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Paolo Angeli & Tenore Murales de Orgosolo
Vinti ‘e Maju
4 Giugno 2026

I fatti di Pratobello, passati alla storia come Sa Lota, sono cosa nota. Nei decenni a venire hanno ispirato decine di poeti, cantori e musicisti, e ancora oggi tornano ciclicamente, anche in maniera pretestuosa, confermandosi un punto saldo nell’immaginario collettivo e un segno chiaro dell’attualità di quelle istanze. Alla lunga sequela di testimonianze che nel tempo hanno richiamato quelle vicende, oggi si aggiunge un nuovo tassello, nato dall’incontro tra Paolo Angeli e il Tenore Murale di Orgosolo. Un incontro avvenuto ormai qualche anno fa e che aveva già dato prova dei propri intenti in occasione del Sonàla Folk tenutosi alla fine del 2024. L’auspicio che quella convergenza, allora inedita, trovasse spazio su un disco è stato esaudito con Vinti ‘e Maju, pubblicato da ANMA Produzioni. Se sarà l’ennesimo tentativo di mettere insieme canto a Tenore e musica sperimentale solo il tempo potrà dirlo. Per il momento possiamo giusto azzardare di essere, al contrario, di fronte a uno di quei lavori che segnano le decadi – The New Village On The Left di Marcello Melis, Naralu De Uve Sese dei Kenze Neke, Wessisla di SR Razza, Voyage En Sardaigne di Enzo Favata e obiettivamente pochi altri – e che spostano, anche solo impercettibilmente, l’asse di rotazione del complesso e granitico modo di approcciarsi alla musica tradizionale che definisce la nostra bolla.

Dalle prime sensazioni sembra che una delle sue spinte più forti sia arrivata dalla volontà di accorciare distanze e tirar giù barriere, con una visione comunitaria e orizzontale, tanto in termini musicali e linguistici, quanto in termini politici e sociali. Da un lato sembra infatti che Vinti ‘e Maju voglia appianare la presunta superiorità culturale e linguistica barbaricina che, superando lo stigma purista, condivide spazi comuni con quella gallurese senza confliggere con essa, come peraltro poteva succedere settanta o ottant’anni fa. «Ci siamo presi un bel margine di rischio quando magari io intonavo alla gallurese e loro rispondevano alla barbaricina. I puristi del canto storcerebbero il naso per l’armonizzazione», spiega Paolo «ma questa paradossalmente è la roba più vicina a quello che poteva succedere negli anni Quaranta o Cinquanta, quando si incontravano pastori di provenienza diversa e cantavano insieme». E dall’altro lato, ad appianarsi è anche la presunta “superiorità” del tenore su altre espressioni tradizionali, portandolo sullo stesso piano della chitarra, della trunfa, dei tamburi, scomponendolo e ricomponendolo, senza che niente risulti subalterno. Ed è proprio il canto a essere senza dubbio uno dei protagonisti principali e, forse, l’azzardo più ardito del disco, tanto nelle sue forme conosciute (Bramas), quanto in quelle inedite. Come quando le voci del tenore si sganciano prendendo vie proprie (Meriare, Paradura) o quando si incrociano con lo spoken delle voci narranti nei documentari sulla Costa Smeralda e il canto a tasgia di Angeli (Tramuda). E non da meno sono le parti strumentali, che si presentano non nella formula consueta dell’alternanza, ma in quella della compresenza (Vinti ‘e Maju), sostenendo le parti cantate come nella più comune forma canzone, che sconfina anche in territori più alternative (Mare ‘e Mesu), o quelli più congeniali al repertorio solista del chitarrista palaese (La Fola).

La trasversalità del lavoro travalica però gli aspetti puramente tecnici e linguistici, per abbracciare una visione più ampia di coscienza collettiva, che si fa quindi sociale e politica. «Mi interessa più l’aspetto di identificazione della nostra storia sociale e politica. Mi interessa che un ragazzo oggi si ritrovi in questo disco. Ma non in termini idiomatici o di balentia, come spesso succede. Vorrei che questo lavoro possa far riflettere sul fatto che siamo un popolo contemporaneo con una radice profonda, ma che non abbiamo paura di far crescere l’albero nelle stesse direzioni in cui va il mondo attuale». In questo Vinti ‘e Maju è chiaramente e intenzionalmente un disco politico, nel quale anche – e soprattutto – i contenuti scanditi dalle parole e dai versi, espliciti e meno interpretabili, si inseriscono nel discorso generale, rendendolo ancora più coerente nel suo complesso. La scelta di quei componimenti e di quegli scrittori ha poco di casuale e attraversa oltre un secolo di storia recente: da Peppinu Mereu a Maurizio Bassu, contra del Tenore, passando per Peppino Marotto, Remundu Piras e Franco Fresi. Nonostante i testi risalgano anche a oltre un secolo fa, sono in grado di raccontare tematiche – sfruttamento, antimilitarismo, speculazione – ancora drammaticamente attuali. Purtroppo, anche facendo sfigurare gran parte della scrittura di protesta contemporanea.

La mano di Paolo Angel in questo lavoro è evidente e, per quanto sia un lavoro di rottura, non sorprenderà fino in fondo chi lo conosce bene. Abbiamo scritto spesso, parlando della sua produzione, di come sappia approcciarsi con il giusto tatto agli elementi della tradizione in cui peraltro ha sempre sguazzato. Un approccio pregevole specie se si guarda alla sua immutabilità e al trattamento che le si riserva, dovuto a un misto di timore reverenziale e scarsa capacità a mettere mani e faccia su un patrimonio a torto considerato eterno, vario nei dettagli, molto meno nelle forme esecutive. E quando a questo si aggiunge il coraggio i risultati sono dischi come Vinti ‘e Maju. Coraggio che farà storcere il naso agli ortodossi e che, per noi, è, anche solo per questo, uno dei suoi più grandi pregi. Perché, come diceva uno a cui Paolo Angeli sarebbe piaciuto, “Senza deviazione dalla norma, il progresso non è possibile”.