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Il vecchio sta morendo e il nuovo tarda a nascere
7 Agosto 2025

Tra attese disilluse, anni sabbatici, cancellazioni e incertezze, ci perdoni l’illustre alerese se prendiamo in prestito le sue parole, ma come capita spesso, anche fuori dal loro contesto naturale, sembrano calzare a pennello.

Mentre il mondo della musica mainstream si interroga sui presunti sold out, a noi che abitiamo le periferie, sia geografiche che culturali dell’impero, tocca arrovellarci sulle arene troppo spesso vuote. Lo spunto è il caso Siren, commentato dai più sui vari social e già analizzato e recensito anche nelle nostre pagine. Non è quindi il caso di ripetere considerazioni già svolte né di infierire nei confronti del coraggioso festival. Ma si sente l’esigenza, sollevando di poco la prospettiva, di mettere nero su bianco alcune considerazioni che oramai sovente affiorano nelle chiacchierate tra fruitori della musica dal vivo. La difficoltà di una simile trattazione non sta tanto nell’individuare criticità, difetti, possibilità, quanto nel provare a ragionare asetticamente, senza farsi condizionare dalla smisurata passione che ognuno di noi riversa nella musica, nei live, nei festival. Sia concesso e perdonato quindi ogni eccesso di rigore o ogni concessione all’emotività.

Partiamo da due dati incontrovertibili.

Punto primo: abitiamo un’isola enorme e siamo troppo pochi per riempirla. Siamo mal collegati con l’esterno e quindi far arrivare qualcuno o qualcosa è un’impresa. Siamo mal collegati all’interno e quindi spostarci da un capo all’altro, peggio ancora da una zona interna all’altra è peggio che mai.

Punto secondo: la musica alternativa è tautologicamente alternativa. A cosa di preciso non si sa, ma sicuramente non potrà mai essere maggioritaria, non potrà mai essere capillare e soprattutto non potrà mai essere egemone.

Dal combinato disposto di questi due assiomi si inizia delineare uno scenario lapidariamente crudele: il numero dei potenziali interessati è oggettivamente basso. Una frazione che nel Lazio, nel Nord Italia, riesce a fare massa, qua in Sardegna è purtroppo inconsistente.

Here I Stay 2024 – Credits Emiliano Cocco

Proviamo ora a fare alcune considerazioni soggettive e del tutto personali che possono essere smentite in ogni momento sui diversi aspetti della questione.

Dal lato economico, organizzare un evento musicale ha un costo. Oltre ai cachet degli artisti ci sono da mettere in conto la logistica, gli impianti audio e luci, gli eventuali costi amministrativi, il viaggio e il pernottamento della band con strumenti al seguito. Questi costi sono da intendersi fissi, non risentono cioè delle dimensioni dell’evento né del seguito della band, o almeno non in maniera proporzionale. Tutto ciò va calato in un mercato potenziale che abbiamo visto essere ridotto e i numeri per permettere che un’operazione commerciale di una certa dimensione sia allettante – diciamocelo – non ci sono.

Sul lato politico amministrativo si subisce il fatto che la frazione di ascoltatori è irrilevante, non è in grado, per inconsistenza numerica, di fare massa critica, di ergersi a stakeholder per politici e amministrazioni. Se vogliamo ridurre ai minimi termini, il popolo dei concerti non ha un peso elettorale consistente e dunque non è tra le priorità di un’amministrazione. Le urgenze di un’amministrazione sono, da un lato, quella di garantire la possibilità di qualche grande evento generalista che accontenti grandi fette di cittadinanza e, dall’altro, assecondare i vari comitati cittadini organizzati che tutto hanno in mente meno che favorire l’organizzazione di eventi nei centri urbani. Possiamo aggiungere che la classe dirigente, in tutti i suoi livelli, a parte qualche significativa e illuminata eccezione, è culturalmente distante dal mondo della musica alternativa e quindi, per legittimi limiti soggettivi, non arriva a cogliere l’esigenza.

Il lato umano e sociale è invece minato dal fenomeno della polarizzazione che ha colpito anche gli atolli culturali: c’è sempre meno spazio per le sottoculture, per quello che una volta era definito l’underground, soprattutto tra le nuove generazioni. Ultimi testimoni di quel mondo lì sono infatti i millennial che oramai sfiorano e superano i quarant’anni. Quasi totalmente, gli organizzatori degli eventi su cui ci concentriamo, appartengono a questa generazione e naturalmente disegnano il cartellone sulla base dei propri gusti, delle proprie tendenze e del proprio storico: A loro va tutta la nostra stima e il nostro supporto, ma è naturale che questi generino un’offerta che ancora di più targetizza la domanda. Sono quasi del tutto assenti, ma ogni futura smentita sarà più che gradita, eventi organizzati da giovani e giovanissimi per giovani e giovanissimi. Su questo meglio che se ne occupino i sociologi, ma una delle questioni potrebbe riguardare la lunga malattia dell’associazionismo e del collettivismo a cui assistiamo dagli anni zero.

SaRock 2025 – Credits MIS

In queste righe non c’è alcuna pretesa di trovare una soluzione al problema, che non è forse nemmeno un problema ma un semplice, seppur triste, dato di fatto. Non abbiamo quindi ricette preconfezionate per superare lo stato di cose attuale. Ciò non significa che non si debba perdere tempo a cercarle, ragionando da soli o in gruppo su quali scenari si possano ideare per trovare quanto meno dei palliativi a una situazione che arriva ad assumere i toni del grottesco.

Sicuramente non serve ergersi a dotti sapienti nei confronti di chi, moderno Don Chisciotte si ostina a portare avanti una passione, di sicuro non serve prendersela con gli assenti, che avranno i propri motivi, le proprie riserve, i propri legittimi aperitivi. Ancora meno serve prendersela col pubblico mainstream: una soluzione facile e di pancia che servirebbe solo a farci sentire meglio di qualcun altro.

Forse serve iniziare a prendere atto che il mondo non è più della nostra generazione e quindi, in primo luogo evitare di leggerlo con le nostre categorie ormai obsolete, e soprattutto finirla col pretendere che si replichino all’infinito eventi, line up, collettivi che ci permettono di sentirci ancora nostro agio, ma che sono, ahinoi, fuori tempo massimo. Non è infatti un caso se in molti abbiamo passato le ultime stagioni a rincorrere le più svariate reunion, da quella macroscopicamente pop degli Oasis, a quella più emotivamente coinvolgente dei Karate, da quella del TdO, fino alla nostrana dei Sikitikis.

Appurato questo – e cioè che il pubblico degli eventi che ci piacciono è composto verosimilmente da noi stessi – potremmo reimparare ad apprezzare le dimensioni piccole, scordarci le arene, i nomi iconici e riscoprire iniziative economicamente sostenibili, magari finanziate dal basso, e perchè no, vicine al territorio. Non tanto per etica, che non guasterebbe, quanto per improcrastinabile necessità. Potremmo lavorare un po’ di più sulla contaminazione, abbattendo gli steccati di genere musicale e riscoprendo la bellezza dei cartelloni fluidi, che con la capacità di passare da un genere all’altro, possano ambire ad ampliare le platee.

SEUINMUSICA 2024 – Credits Giulio Capobianco

E, magari, contestualmente, ridefinire i concerti e i festival per quello che realmente sono e che da sempre hanno rappresentato, cioè manifestazioni artistiche di grande connessione umana e non eventi mondani – anche l’underground ha la sua mondanità – irrinunciabili su cui apporre il timbro.

Sicuramente, occorrerà abituarsi all’idea che il mondo che abbiamo conosciuto non tornerà più. E allora l’invito è a concentrarsi sul pensarne uno nuovo che preveda nuove forme, nuove modalità e si plasmi su nuove dimensioni. In questo modo potremmo forse tornare a goderci quello che ci interessa davvero rimanendo beatamente indifferenti a bolle che si gonfiano, bolle che scoppiano, sold out veri o presunti tali, lasciando spazio alla musica.

Immagine di copertina: Dromos 2024 – Credits Stefania Desotgiu