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Francesco Morittu
Amal Fatah
20 Luglio 2026

È ancora la label siciliana Isula Factory a farsi carico di dare voce a proposte musicali provenienti dalla Sardegna, soprattutto quelle meno assimilate, quelle che scardinano le certezze del quotidiano e cercano di riscrivere nuove pagine di storia locale. In questa benefica liaison trans-isolana Francesco Morittu ci sta proprio bene, e la sua musica è perfetta nel rappresentare la voglia di guardare oltre i confini, nello scandagliare le più impercettibili vibrazioni della tradizione con un approccio alla materia serio e consapevole fatto di studio, ricerca e il profondo piacere nel trovare i giusti suoni, le migliori miscele possibili.

Amal Fatah è un album che contiene tredici composizioni per sola chitarra acustica e un sestante sonoro che proviene da una storia personale di lunga data. Tracce che come scie sonore si formano lungo le rotte tracciate dalla tradizione musicale isolana e con assoluta sobrietà ci portano a riflettere sui grandi temi che da sempre agitano la storia della musica sarda: tradizione, identità, transizione culturale, evoluzione, rispetto, patrimonio intangibile e tanto altro sono temi che tengono banco e lasciano sempre qualcosa da aggiungere. Un cold case che viene di continuo riaperto e messo in discussione persino quando il caso sembrava chiuso e non ci fosse più nulla da aggiungere. Così non è ed è probabile che questa indagine non finisca qui, in uno scenario in continua evoluzione come alcune recenti produzioni sembrano confermare: Zoe Pia, Sebastiano Dessanay (con il quale Morittu ha collaborato a lungo), Paolo Angeli e tante altre testimonianze (che su Sa Scena hanno avuto il giusto spazio) hanno tenuta viva la fiamma della ricerca e della transizione interculturale. La tradizione è un corpus solido, complesso e stratificato, quasi sacro nella sua rappresentazione, difficile da manovrare, comunque disponibile al confronto e alle continue sollecitazioni del mondo esterno. La tradizione è uno specchio che ogni volta restituisce una nuova immagine di sé, regala sfumature sempre diverse, profumi che si modificano in base al mood del momento. Quello che è giusto rimarcare nella storia musicale sarda è la sua incredibile predisposizione  allo scambio e allo stesso tempo la capacità di mantenere la propria forza identitaria.

Ecco, la nuova proposta musicale di Francesco Morittu, si dipana in questa labile e stimolante prospettiva: lavorare sulla tradizione con enorme rispetto e allo stesso tempo andare oltre la soglia del conosciuto, modificare i dosaggi, scombinare le carte e capire fin dove è possibile spingersi. Sembra facile ma non è così e Morittu è perfetto nel non esagerare, con una linea d’azione compatibile verso un ambiente sonoro delicato e fragile, e, soprattutto, capire quando fermarsi o cambiare strada. Il rischio è la gentrificazione, il rendere tutto merce di consumo, un brand da esibire, ma Morittu sa bene come evitare queste trappole. 

Anche il titolo scelto per l’album, Amal Fatah – il nome che gli arabi diedero a quello che oggi si chiama Capo Malfatano – è un segno evidente di come la cultura sia un concetto volubile e in continua mutazione. Quel luogo è stato teatro di incontri, di approdi fortunosi, di scorrerie, un continuo evolversi di eventi che nel tempo hanno modificato i paesaggi, le idee, costruito nuove lingue, destabilizzato abitudini e certezze. Per molti è stato il “luogo della speranza” ma anche uno spazio di sofferenze e rinunce, sempre e comunque un luogo che ha favorito i cambiamenti, la conoscenza e messo in discussione concetti come quello dell’identità che va sempre aggiornato e revisionato periodicamente.

Il nuovo album di Francesco Morittu parte da questi presupposti e si pone come mediazione tra i baluardi di quella pazza idea che chiamiamo ‘tradizione’ e la sua possibile rilettura ed evoluzione. Il punto di partenza di queste composizioni sono i modi e le mode che caratterizzano il patrimonio musicale isolano che qui diventano un punto di osservazione privilegiato per guardare l’infinito orizzonte che la musica concede. Sono i balli tradizionali che accompagnano le feste, e i riti religiosi, le voci animalesche e gutturali del canto a tenore, il suono ipnotico delle canne, le corde delle chitarre, il canto degli organetti che affascinano Morittu e con i quali entra in contatto per capire quali ulteriori possibilità possano offrire a chi ha ancora orecchie per ascoltare e soprattutto capire. Appare anche evidente la volontà di superare l’eterno conflitto tra musica colta e musica popolare, tra natura e cultura, per realizzare che non esistono gerarchie e forme culturali più o meno nobili e ancor meno pure e uniche. La tradizione è uno spazio virtuale che contiene al suo interno tutte le voci che hanno formato la sua stessa voce e non stupisce ritrovare anche nelle forme più tradizionali e arcaiche umori che arrivano dal Mediterraneo, da altre geografie fisiche e umane, suoni trasportati dal mare e dal vento, mutazioni genetiche infinitesimali ben custodite e preservate. Lo stesso Morittu, nelle note di presentazione del disco è  cosciente di quanto la cultura sia sempre un insieme indistinto di tante variabili: “Come in ogni viaggio che si rispetti mano a mano che si prosegue ci si accorge che i confini non sono poi così invalicabili e si accresce la percezione che le barriere esistono più in virtù di ragioni geografiche e politiche che culturali”. Una presa di coscienza che rende il mondo dei suoni ancora più affascinante di quello che appare e non stupisce che persino un musicista colto come Erik Satie (che ritroviamo nel brano Satiniana) possa diventare la base per un inedito rapporto tra la sua cultura e quella sardo-campidanese così come fece Bela Bartok quando decise di fare i conti con i suoni della sua terra. 

Amal Fatah è il diario di bordo di un musicista che ha deciso di rapportarsi alla musica con la curiosità e la libertà che ogni artista dovrebbe avere, con un vocabolario che contiene infinite lingue e una grammatica sempre in via di definizione. Senza forzature o colpi di mano ma con la naturale certezza che ogni storia contiene infinite altre storie, tutte da scoprire e con le quali entrare in contatto per assaporare il dolce sapore della complessità.