

Ora che il Siren Festival ha chiuso i cancelli e che sui social rimbalza il dibattito su cosa abbia o non abbia funzionato, prima di andare avanti proviamo a rispondere alla domanda che tutti si sono fatti all’indomani dell’annuncio che il festival si sarebbe svolto a Cagliari. Ovvero perché questo sia successo. Fino al 2021 il Siren Festival si è tenuto a Vasto, in Abruzzo. Poi la pandemia ha imposto uno stop agli organizzatori, i quali, dopo aver cercato inutilmente una quadra con l’amministrazione, visto anche il successo riscontrato nel tempo, hanno iniziato a guardarsi intorno per trovare una città dove poter replicare quello spirito estivo e marittimo che aveva animato la manifestazione sin dagli inizi. Qualcuno di loro, che ben conosceva la Sardegna, ha cercato di capire se il capoluogo poteva fare al caso e dopo qualche trattativa si è trovato finalmente l’accordo. Cagliari quindi è stata scelta dal Siren, dopo anni difficili, ma anche molto importanti per il festival, durante i quali aveva portato a Vasto già migliaia di persone da tutta Italia, attratte da line up degne dei migliori happening europei: PIL, Slowdive, dEUS, National, Mogwai, James Blake, Savages, Joan As Police Woman, Arab Strap. La notizia del suo trasferimento aveva subito fatto tanto ben sperare, quanto temere la risposta della città e del suo pubblico.
A Cagliari mancava da tempo un festival di questo spessore. Il solo Karel Music Expò si è sobbarcato in questi anni l’onere sopperire alla carenza di musica alternativa in città e, pur con tutti i limiti e le difficoltà del caso, ha sempre ben fronteggiato questa mancanza. Ma le band di respiro internazionale necessitano spesso di altri spazi e di altri budget ed è questo vuoto che hanno provato a colmare gli organizzatori del Siren. Fatte le debite premesse e constatata la tentennante risposta della città del suo pubblico, si può provare a trarne alcune considerazioni.
La prima giornata del festival erano presenti, a spanne, cinque-seicento persone, che si sono dimezzate il giorno successivo. Visti i gruppi e il relativo budget in ballo, per gli organizzatori non è stato certamente un successo. Per quanto si trattasse di un tentativo e per quanto comprensibilmente basse fossero le loro aspettative, sono numeri in grado di mettere seriamente a rischio un evento di questa portata. Che portare il festival a Cagliari fosse un azzardo, era cosa chiara a chiunque fin dai primi annunci: il capoluogo probabilmente era impreparato e sicuramente poco abituato a questo genere di eventi, che richiedono sempre un rodaggio più o meno lungo e la creazione di un feeling con la città, intendendo con questo gli spazi, il tessuto urbano, gli abitanti e le sue infrastrutture. E la loro risposta certifica in qualche modo questo risultato.
A detta di chiunque parrebbe che il primo ostacolo a frapporsi tra il pubblico e il festival sia stato il prezzo dei biglietti. Esiste una sorta di soglia psicologica a Cagliari dettata fondamentalmente dal pregresso di eventi analoghi, per cui cifre superiori 40 euro sembrano troppo alte per questo tipo di eventi. Guardandosi intorno – e con intorno si intende oltremare – ci si accorgerebbe facilmente che ormai, purtroppo, non è più così. E la speculazione intorno agli “eventi” musicali meriterebbe una trattazione a parte. Guardando invece all’evento nello specifico, posto che anche 40 € per line up con 6 band di cui alcune di portata mondiale, non erano una cifra assurda, probabilmente si poteva evitare senza troppi drammi di superare quella soglia, anche a costo di fare qualche taglio alla line up. Ma nonostante l’offerta scontata di biglietti multipack – comunicata in maniera non certo efficace, ma che garantiva comunque un prezzo più “giusto” e meno inviso alle tasche dei local – l’affluenza è stata comunque scarsa.
Questo aspetto però forse da solo può non bastare a giustificare una così bassa partecipazione. Sicuramente a non stimolarla è stata la scelta – sempre che di scelta si possa parlare – della fiera, spazio che i cagliaritani conoscono bene e che, per quanto possa prestarsi per un concerto secco, mal si adatta a un festival con due palchi e della durata di sei ore. Su questo punto riemerge l’annosa e ormai ingombrante questione degli spazi in città. Un enorme piazzale, asfaltato di recente, in mezzo a capannoni in ferro e cemento, molto meno romanticamente industrial di quanto potrebbe sembrare, non poteva certamente essere la soluzione giusta. La Musica Arena può risolvere il problema del concerto dei Modà, ma non quello dell’esperienza festivaliera, che ha bisogno di tempo, di aree relax, di verde, di spazi dove sia possibile fare comunità e facilitare quegli scambi sociali che il pubblico cerca, soprattutto d’estate, e che esperienze come l’Here I Stay hanno saputo offrire molto bene in questi anni.
Anche perché la durata dell’evento richiede che possa essere affrontata dal pubblico con tutte le possibilità di comfort che questa richiede. Il Karel, sapendo di lavorare per numeri più bassi, opta giustamente per il Lazzaretto e una line up più contenuta, ma un evento lungo come il Siren avrebbe avuto bisogno di uno spazio più ospitale e accogliente di quello della ex Fiera Campionaria. Aspetto questo che si riflette, inevitabilmente e pesantemente, anche sugli orari: il Siren forse è iniziato troppo presto per i cagliaritani ed è durato “troppo” per una città che non è in grado di concedere facilmente deroghe agli orari di chiusura.
Resta poi il problema strutturale di un bacino di utenza come quello della Sardegna, che con una popolazione di poco superiore al milione e mezzo di abitanti, non può certo offrire un pubblico in grado di sostenere eventi oltre una certa portata. E con gli attuali costi dei trasporti estivi è difficile anche solo pensare di fare affidamento su spettatori che arrivano da fuori. Un festival con ambizioni e budget importanti, che si riflettono quindi sui prezzi e sulle tempistiche, dovrebbe tenerne conto nella calibrazione dell’offerta.
I paragoni con altri concerti che si sono svolti in questi giorni lasciano il tempo che trovano. I Modà qualche settimana prima e i Duran Duran al Forte Village nei stessi giorni del Siren non andrebbero nemmeno presi in considerazione, diversamente non avrebbe nemmeno senso parlarne qui. Allo stesso modo, portare il festival fuori dalla città (come alla fine fa chiunque prova a organizzare un evento di portata appena più ampia di un semplice concerto) sarebbe l’ennesima sconfitta per le istituzioni del capoluogo che finora non sono state in grado di offrire una alternativa valida, sostenibile e vivibile per eventi che siano anche esperienziali, dove le persone possano stare, riposare, concedersi dei momenti conviviali, ballare, chiacchierare e godere del proprio tempo dedicato alla musica senza sentirsi polli in batteria pronti per essere spennati.
Il Siren è stato un tentativo audace, mirabile, ma compiuto forse con un po’ troppe ingenuità. È verosimile che un festival più piccolo, meno oneroso, con qualche gruppo in meno, quindi con un biglietto più economico, sarebbe stato un modo meno azzardato e meno rischioso di attecchire su un terreno poco avvezzo e comunque non ancora battuto. Forse una maggiore attenzione alle esigenze musicali del pubblico autoctono avrebbe giovato, anche solo coinvolgendo uno o due band autoctone e/o comunque di sicuro appeal.
Ma con il senno del poi è sempre facile parlare, si sa. Soprattutto è facile nelle analisi tralasciare tutto che il Siren è stato a livello musicale: un palco degno dei migliori festival europei che ha visto una sontuosa esibizione degli Stereolab, dei Calibro 35 in gran spolvero, una incantevole Evita Polidoro, forse il momento più alto della due giorni. Un festival che può fregiarsi di aver dato spazio a una sezione ritmica dei Fugazi ancora gagliarda che, con uno dei migliori sassofonisti contemporanei, ha spinto il poderoso progetto Messthetics, gli Horrors a suonare davanti a forse duecento persone come se fossero a Glastonbury e tutti gli artisti che hanno onorato il second stage, da Goldmass a Sclavunos. Dulcis in fundo, uno splendido Joe Lally che ai pochi accorsi per la sua bass lesson, accomodati in cerchio attorno a lui, con una umiltà invidiabile ha dispensato saggezza e aneddoti come forse farebbe a una cena tra amici.
Al netto di tutte le leggerezze commesse, che ricadranno soprattutto sulle spalle degli organizzatori, a chi si è sbattuto per portare il Siren in Sardegna e a Cagliari – Louis Avrami su tutti, ma anche la squadra, largamente femminile, che lo ha supportato – andrebbe riservato un enorme applauso e una altrettanto grande dose di gratitudine, invece che una pioggia di critiche da parte di chi la sa lunga, ma non abbastanza da aver neanche provato a costruire un’alternativa analoga e credibile in tutti questi anni. La Sardegna e Cagliari meritano tutti i migliori eventi che sono stati costruiti con grande fatica da chi si è speso in questi anni, ma allo stesso modo meritano anche un festival del calibro del Siren, che a sua volta ha bisogno di tutto il supporto del pubblico, perché nessuno inizia con un seguito nutrito e perchè, come le più solide relazioni, richiede collaborazione, empatia, sacrificio e tanto tempo. Un plauso altrettanto grande e caloroso quindi a chi ha scelto di andare comunque al festival, che ci piace immaginare attratto non solo dalle scelte artistiche, ma anche dalla possibilità di evitare che un evento simile levi le tende dopo la prima edizione.
- Tags:
- Siren Festival/



