospettive. Quello che si può provare a fare dall’esterno però è provare a descrivere quello che è diventato oggi, un festival che prova a proporre a un pubblico ristretto – ma in progressiva espansione – un campionario ben rappresentativo di visioni musicali che escono dalle rispettive zone di comfort per portare nella contemporaneità registri, strumenti, usi e abitudini che arrivano dal passato. Oggi la gran parte dei musicisti e dei progetti che si esibiscono a Isole provengono da background che possono definirsi “tradizionali”, ma, sulla base di quelle fondamenta, hanno saputo costruire proposte musicali che hanno ben più di una ragione d’essere nel presente e possono non temere il confronto con proposte, solo apparentemente, più attuali. Non limitandosi solo a questo, mostrano anche che linguaggi arcaici possono sempre godere ampi margini di cambiamento, di evoluzione e quindi di sopravvivenza. Che sono materia fruibile e dinamica, quindi viva. Svelano come gli strumenti utilizzati non per forza devono essere chitarra, batteria o synth e che la lingua cantata non deva necessariamente essere l’inglese o l’italiano. Perché, come osservò David Crystal, «una lingua muore quando non la parla più nessuno». E per la musica il discorso non è poi così differente. Che poi non è nemmeno fondamentale che tutto ciò accada, che musiche del passato sappiano adattarsi e sopravvivere nell’attualità, ma è importante che la possibilità che avvenga sia resa in qualche modo tangibile, udibile e finisca su palchi e dischi. Un caso su tutti, ma solo perché ne conosciamo meglio di altri la genesi, è quello di Pierpaolo Vacca, il cui avvento – al pari di quelli di Marcello Melis, Enzo Favata, Zoe Pia, i Kenze Neke o lo stesso Paolo Angeli – rappresenta una delle più recenti pietre miliari di questo percorso, specie in un tessuto culturale come quello isolano, fortemente arroccato a difendere le proprie tradizioni da lasciarle andare solo a fatica e in casi più unici che rari.

Davide Ambrogio- Credits Stefania Desotgiu

A bocce ferme abbiamo scambiato due parole con Nanni e Paolo, che alla fine si sono rivelate molto più profonde di qualche semplice impressione a caldo sul festival e su come questi sia cambiato nei suoi trent’anni di storia anche rispetto ai propositi iniziali. Ragion per cui abbiamo deciso di riversarle in un’intervista che uscirà prossimamente. Nel tirare le somme entrambi hanno tenuto a riconoscere al festival un importante valore sociale e comunitario, anche perché il contesto in cui è nato – la Palau degli anni novanta, molto più prolifica e in fermento come tanti altri centri periferici – era molto diverso da quello attuale e ne ha certamente segnato la genesi. «In questi trent’anni, abbiamo cambiato tutto e non abbiamo cambiato niente», racconta Paolo..«Anche perché grazie ai laboratori portati avanti da Alessandra, uno dei fiori all’occhiello di Isole, c’è stato un continuo interfacciarsi con il locale, portando contemporaneamente il festival al confronto con la sua dimensione globale, riflettendo sulle immagini esposte nelle mostre, restituendo quelle riflessioni negli incontri guidati da Nanni con le scuole, quando il festival spegne i riflettori e assume nuovamente una funzione sociale estremamente importante». Gli fa eco Nanni. «Crediamo nel valore di questo presidio culturale (e multiculturale), composto da comunità eterogenee che si riuniscono per la durata del festival e condividono, ognuna con il proprio ruolo – artisti, staff, pubblico, organizzatori e comunità locale –, oltre che rispettosamente e con grande attenzione, la gioia di condividere pratiche artistiche, didattiche, sguardi e ascolti inusuali». E considerate tutte le difficoltà con cui Isole porta avanti questo discorso – non ultime quelle di farlo in un paese quasi totalmente votato all’accoglienza turistica e generalmente oggi molto meno incline di un tempo a sperimentazioni culturali di questo stampo – il lavoro dell’Associazione Sarditudine e del team che la sostiene, costituito in larga parte da palaesi, merita ancora una volta un encomio e la speranza che possa ancora perseverare a lungo nel tempo.

Tenore Su Connottu e ‘Onne – credits Stefania Desotgiu