

Con il passare degli anni, per chi, in qualsiasi veste, torna a Isole che parlano – spettatore, fotografo, volontario, musicista, affezionato –, la familiarità dei luoghi, dei volti e dei ritmi conferisce al festival, in maniera sempre più netta, la forma di una liturgia, rigorosamente profana, magnificamente umana. I laboratori con i bambini curati da Alessandra, la mostra fotografica al Cine-teatro Montiggia, pallino di Nanni, i concerti al faro di Punta Palau illuminato, la matinée alla chiesa di San Giorgio con le “lezioni” mediate da Paolo, la processione in scalata sulla Roccia dell’Orso, con le sue stazioni celebrate dai canti polifonici, la navigata verso l’Isola di Spargi, il saluto al mare nella Spiaggia di Palau Vecchio: tutto si ripete ogni anno come quello precedente, stessi giorni, stessi orari, tutto diventa un appuntamento e ogni appuntamento si fa rito.
Si può vedere tuttavia Isole come un festival che, pur rimanendo fedele ai propri punti fermi, riesce sempre a cambiare foggia. E questo perché, in tutte le scelte che ne determinano gli appuntamenti, pone la diversità sopra tante altri aspetti. Anzi, le diversità: culturali, musicali, geografiche, degli ospiti, dei progetti e delle proposte. Farah Fersi, giovanissima suonatrice tunisina di kanun (una cetra tipica del mondo arabo), sposando inconsapevolmente lo spirito del festival, durante l’incontro che la vedeva protagonista a San Giorgio, ha esordito dicendo «La mia musica celebra la diversità». Un termine, celebrazione, buttato lì forse ingenuamente, ma non troppo a caso, visto l’ambito «liturgico», che certifica l’approccio al tutto, che, nel caso di Isole, prende le distanze anche dall’esaltazione, a cui spesso la diversità è sottoposta con fin troppa facilità, in favore di una più solenne normalizzazione.
Nanni Angeli, co-direttore artistico insieme al fratello Paolo, non nasconde l’entusiasmo per l’ennesima riuscita del festival, che quest’anno sembra aver raccolto anche qualche risultato in più rispetto alle edizioni passate. «Siamo molto contenti per la riuscita del festival di quest’anno. Il pubblico è leggermente aumentato e inoltre, data l’eterogeneità del programma, oltre allo zoccolo duro di provenienza, regionale, nazionale ed internazionale, siamo riusciti a intercettare un pubblico non fidelizzato, dal quale abbiamo avuto ulteriori positivi riscontri». Eterogeneità che è risultata carta vincente anche nella scelta dei progetti musicali. «Stessa cosa è avvenuta per tanti degli artisti ospiti, che pur arrivando da aree geografiche e di “genere” distanti tra loro, si sono dimostrati curiosi verso le altre proposte, lasciandoci attestati di stima importanti per il nostro lavoro. Diciamo che la rotta che ci siamo dati, e che continuiamo a rispettare, sta pagando positivamente sotto tutti i punti di vista». Anche riguardo la logistica sono stati apportati piccoli cambiamenti che non hanno snaturato la ricorsività degli appuntamenti e la loro dimensione a misura d’uomo. «Quest’anno abbiamo sperimentato una giornata a chilometro zero, con i concerti giornalieri sul mare, facilmente raggiungibili a piedi dal paese e distanti tra loro poche centinaia di metri. Pur avendo abbandonato alcuni luoghi storici per il festival la risposta è stata eccezionale».
Il momento in cui l’eccezionalità di questa risposta si è palesata, è stato durante il weekend. Ogni giornata, come da consuetudine, ha avuto i suoi momenti di bonaccia e i suoi momenti topici, come se in qualche modo gli uni fossero funzionali alla riuscita degli altri e viceversa, spesso in un gioco di anticipazione e sorpresa che tanto piace al pubblico. Sia nelle anteprime, che con gli anni stanno diventando sempre più importanti (quest’anno con il progetto Descansate niño di Giacomo Ancillotto, vecchia conoscenza del festival, e l’esibizione della contrabassista messicana Fuensanta), sia nelle ultime serate del festival vero e proprio. Così venerdì, all’esibizione più musicalmente “morigerata” di Matteo Carta, aka King Shepherd and the Lost Sheep al faro di Punta Palau, ha fatto seguito quella decisamente più esplosiva del quartetto di Korhan Foutachi, sassofonista turco che per l’occasione si è fatto sostenere dai conterranei Barış Ertürk al sax baritono, Esat Ekincioglu al contrabbasso e Erdem Göymen alla batteria: un rincorrersi di improvvisazioni free e di strazianti momenti di dialogo improvvisato tra i due sax, durante i quali le melodie anatoliche si sono impregnate di psichedelia e lirismo. «Il Quartetto di Futachi – ha commentato Paolo a caldo – digerisce le lezioni del free jazz degli anni 60 e lo porta sui territori della tradizione della musica anatolica con una libertà ‘estrema che fa perdere di vista proprio la divisione fra quella che è l’eredità delle avanguardie storiche e quello che invece è il nuovo respiro dell’avanguardia mediterranea».
Come anche la sera successiva, quando il duo polacco costituito da Maniucha Bikont alla voce e Ksawery Wójciński al contrabbasso, ha anticipato l’esibizione degli Za!, anch’essi già noti al pubblico sardo grazie ai ragazzi di Here I Stay, questa volta accompagnati dal cantaor Perrate, all’anagrafe Tomas Fernandez Soto, ultimo discendente di una dinastia gipsy che ha segnato il cante flamenco. Per chi conosce la formazione spagnola, un’accoppiata non esattamente scontata, ma che sul palco di sabbia del faro ha regalato al pubblico uno dei set più incredibili, dove techno, dada, elettronica, punk e flamenco hanno fatto amabilmente a pugni, tra preghiere blasfeme (ancora), sfuriate percussive e un Perrate in gran spolvero che si è barcamenato tra canti strazianti e show al drum pad, al quale ha sfoderato virtuosismi impensabili. «Quella che sta arrivando dalla penisola iberica è un’altra visione ancora, dove c’è un grande utilizzo dell’elettronica per trasfigurare i linguaggi e portarli sui sentieri del post-drum&bass e del post-punk», racconta Paolo. «Perrate continua a eseguire le linee melodiche del flamenco più puro e ortodosso, portandolo però nei sentieri delle controculture».
Altro momento altissimo del festival è stata la mattinata alla chiesa di San Giorgio, dove il pubblico ha assistito alla consueta parentesi didattica e divulgativa che ha visto protagonista il kanun di Farah Fersi, la quale, in dialogo con Paolo, ha mostrato, argomentando e suonando di volta in volta, tutte le innumerevoli sfumature tonali offerte dallo strumento, con una disinvoltura rara per una venticinquenne e di cui ha dato prova a Cala Corsara il giorno seguente.
Ma è stata la successiva esibizione del progetto Arrepìcus a strappare uno degli applausi più forti, lunghi e sentiti del fine settimana. Il progetto nasce qualche anno fa per iniziativa di Francesco Morittu, esperto e talentuoso chitarrista del basso campidano: con intuizione e coraggio ha messo insieme una formazione che, in forte rottura con la tradizione, combina jazz, canto a cuncordu e ballo campidanese e, non pago, ha inserito nel coro, tipicamente maschile, anche le voci femminili di Giulia Pisu e Irene Coni. Un’idea, quella del canto polifonico che travalica le differenze di genere, battuta proprio in questi ultimi anni dall’Associazione MuSE dell’Università di Cagliari, in seno alla quale hanno preso piede laboratori e cori ibridi. Ma Arrepìcus è andato ancora oltre: nella formazione sono presenti anche il contrabassista Stefano Colombelli e il percussionista Carlo Pusceddu, che durante il set, sono passati dagli strumenti al cuncordu con le due cantanti. Il live è diventato così una anomala alternanza di pezzi per chitarra e canto a quattro voci, brani strumentali in trio e accompagnati dalle sole voci femminili. Un progetto articolato forse ancora da focalizzare, ma che con grazia e oculatezza, offre qualcosa di davvero inedito per il panorama sperimentale isolano: la chitarra cita il ballo in punta di dita, lasciandolo sullo sfondo senza mai farlo scomparire del tutto, le voci femminili danno al cuncordu nuove timbriche e gamme tonali, gli spunti jazzistici della sezione ritmica non scadono mai nella riproposizione standardizzata. Gli applausi alla fine hanno certificato una delle scoperte più belle del festival di questi ultimi anni. una scelta fortemente rivendicata anche dall’Angeli musicista. «Arrepicos è stato un progetto che noi abbiamo fortemente voluto e che ci ha veramente colpito tantissimo, perché cammina sui sentieri della musica colta che va da Leo Brouwer, Manuel de Falla e Béla Bartók, cioè a quella capacità di conoscere la tradizione per portarla sui sentieri della musica scritta». Paolo ha sottolineato anche come, per restare in tema, la varietà compositiva e vocale sia uno dei valori aggiunti più importanti di questo progetto: «La partenza è stata spettacolare: hanno fatto un Miserere composto da loro senza mai toccare una terza maggiore o terza minore, erano tutte quarte e quinte aperte. È assolutamente inusuale nella nostra tradizione avere due figure femminile dentro un coro a cuncordu e questo gli consente di avere un’emissione unica».
La domenica è iniziata, secondo liturgia, alle tenute Filigheddu, dove si è esibito Heavy Sound, quintetto corale composto dalla sassofonista ogliastrina Sabrina Coda, dal compagno di strumento Andrea Fusacchia, dal bassista Flavio Bertipaglia e dalla doppie percussioni di Alessandro Sponta e Francesco Pitarra. Echi afrocubani e atmosfere urban ben conciliate uniti a un tiro notevole hanno accompagnato il pubblico alle degustazioni enogastronomiche, altro pezzo forte di Isole, e incontro alla traversata verso l’isola di Spargi dove, sulla battigia di Cala Corsara, al tramonto, si è esibita Farah Fersi. «Una lezione magistrale di approccio sullo strumento – secondo Paolo – suonato in maniera ancora più orchestrale rispetto a quello che offre il concetto classico del kanun». Il concerto a Spargi travalica sempre le premesse e, per quante aspettative possa creare uno strumento, chi lo suona o come si esibisce, una volta sull’isola, con il tramonto di fianco e il mare davanti, si rimette comunque tutto in discussione. Ferah si è fatta eterea nel suo abito bianco e il vento ne ha smaterializzato ulteriormente la presenza, che si è manifestata quando ha iniziato a pizzicare le corde del kanun. Un lungo set ipnotico che rende superflue altre parole, conclusosi, tra lo stupore generale, con una inaspettatamente toccante versione di No potho reposare.
Tornati sulla terraferma è stata la volta del saluto al mare, stazione di arrivo del lungo pellegrinaggio che è Isole che parlano. Sul piccolo pontile dal quale si congeda l’edizione appena chiusa e ci si saluta con l’augurio di incontrarsi nuovamente il prossimo anno, sono saliti prima Sabrina Coda e Francesco Pitarra degli Heavy Sound, poi Nanni, Paolo e altri due cantori per il commiato definitivo.
Una menzione speciale, più che per gli anni passati, la merita la mostra della photoreporter palestinese Samar Abu Elouf (aperta fino al 12 ottobre), vincitrice del World Press Photo of the Year 2025 con questa immagine. “Gaza When Emotion Suffocate”, una produzione speciale di Isole che «è stata e continua ad essere il centro di gravità di questa edizione» come l’ha definita Nanni, racconta in maniera lancinante la devastazione israeliana a Gaza e, in particolare, le sue ripercussioni sulla condizione femminile e sui bambini. Non solo cronaca fotografica quindi, ma anche una visione intima del dramma vissuto da chi subisce la violenza perpetrata in Palestina e una rappresentazione di come sia stato – e ancora sia possibile – cancellare un passato, distruggere un presente e negare un futuro a una popolazione intera, inerme e allo stremo.
Isole che parlano è un festival che continua a garantire un’altissima qualità dell’offerta musicale e che fa della scelta dei progetti il suo più grande punto di forza nella definizione della linea artistica. Quest’anno sono arrivate richieste da parte di oltre 400 progetti musicali, tra i quali ne sono stati selezionati appena una quindicina. Una direzione ostinata che non solo viene seguita in maniera felicemente integralista dagli organizzatori, ma che sta finalmente trovando riscontro anche nelle tendenze globali, come conferma anche Paolo. «Trasfigurazione, riscrittura e incontro tra linguaggi. Questo è quello che abbiamo sempre cercato negli ultimi trent’anni e che in questo momento sta trovando spazio anche nella scena internazionale. Gran parte dei concerti di quest’anno erano in prima nazionale e questo denota l’ottimo stato di salute dei movimenti di avanguardia in questo momento e una loro particolare attenzione per queste zone di confine». Un importante passo in avanti rispetto anche a non troppi anni fa. «Quando abbiamo iniziato sostenevamo che queste fossero musiche eterodosse e che quindi non rispettassero l’ortodossia dei linguaggi. Oggi queste musiche stanno vivendo una nuova stagione, capace di generare nuove linguaggi, a partire da quelli ortodossia di partenza, e nuove zone di confine, smantellando le certezze per arrivare una vera e profonda innovazione».
«Se dovessi sintetizzare in un pensiero questa edizione, la definirei ad alta intensità emotiva – gli fa eco Nanni – con silenzi e grande capacità di ascolto, sintonizzata sul presente globale e locale. Un’iniezione di momenti positivi a rilascio immediato, ma anche con lunghi tempi di latenza, consapevole, resistente e anche felice». Alla domanda su quale pensa sia la vera forza che tiene unite le anime del festival – staff, artisti e pubblico – ha risposto: «Essere per tutti un festival “a misura”, una realtà che tende a cercare lo scambio, fondamentale per chi arriva e per chi qua vive, con un impatto antropico sostenibile e che ci consente di lavorare con quel senso di”ospitalità” che tanto caratterizza la nostra Isola».
Ecco, Isole è anche questo: la felice rappresentazione dell’incontro tra un festival e il suo pubblico, in un reciproco atto di fiducia, nel quale ognuna delle parti in causa ripone le proprie speranze nelle mani dell’altra pur non sapendo mai cosa aspettarsi davvero. Chi va a Isole lo fa spesso senza consultare il programma e chi sceglie gli artisti lo fa senza porsi il dubbio se chi poi andrà ad ascoltarli apprezzerà quelle scelte. Perché come nelle più durature e riuscite relazioni umane, ci si conosce così bene quasi da non doversi dare più troppe spiegazioni.
In copertina: Elana Sasson Quartet @ Punta Tegge – credits Francesco Conversano
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