Sa Scena


Il Siren Festival sceglie la Sardegna
11 e 12 luglio, Arena in Fiera di Cagliari
Stereolab. Undici luglio. Cagliari. Queste tre informazioni, apparse nella mia bacheca di instagram una mattina di fine febbraio, sono state qualcosa di inaspettato e anche surreale. Tanto più che arrivano proprio dai canali social della band franco-britannica. Innanzitutto perché gli Stereolab arrivano da tre lustri di silenzio discografico, rotto solamente quest’anno con la pubblicazione di Instant Holograms On Metal Film. Simon Reynolds li inserisce negli anni ‘90 su The Wire come fulgidi esempi della prima ondata di post-rock, Pharrell Williams e Tyler, The Creator sono loro fan e in più occasioni hanno rappresentato un unicum nel panorama musicale degli ultimi 30 e passa anni. Ma anche i meno ferrati potrebbero ricordare la bellissima Lo Boob Oscillator dalla colonna sonora del film High Fidelity. Chi può essere tanto visionario da portare una simile band in Sardegna?
Esiste un piccolo rituale, tra appassionati di musica e frequentatori di concerti, che riguarda la lettura dell’elenco di date di un tour europeo di un artista o gruppo che si apprezza. Si parte con l’idea che l’artista X non suonerà in Italia e, ancora meno, in Sardegna, sebbene, allo stesso tempo alberghi una flebile speranza di smentita. E si possono avere due reazioni opposte. La prima è l’euforia, data dalla conferma del concerto in terra natia, e conseguente condivisione con amici della notizia della data, insieme ad affermazioni come “io prendo i biglietti, poi voi fate come volete”( anche se i biglietti saranno disponibili solo a distanza di mesi e talvolta con prezzi esorbitanti). La seconda, opposta, è un mix di rabbia e sdegno dell’assenza di una tappa locale in calendario, alimentato dalla percezione di essere figli di un dio minore e che, nel nostro caso, non ascolta musica che ci piace. Man mano che passavano i giorni, i pezzi del puzzle hanno iniziato a prendere una forma ben precisa, assumendo le sembianze del Siren: un evento che negli anni è diventato sinonimo di festival-boutique, lontano se vogliamo dalle concezioni tradizionali di evento estivo a cui siamo abituati sull’isola. Non per forza migliori, ma di sicuro diverse. E il Siren, che dai lidi adriatici di Vasto si è trasferito sul Tirreno, rappresentava qualcosa di inaspettato e difficilmente prefigurabile in termini assoluti. La curiosità è stata crescente man mano che veniva disvelato l’elenco dei nomi in cartellone, a completare il palinsesto delle due giornate di concerti dell’11 e 12 luglio.
Il secondo weekend di luglio, come facilmente intuibile, era immerso in un clima torrido all’interno degli spazi dell’Arena Musica alla Fiera. Non credo di essere mai andato alla fiera per un evento musicale e i miei ultimi ricordi risalgono alle domeniche pre-adolescenziali alla fiera Campionaria, con i trattori in parata, giostre, bancarelle di prodotti improbabili e gli stand con animali (alcuni dei quali non erano in vendita, ma avevano acquistato il biglietto di ingresso). La Fiera si presenta oggi come un ambiente rinnovato, scarno e ridotto all’essenziale: il palco principale – lo stesso in cui si sono esibiti da pochissimo gli Afterhours – è montato in un grande spiazzo, mentre un palco secondario è dietro l’angolo, a una cinquantina di metri. Il caldo si fa sentire da subito, in assenza di spazi verdi e di fontane per l’acqua o di punti di ristoro dalla calura. Il pubblico latita in termini numerici e, nell’arco delle due giornate, sarà la nota dolente principale. I presenti sono volti noti, nel senso che si riconoscono tra di loro, di vista o di persona. Un pubblico educato agli eventi musicali, interessato alle energie che si sprigionano sopra e sotto un palcoscenico.
Il Siren Festival inizia in modo imprevedibile: puntale. Una puntualità a cui non siamo abituati e che provocherà anche qualche malumore nei commenti dei giorni successivi, per via dell’eccessiva prossimità temporale tra i diversi nomi previsti nelle due serate. C’è da dire che il rispetto degli orari è stato fiscale, con tanto di band che iniziavano a suonare senza attendere che il pubblico si fosse assemblato sotto il palco, ma non parlerei certo di una marcia della morte. Così è stato dall’inizio alla fine, a partire da Evita Polidoro, diplomata al conservatorio e che oscilla tra jazz e musica pop sofisticata, batterista versatile e talentuosa, ma che colpisce anche per lo stile vocale di grande impatto. Evita ha uno stile malinconico, ammantato di psichedelia ed elettronica: figlia della scuola italiana pop degli anni sessanta e settanta, delle grandi voci femminili e influenzato in egual modo dalla scena alternativa contemporanea. Potrebbe tranquillamente dedicarsi a canzoni da classifica, ma sceglie di rifuggire la banalità del mainstream contribuendo ad alimentare quel sottobosco di artisti emergenti validi e intriganti. Polidoro è, personalmente, la scoperta migliore del festival, tra i nomi che non avevano acceso alcuna lampadina in fase di acquisto dei biglietti, ma non sarà l’unico caso. In questo l’organizzazione del Siren è stata eccellente, optando per un elenco di nomi validi, diversi tra loro per prestigio o stile, andando a comporre uno spettro di gusti e riferimenti sonori soddisfacente.
Sul second stage si presenta un imponente Jim Sclavunos, con un completo fiordifragola marchio di fabbrica per chi collabora da trent’anni con Nick Cave, prima nei Bad Seeds e poi nei Grinderman. Il curriculum di Jim è costellato di collaborazioni e nomi della scena alternativa, come batterista e polistrumentista che ha saputo adattarsi ai diversi ruoli, tra cui questo istrionico progetto di alternative rock e country insieme a Nicole Atkins, cantautrice e chitarrista americana. Capace di coniugare le doti vocali da southern belle rurale con uno stile da anni cinquanta e sessanta (e che l’ha portata a collaborare con FatBoy Slim e David Byrne), si interseca con i colpi secchi e ruvidi di Jim, in un costante duetto cantato.
Sono trascorsi poco più di due anni dall’ultima volta che ho visto i Calibro 35 dal vivo, esattamente al Karel Music Expo del 2023. E posso confermare quanto scritto nel precedente report, aggiungendo che il gruppo ha integrato il proprio repertorio con i brani di Nouvelles Adventures e soprattutto di Exploration, ultimo disco pubblicato a inizio estate. Nella scaletta oltre Gun Powder, Trafelato e Nautilus, spiccano la cover di Mission Impossible e l’interpretazione di Lunedì Cinema: questo brano, reso famoso da Lucio Dalla con gli Stadio, è stato pubblicato dal gruppo di Gabrielli e soci con Marco Castello alla voce, sostituito per l’occasione dal bassista Roberto Dragonetti. Cosa dire dei milanesi che non si sia già detto? Un gruppo tecnicamente perfetto, che invoglia a riscoprire la grande stagione delle colonne sonore degli anni ‘70 (tra cui una riproposizione de “Il cinico, l’infame e il violento” di Franco Micalizzi), con un groove e un tocco che li conferma sempre più tra i padroni assoluti del panorama italiano alternativo.
Prima dell’esibizione degli Stereolab è il turno di Ron Gallo. Il suo è un alt-rock, figlio del punk e del folk, ma estremamente attuale per piglio sarcastico e temi affrontati (un brano su tutti è If Only Zelensky Had a Nice Suit).. Ron sul palco è accompagnato dal violoncello, suonato dalla moglie Chiara D’Anzieri, e ricorda un ibrido giovanile di Dylan, Daniel Johnston e i Dirty Three.
Gli Stereolab sono stati e rimangono un’incongruenza di genere. Ancora più che in studio, è proprio nella dimensione live che i loro suoni perfetti ed eleganti duellano con le bordate di distorsioni. C’è una contraddizione di forma e sostanza, degli oggetti stravaganti in uno scenario immacolato, come le opere di Duchamp all’interno di uno showroom Ikea. Gli Stereolab PESTANO e percuotono il suono, mantenendo in tensione per decine e decine di secondi lo stesso accordo. Sono un’esperienza trascendentale, difficile da descrivere senza ricorrere a immagini. Prendete gli spot con le casalinghe degli anni sessanta, in quei salotti ordinati e luminosi e interpolate i fotogrammi con degli sbalzi di ping e con le pareti che si sciolgono e cambiano colore. La musica degli Stereolab è una giostra di kraut rock e musica brasiliana, di prog e Françoise Hardy, di sonorità di facile ascolto intervallate da ritmi dadaisti e trip acidi. Su tutto si staglia il cantato di Laetitia Sadier, la vera sirena di questo festival, così elegante e allo stesso tempo surreale quando gigioneggia ai synth o suona il trombone.
SECONDA GIORNATA
La seconda giornata riparte con Goldmass, fresca della partecipazione alla Masterclass di produzione e musica elettronica al Corto Maltese nello stesso pomeriggio. L’artista sardo-pisana propone, con stile e veemenza espressiva tipici dei suoi live, una selezione mirata di brani presi dai suoi lavori, in particolare Flare. Un peccato l’assenza delle visual alle spalle, perché sono parte integrante del suo repertorio e contribuiscono a stimolare l’immersione nei brani.
La successiva band, i romani Big Mountain County, è una formazione che oscilla tra hard rock settantiano tradizionalista, attitudine punk e ritmi ballabili, bilanciati da suoni garage e post punk con jam psichedeliche e tribali.
Le Desert sharks sono una band tutta al femminile affine al movimento riot grrrrls e che strizza l’occhio a Hole, Bikini Kill e soprattutto le Sleater Kinney. Vengono da Brooklyn e il loro set si divide essenzialmente in due blocchi: una prima parte di garage e Detroit rock e un secondo caratterizzato con dei suoni di chitarre più appesantite e ritmi serrati e frenetici, senza rinunciare all’impronta melodica nonostante un set complessivamente monotematico e ripetitivo.
Cosa che non si può dire invece degli ultimi due grandi nomi in cartellone: i Messthetics e The Horrors. I primi, insieme al sassofonista solista James Brandon Lewis, rappresentano la componente maggiormente jazzistica e “alta” dell’intera rassegna. Grazie anche all’eccellente sezione ritmica presente sul palco, proveniente dai Fugazi (Joe Lally e Brendan Canty). Questi ultimi sono tra i padri del punk hardcore evoluto, nelle cui trame erano presenti delle componenti jazzistiche, intese come approccio free al suono e ai generi. In egual modo nei The Messtethics esiste un attitudine hardcore che si presenta nelle loro composizioni: il loro jazz fusion sperimentale è libero negli schemi, ma è allo stesso tempo caratterizzato da una commistione di generi e dall’idea che la sezione ritmica e la chitarra costruiscono un tema circolare, a cui il sax ora selvaggio ora educato di JBL sia libero di staccarsi e poi ritornare a corollario. Onestamente uno dei concerti jazz più divertenti e coinvolgenti a cui abbia mai assistito, con una funzione didattica: capire il funzionamento del jazz e riflettere sull’idea che gli schemi musicali siano dinamici e, spesso, conti più il silenzio tra le note che quelle effettivamente suonate.
I The Horrors sono stati encomiabili per approccio: in chiusura di serata e davanti a un pubblico sparuto non si sono risparmiati e hanno dato vita a un solido show per intensità e brillantezza. L’evoluzione di carriera della formazione proveniente dall’Essex è alquanto particolare e la percezione dell’appassionato di musica ne è condizionata: c’è chi li considera ancora una (passabile) band dagli esordi indie-psych incensati da pubblico e critica, mentre altri hanno apprezzato gli inglesi perché hanno saputo arricchire la proposta e cambiare in direzione di trame di shoegaze e post punk, senza comunque rinunciare ai classici singoli che potresti trovare in una playlist basica di alternative rock. Questa capacità di abbinare orecchiabilità, muri di suono e metriche oscure è stata riprodotta sul palco, tra cascate di synth, hammond e feedback violenti, tra la new wave di Depeche Mode e Gary Numan, le distorsioni di My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain e una dirompente vena psichedelica inglese, come si era intuito anche dall’ascolto dell’ultimo disco, Nightlife.
Cosa ci lascia dunque questo Siren?
Il canto delle Sirene è forte e irrinunciabile, per il marinaio che sceglie di navigare in acque che non sono quelle tradizionali della scena cagliaritana. A questo giro però sono stati tanti quelli che vi hanno resistito, così tanti che il sabato il parcheggiatore abusivo che avevo incrociato di venerdì ha scelto di non presentarsi per via delle poche presenze. Sarebbe stato facile scrivere un live report partendo dagli aspetti critici. Anzi pubblicare un LIVEReport, perché un po’ di fegato amaro è venuto, come descritto nell’editoriale della settimana scorsa che vi consiglio di recuperare. In redazione abbiamo deciso di scindere la musica e l’analisi del contesto in due spazi separati e complementari, per non rischiare di perdere di vista l’importanza dei singoli topic e dare a entrambi uno spazio soddisfacente per discuterne. Non mi interessa fare un processo e cercare dei responsabili e Simone La Croce è stato bravissimo a tracciare un primo quadro sulla situazione locale, ma è comunque un dato di fatto che ci fossero molti meno presenti di quelli che un evento del genere (e soprattutto i nomi in cartellone) avrebbero meritato. Si spera che non resti un rimpianto e un’occasione sprecata, ma per i partecipanti resta il ricordo di tanti concerti di valore, con un’acustica eccellente e un festival con un livello a cui non siamo abituati. Ma che, con il tempo, potrebbero diventare un’abitudine. Si spera, anche se a volte risuonano forti le parole “seamos realistas hagamos lo imposible”.
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