È tutta scena! – Eugenio Caria Saffronkeira

Simone La CroceÈ tutta scena!, Interviste

Eugenio Caria, noto ai più con il moniker di Saffronkeira, al quale sono legate le sue attività come musicista e producer, parallelamente a queste porta avanti da tempo anche tanti altri progetti e iniziative: lavori teatrali, arte digitale e installazioni multimediali, uno studio di registrazione e produzione, residenze artistiche e, non ultimi, svariati festival. Tra questi, chi legge Sa Scena ha già avuto modo di conoscere progetti come NeoStoneJazz, Ruina Sonora e Cartoline Sonore, dietro i quali si cela una filosofia ben precisa, fatta di valorizzazione del territorio, attenzione all’ascolto, rispetto ambientale e fruizione lenta e consapevole. Una “nuova frontiera dell’intrattenimento” curata nei minimi dettagli e molto più attenta alla qualità che alla quantità, i cui punti cardine si possono ritrovare anche nelle sue attività di produttore e musicista e dei quali potete leggere nella lunga intervista che segue.

Ciao Eugenio. Proviamo a ricapitolare: sei musicista di lungo corso, hai uno studio di registrazione, ti occupi di produzione ma anche di arti digitali, organizzi eventi… Stiamo tralasciando qualcosa? Vuoi farci tu un resoconto?

Ciao e grazie per questa panoramica così completa. Diciamo che la sintesi che avete fatto coglie perfettamente le principali direttrici del mio lavoro. La mia identità artistica primaria è Saffronkeira, progetto musicale nato nel 2008 con il quale ho pubblicato 7 album, diversi EP e remix su diverse label internazionali. Allo stesso tempo, sono impegnato anche con “Suvitas Studio” il mio epicentro lavorativo e creativo: non solo un luogo per la registrazione, ma anche lo spazio in cui il mio ruolo di produttore si manifesta a 360 gradi e in cui, oltre agli aspetti tecnici, curo anche la visione artistica dei progetti per terzi, lavorando come consulente, docente, sound designer e mentore, specialmente nell’ambito della musica elettronica. Le arti digitali e le installazioni multimediali sono una naturale estensione del mio lavoro sul suono: mi permettono di applicare il sound design in vari contesti spaziali e visivi, tra cui anche progetti teatrali. 

L’elemento che completa il quadro e che è il collante di molte di queste attività, è anche il ruolo che ricopro come presidente dell’associazione culturale Atti D’arte, attraverso la quale diamo forma e sostanza ad alcuni festival in Sardegna, come Ruina Sonora e Cartoline Sonore, che non sono semplici eventi, ma veri e propri progetti culturali che uniscono musica, workshop, attività collaterali, mostre, ambiente e valorizzazione del territorio.

Al Suvitas Studio con Cristiano De Andrè – Credits Tore Manca

Partiamo dallo studio. Come avviene l’incontro con i musicisti? E come scegli poi con chi lavorare?

Lo studio è il mio laboratorio creativo. L’incontro con i musicisti, che è la fase più delicata, avviene principalmente su due binari: affinità artistica e passaparola. Molti artisti arrivano da me perché cercano una mano o quella parte di produzione mancante che io chiamo “produzione addizionale” in una nicchia sonora specifica o perché hanno apprezzato lavori precedenti (anche di Saffronkeira) che hanno un’impronta sonora ben riconoscibile. Non accetto tutti i progetti: devo percepire una scintilla, una visione chiara da parte dello studente o dell’artista e soprattutto deve esserci affinità umana e concettuale. Devo credere nel progetto per poterlo servire al meglio. L’altro binario è quello dei progetti trasversali: talvolta, l’incontro avviene tramite le mie attività di musicista o agli eventi, portando a collaborazioni con musicisti che non provengono dal mio background usuale. 

Quali aspetti curi maggiormente nel processo di produzione? 

All’interno del processo non mi considero semplicemente un tecnico del suono, ma un partner creativo. Sicuramente do molta importanza all’identità sonora. Il mio obiettivo primario è tirare fuori il suono autentico dell’artista, spesso aiutandolo a trovare il punto d’incontro tra la sua idea grezza e la sua realizzazione più efficace, lavorando sull’arrangiamento, sulle texture mancanti, e soprattutto sulla spazialità del suono. Poi lavoro sulla struttura narrativa. assicurandomi che l’album non sia solo una collezione di canzoni, ma che abbia una coerenza narrativa e dinamica, come un film. Infine l’innovazione: mi piace “pensare fuori dagli schemi” dal punto di vista sonoro, integrando spesso elementi di sperimentazione elettronica e sound design anche in contesti apparentemente lontani. 

Saffronkeira live in Tehran – Credits Malthe Ivarsson

Quali progetti oggi catturano maggiormente la tua attenzione e la tua curiosità? 

Il mio focus principale è sulla musica di ricerca, d’avanguardia e contaminata: musica ambient e drone, ma anche jazz contemporaneo e musica dance in tutte quelle forme che richiedono una profonda cura del soundscaping. Se un progetto è coraggioso, sfidante e cerca di spingere i confini del proprio genere, è il progetto ideale per il mio studio.

In che modo si incontrano e in quale invece si scindono le tue attività di produttore da quelle più prettamente di studio?

È una distinzione fondamentale. I due ruoli si incontrano nel momento in cui la visione artistica viene tradotta in un piano operativo e tecnico. Il produttore è “l’architetto” del progetto. È la mente strategica che definisce la direzione artistica, sceglie i suoni, decide la struttura narrativa e prende le decisioni creative chiave. È colui che si interfaccia con l’artista per capire dove vuole arrivare. Lo studio “Suvitas” (ovvero la mia attività tecnica) è il cantiere, l’infrastruttura. È lo strumento che garantisce che la visione da produttore possa essere realizzata con la massima qualità tecnica possibile col budget a disposizione: microfonazione, registrazioni, calibrazione, missaggio e mastering. La scissione avviene quando il produttore prende una decisione creativa. A quel punto, il cappello dello studio subentra per trovare la soluzione tecnica più efficace a raggiungere quell’obiettivo. Come produttore devo essere soggettivo e visionario, assecondando ma trovando un punto di incontro con l’artista; lo Studio ha comunque l’obbligo di essere oggettivo, preciso nell’esecuzione di quella visione. Io devo essere in grado di passare rapidamente da una mentalità all’altra.

L’intersezione tra i due ruoli si manifesta chiaramente anche nelle mie attività di didattica e formazione professionale, In questi contesti, la conoscenza accumulata come produttore – strategia, visione, workflow – viene sistematizzata e trasmessa anche attraverso corsi specifici di produzione, sound design e sintesi sonora utilizzando le competenze e le infrastrutture tecniche dello studio per mostrare come la teoria si applica nella pratica. È un momento in cui la creatività si fa didattica e la tecnica diventa linguaggio.

All’Over Studio con Paolo Fresu – Credits Luca Devito

Ti vorrei chiedere del progetto con Paolo Fresu di qualche anno fa, ma lo vorrei fare al Saffronkeira produttore, più che al musicista. Lavorando in ambito produzione, appunto, che tipo di boost, al di là dei risvolti ovvi, può offrire a un musicista più o meno emergente, cofirmare un album con un musicista molto affermato e noto come Fresu? 

Il progetto con Paolo Fresu è stato un capitolo di cruciale importanza della mia carriera. Il boost offerto dalla partecipazione di un artista del suo calibro, al di là del fatto ovvio di poter accedere a un pubblico più vasto, è molteplice per un musicista di nicchia. Innanzitutto, può aiutare a dargli credibilità artistica: è un sigillo di garanzia sulla qualità e sulla serietà del tuo lavoro. Quando un musicista così affermato decide di investire tempo e nome in un progetto, convalida immediatamente il tuo percorso sperimentale e lo eleva agli occhi della critica e di venue internazionali, spostandoti in un’altra categoria. In secondo luogo, offre un apprendimento sul campo inestimabile: lavorare gomito a gomito con un professionista di quell’esperienza insegna tantissimo sul workflow, sulla disciplina e su come gestire la propria arte in un contesto di alta professionalità. Infine, garantisce la legittimazione del genere: nel mio caso, ha aiutato a convalidare la fusione tra jazz e musica elettronica sperimentale presso un pubblico e una critica che a volte faticano a unire questi mondi. 

Nel tuo caso come sono andate le cose? 

Con Saffronkeira, le cose sono andate oltre. La collaborazione è nata da una stima reciproca e dal desiderio di esplorare territori sonori inesplorati. Il risultato è stato un album co-firmato, ma il vero beneficio, visto dal lato produttivo, è stato l’aver consolidato la mia posizione come un produttore in grado di gestire e valorizzare contaminazioni artistiche complesse e di alto profilo, riuscendo a creare un ponte efficace tra improvvisazione acustica e sound design elettronico.

Abitare Costa Paradiso (2025) – Credits Simone La Croce

Ti sei anche occupato di arte digitale e di installazioni multimediali. Ultime in ordine di tempo “Leave no one behind” realizzata con l’artista iraniano Amir B Ash e il musicista Shahin Entezami per il FAI e l’aeroporto di Cagliari, e “Alternative Space LOOP” di Jana Kerima realizzata a Seoul. In entrambi i casi hai lavorato con gli altri musicisti al sound design dell’installazione. Che tipo di esperienza è questa, specie in rapporto alle produzioni di cui ti sei occupato finora?

Lavorare al sound design per installazioni multimediali è un’esperienza diversa e, per certi versi, non è proprio liberatoria rispetto alla produzione “personale” musicale tradizionale. Mentre un album si basa sulla struttura definita di un “brano”, l’installazione richiede una mentalità di composizione spaziale e ambientale, soprattutto di interpretazione rispettando il concept degli altri artisti coinvolti. In progetti come “Technical Gardens” per l’Alternative Space LOOP, il suono smette di essere monodimensionale e diventa un elemento fisico che interagisce con lo spazio ospitante e con lo spettatore in simbiosi con l’opera visuale dell’installazione. La differenza cruciale è nel modo in cui gestiamo il tempo e lo spazio: per il tempo, non c’è un inizio e una fine rigidi; il suono è spesso loop o è generativo, fatto per evolvere e cambiare continuamente, adattandosi al movimento e design dell’installazione. 

Invece “Leave No One Behind” è un esempio perfetto di questa evoluzione. Si tratta di un’installazione audiovisiva multisensoriale – realizzata in collaborazione con l’associazione u-boot lab e prodotta da FA travel – concepita per stimolare i sensi e veicolare i valori di inclusione, accessibilità e sostenibilità. Tecnicamente, l’opera si è basata su elaborazioni video sonore di suoni e immagini raccolti e acquisiti direttamente in situ sul sito delle Saline Conti Vecchi, un vasto e ricco ecosistema di 2700 ettari. Il nostro ruolo (mio e di Shahin Entezami) è stato quello di trasformare la ricca biodiversità, la storia produttiva e la cultura del luogo in un sound design immersivo dove il suono non è una semplice colonna sonora, ma una vera e propria trama di significato che accompagna lo spettatore in un viaggio che trascende i limiti cognitivi convenzionali. Questa tipologia di progetto è profondamente diversa dalla creazione di un album o di una performance live. Nella produzione discografica, l’attenzione è sul tempo, sulla composizione lineare e sulla necessità di narrativa sonora intima. Nelle installazioni, invece, il sound design è al servizio dello spazio e dell’interazione, della luce e del visual. Il suono diventa un elemento architettonico e ambientale, lavorando sulla percezione e sulla risonanza del luogo in cui è inserito. 

In Sardegna hai curato in prima persona festival come Ruina Sonora e Cartoline Sonore, tipologie di eventi molto diverse fra loro, ma che hanno in comune il fatto di venire realizzati in location “periferiche”, spesso in contesti naturali o archeologici suggestivi, per un pubblico ristretto, dove l’esperienza si arricchisce di un contesto che, pur non facendo passare in secondo piano la parte musicale, costituisce un valore aggiunto non trascurabile. 

Questa probabilmente sta diventando una nuova frontiera dell’intrattenimento musicale, forse non proprio una soluzione ai problemi legati ai festival, ma una alternativa importante questo sì. Nel tuo caso, come sei arrivato a questo “format”?

 Non parlerei proprio di ‘format’, ma di una filosofia che unisce questi eventi. Ci sono arrivato per una serie di necessità specifiche e non per una strategia commerciale. In primis la “necessità del luogo”, perché la Sardegna impone questo approccio. I siti archeologici, le aree sic, le terme, i borghi, i contesti naturali non sono semplici sfondi, ma elementi attivi che devono dialogare con la musica. La loro energia e il loro silenzio sono parte della composizione. Poi c’è il fattore “ascolto profondo”: La musica che curo come direttore artistico, sia essa elettronica, sperimentale, jazz o classica, richiede un ascolto concentrato e silenzio. Il pubblico ristretto in questi contesti crea una comunità dedicata che eleva l’esperienza a un momento quasi rituale. Poi c’è il fattore “Reazione all’omologazione”: una presa di posizione contro i grandi eventi urbani e il livellamento culturale. Spostando l’evento in questi luoghi rivendichiamo un tempo di fruizione più lento e consapevole, rispettoso per la natura, a basso impatto, dove il viaggio per raggiungere la location e la rispettiva permanenza sono già parte integrante dell’esperienza. Poi c’è la “Valorizzazione Integrale”: In definitiva, è un modo per far emergere il patrimonio culturale e naturale sardo attraverso un linguaggio musicale contemporaneo, offrendo un valore aggiunto che trascende la performance stessa. 

Non è un’alternativa o una soluzione, ma un’estensione del concetto di musica, dove il paesaggio è il primo artista e strumento ad esibirsi! Quando poi, per esempio, inserisci un artista sperimentale in un contesto con un nuraghe alle spalle, stai essenzialmente creando una – semplice ma complessa – installazione ambientale temporanea, dove il pubblico è parte integrante dell’opera stessa.

Questo approccio è la sintesi di tutte le nostre attività. Alcune esperienze nei grandi festival europei mi hanno insegnato la logistica e gli standard qualitativi, ma la mia sensibilità artistica mi porta a pensare al suono in relazione allo spazio. Questa “nuova frontiera dell’intrattenimento”, come l’hai definita, è la nostra alternativa: un festival sostenibile, intimo e che punta sulla qualità e sull’unicità degli artisti e dell’esperienza piuttosto che sui grandi numeri, trasformando il contesto in un partner creativo fondamentale.

NIHILS a Ruina Sonora (2023) – Credits Andrea Mignona

A proposito di Ruina Sonora, che si presentava proprio come “Festival multidisciplinare di musica d’avanguardia e attività naturalistiche”. Dopo tre edizioni molto interessanti, sia come struttura dell’evento che come offerta musicale, il festival due anni fa si è interrotto. Come mai? 

Ruina Sonora è stato un’esperienza intensa e meravigliosa, un manifesto del nostro approccio, che univa la musica d’avanguardia elettronica a momenti distensivi come le attività naturalistiche e le escursioni in un’area SIC. Le tre edizioni sono state estremamente appaganti dal punto di vista artistico e di pubblico, ma l’interruzione è stata dettata da una combinazione di fattori, soprattutto logistici e di sostenibilità economica. Operare in location naturali comporta una importante complessità logistica e burocratica, con costi di gestione non paragonabili a quelli di un festival urbano con grandi finanziamenti. Inoltre, dopo tre anni in cui avevamo investito tantissimo per alzare l’asticella della qualità, il festival si è scontrato con la mancanza di fondi adeguati da parte del Comune e altre istituzioni. Purtroppo le nostre proposte venivano valutate sulla base di metriche tipiche dei grandi eventi pop, con aspettative irrealistiche, come fare migliaia di presenze già dalla prima edizione, ignorando completamente il valore dell’esperienza, del target selezionato e dell’impatto culturale sul territorio, che era il cuore di Ruina Sonora. In sostanza, ci è mancato quel sostegno strutturale in grado di cogliere e premiare la qualità rispetto alla quantità, spingendoci a tirare il fiato. 

Ci sono speranze che riparta, magari in altre forme?

La speranza c’è e l’idea di base non è morta. L’energia e il concept che lo animavano sono stati parzialmente trasferiti in Cartoline Sonore, che è un format più agile e sostenibile e che a oggi ha trovato intese positive con alcuni enti, ma stiamo comunque valutando la possibilità di far ripartire sia Ruina Sonora e NeoStoneJazz in una forma più mirata, con la speranza di trovare partner istituzionali che riconoscano il valore intrinseco di un festival multidisciplinare di ricerca e avanguardia.

Neo Stone Jazz (2024) – Credits Fabrizio Dessì

Cartoline Sonore invece è giunto alla sua quarta edizione ed è sempre più attivo. Un festival probabilmente più complesso da organizzare (location diverse, non sempre agevoli, vari fine settimana), che però si sta consolidando nel tempo.

Cartoline Sonore è diventato il nostro format di riferimento e il fatto che nel 2026 sarà la sua quinta edizione con una crescita costante, sebbene misurata, ci dice che la direzione è quella giusta. È innegabile che sia un festival molto complesso da organizzare: ci muoviamo su location ogni volta diverse, spesso disagevoli e distanti tra loro, spalmate su più mesi. Dal punto di vista logistico è complesso, ma la vera forza di Cartoline Sonore risiede proprio in questa dispersione geografica e temporale. 

Com’è andata quest’anno? 

L’edizione di quest’anno “2025” è andata benissimo, confermando che il pubblico di nicchia apprezza il concetto di un evento che è, letteralmente, una cartolina sonora da un luogo specifico. Questo consolidamento ci ha permesso di fidelizzare il pubblico e di costruire un rapporto più solido con gli artisti che capiscono il valore aggiunto del contesto, ma non solo: nell’edizione 2025 abbiamo integrato con grande successo i workshop di Mindfulness a cura di Stefania Pileri con The Mind Factory, un elemento non musicale fondamentale che ha arricchito la fruizione dei luoghi e la profondità dell’ascolto. 

E quali prospettive vedi all’orizzonte per Cartoline?

In prospettiva l’obiettivo è duplice: da un lato, vogliamo aumentare l’interazione con artisti internazionali, perché il nostro concept si presta benissimo a essere esportato e compreso anche fuori dalla Sardegna. Dall’altro, stiamo cercando di creare delle partnership culturali stabili che ci permettano di trasformare le complessità logistiche in un elemento di pregio, magari allungando il periodo di programmazione o integrando maggiormente attività collaterali all’offerta musicale con residenze artistiche e attività di produzione in loco.

Cartoline Sonore a Viddalba (2025) – Credits Francesca Sara Cauli

Veniamo ai progetti per il futuro. Per il prossimo anno cosa dobbiamo aspettarci?

Il prossimo anno si preannuncia molto dinamico, in linea con la mia filosofia di lavoro che intreccia produzione e promozione culturale. Sul fronte organizzativo dell’associazione culturale Atti D’arte, l’obiettivo primario è consolidare ulteriormente Cartoline Sonore, magari aprendo a un paio di tappe extra rispetto ai comuni di Castelsardo, Arzachena e Castelsardo, per dare al festival un respiro più ampio, senza snaturarne l’essenza intima. Inoltre, stiamo lavorando con l’associazione per rendere il nostro piccolo ecosistema culturale sempre più autosufficiente e in grado di dialogare con realtà artistiche di rilievo. Sul fronte Suvitas Studio l’attività sarà incentrata sulla finalizzazione di nuove produzioni discografiche e nuove collaborazioni, e sulla realizzazione di brevi residenze artistiche che possano arricchire l’ecosistema sonoro sardo e portare l’Isola al centro di circuiti creativi di respiro internazionale.

Sempre a proposito di anticipazioni, mi dicevi che a breve riprenderai con le tue attività da musicista, tenute in stand-by questi ultimi tempi. Hai qualcosa in cantiere?

Sì, è vero. L’attività con il progetto SaffronKeira è stata un pò in stand-by per un periodo, assorbita dalle necessità produttive e organizzative, ma la composizione non si è mai fermata. Questo progetto resta la mia priorità artistica! Ho appena finito un nuovo album che mi ha portato via quasi 3 anni per la realizzazione, lo considero il mio lavoro più maturo. La direzione sonora è un’ulteriore evoluzione dell’elettronica, idm e ambient, ma con una spinta molto più decisa verso l’utilizzo di synth e l’esplorazione ritmica. Verrà pubblicato nel corso del 2026 e a breve saranno pubblicati anche i primi singoli. L’obiettivo è anche quello di riprendere le esibizioni live non appena l’album sarà fuori. È un ritorno alle origini come musicista, ma con tutta l’esperienza accumulata come produttore.

Bene, attendiamo fiduciosi allora. Grazie Eugenio 

Grazie a voi! È stata una chiacchierata piacevole e stimolante, vi seguo da tempo e con stima. Lunga vita a Sa Scena!