

Ci sono almeno due ragioni fondamentali per le quali Terra e Perda merita attenzione. La prima: è un disco per piano solo e come tale richiede coraggio, dote molto apprezzata nella nostra redazione, e l’assunzione di una discreta dose di rischio. La seconda: Andrea Schirru è uno che in questi ultimi anni si è speso tanto collaborando con alcuni interessanti progetti emersi di recente nel cagliaritano: Dancefloor Stompers su tutti, ma anche Malignis Cauponibus e La Città di Notte. Collaborazioni concretizzate anche con un’intensa attività live più o meno improvvisata, ormai cronico tallone d’Achille della scena strumentale estemporanea cagliaritana, conseguenza diretta della mancanza di spazi, causa implicita della scarsezza di proposte.
Sansperatino, classe ‘89, quindi annoverabile ancora tra i “giovani” talenti, diploma in pianoforte classico, laurea in piano jazz con Alessandro Di Liberto, Schirru ha sempre mostrato una interessante propensione verso black music e jazz, svolgendo un ruolo particolarmente attivo nel piccolo giro di musicisti poco inquadrabili del capoluogo che hanno provato a sferzare l’aria stantia di una scena non proprio visionaria. Niente di accostabile a Jazz:Re:Freshed o We Out Here, ma, insomma, comunque un notevole principio di svolta per il nostro orticello.
Il singolo d’esordio, Quattro passi dal delirio, di stampo einaudiano, non aveva fatto gridare al miracolo, né aveva fatto ben sperare per l’esordio discografico, arrivato qualche settimana dopo. Terra e Perda si è rivelato invece ben più azzardato e variegato delle premesse. Forse anche troppo variegato, ma a un pianista con ancora poche pubblicazioni alle spalle, gli si può concedere di riversare nel proprio disco d’esordio, peraltro di soli pezzi originali, tutto quello che di buono avesse in canna. E infatti nei quasi quaranta minuti di musica, spalmati in sette brani, non mancano spunti interessanti.
La lunga suite che apre il disco e che gli dà il titolo, contiene una interessante rilettura del ballo campidanese: parte da lì ma poi prende derive che spaziano dal barocco al free con una varietà di contenuti piacevolmente inattesa. Immediato il rimando ad alcune composizioni di quel Voyage in Sardaigne con cui ventisette anni fa Enzo Favata provò a rilanciare la linea tracciata da Marcello Melis negli anni ‘70 e con essa una (ormai non più) nuova direzione del jazz ibrido di ispirazione tradizionale, che ha forse inconsapevolmente spinto una nuova generazione di musicisti, tra cui, per dire, Gavino Murgia, Paolo Angeli, Zoe Pia e, chissà, domani anche Andrea Schirru. Suggestive anche le tensioni romantiche di Aspettative Mancate, come pure le variazioni ragtime e la chiusa distruttiva nell’impianto jarrettiano di Valvola o gli ammiccamenti pop (e la loro stessa drammatizzazione) di Falling Into The Darkness. La disinvoltura di mescolare stili e generi molto lontani fra loro non lo rende certo un disco coeso, ma esalta più le doti compositive di Schirru che la sua abilità esecutiva, trovando in questo, sì, una sua coerenza e una sua ragion d’essere, che rendono giustizia al lavoro fatto.
Terra e Pedra non sposta gli equilibri, non glielo si poteva certo pretendere. Però è un buon disco, che osa, seppur con moderazione, esplora, anche se con cautela, e sperimenta il tanto che basta per non finire nel dimenticatoio della cesta dei dischi in offerta speciale. E magari, cosa più importante, mostra ai colleghi di nicchia che, spremendosi un po’ e andando un pelo oltre gli steccati in cui la città, i suoi eventi culturali e le relative cerchie tendono a confinarli, un’altra scrittura è possibile.