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Il Gheisi e la sostenibile leggerezza della provincia
18 Agosto 2026

Lontana dagli eventi tanto per esserci, dalle pose, dagli aperitivi a dieci euro e dal clima di terrore a gratis, continua a esistere una provincia oltranzista che persiste nel volersi ricavare delle piccole isole di gioia, aperte a tutti e tutte, ma fortunatamente poco permeabili dallo schifo imperante che la circonda. È la provincia del disagio, delle scarse opportunità, della disoccupazione, della noia, ma anche quella da dove arrivano la stragrande maggioranza di coloro che poi finiscono per fare musica fuori da essa e che, nel bene e nel male, determinano corsi e riscorsi di quella scena isolana, ammesso e non concesso che esista. Quella dalle cui labbra pende il circuito alternativo locale e di cui noi proviamo a scrivere. Insomma, senza la provincia, le città – e con le città si intende Cagliari – non avrebbero nemmeno quel poco di decenza di cui possono fregiarsi.

Tomorr – Credits Kočo Kovačič

Se è vero che in questa narrazione si può leggere a chiare lettere il fallimento del modello cittadino cagliaritano – specie nella sua risposta alle esigenze del settore musicale, in primis, e di quello dell’intrattenimento più in generale –, è altrettanto vero che, chi sa di cosa parliamo, non fa fatica a leggere anche il magro ma beffardo riscatto di quel tessuto culturale che arriva da territori periferici. Certo, serve che si allineino i pianeti, che tutto vada sempre per il verso giusto, che l’amministrazione di turno non si svegli con il culo girato, che il prete non revvisi gli estremi della scomunica e che nessuno richiami l’attenzione delle forze dell’ordine, in questi casi sempre celeri a mettersi a disposizione della cittadinanza. Ma, quando questo accade, il giocattolo, nel migliore dei casi, funziona per una manciata di edizioni. Poi se il progetto tiene botta, ci sono possibilità che faccia il salto di qualità e duri nel tempo. Diversamente viene abbandonato in attesa che qualcuno si armi di buona volontà e lo riporti in vita o si inventi qualcos’altro. E così via con fasi cicliche che possono durare anche anni. Benvenuti in provincia.

Vilma – Credits Kočo Kovačič

È qui che sbocciano cose come il Gheisi, festival nato nell’Alta Marmilla (con nessuna aspirazione a evolversi in niente di più di quello che è sempre stato) e ora diventato grande, ma senza esagerare e soprattutto senza schiodarsi dal territorio di cui è figlio e della cui appartenenza non manca di fare sfoggio a ogni tornata. Che poi alla fine il Gheisi non è niente che buona parte di chi legge ha vissuto in prima persona almeno una volta nella propria vita: hai un gruppo, vuoi suonare, cerchi band, chiami amici, amici di amici, trovi due soldi e l’impianto, metti su tutto alla bene meglio et voilà. Senza nessuna esigenza di appello alla nostalgia, quello che succedeva nei paesi illuminati alla periferia dell’impero fino a quindici-vent’anni fa. Una cosa che fino ad allora era considerata “normale” e che continua a esserlo, ma nell’eccezionalità che la forma e la sostanza che questo status può assumere ai giorni nostri: una cosa normale che normale non è più. E in effetti quello che ci si è trovati davanti una volta arrivati al Gheisi Summer Fest, che si è tenuto lo scorso 31 luglio nella piccola struttura realizzata a Inus, nelle campagne tra Siris e Morgongiori, è tutt’altro che sensazionale: un baretto, qualche stand con merch vario, un “palco” best stage, no stage, un impianto, un angolo cibo, qualche tavolo.

Almassacro – Credits Kočo Kovačič

Sul non palco, il Complotto Stage, a partire dalle venti circa, hanno suonato a ruota nove band di varia natura, che proprio a voler trovare un fil rouge, potremmo dire tutte più o meno votate al rumore, con una particolare propensione verso il -core e a loro completo agio nella cornice rurale della ridente campagna dell’Alta Marmilla. Giusto per inquadrare la situazione, c’è stato un blocco importante formato da giovani collocabili grossomodo sotto la linea dei trenta. I Dead Sugar Glider, a cui è spettato l’onore di aprire la serata, sono quattro neanche ventenni cagliaritani che fanno punk, senza prefissi o suffissi, ma con tanto di creste, borchie e tutto il resto. I Benzoqueens vengono da Ales e si sono presentati con una cover di Valvonauta dei Verdena. I Las Vergas, power trio black metal, hanno fatto sfoggio di molto rancore e pochi filtri, mentre i seneghesi Black Black Istanbul hanno mostrato che si può essere molto efficaci anche in duo. A completare il quadretto anche due band dall’oltre mare: i toscani Tomorr con il loro rural doom, punto di convergenza tra doom e folklore albanese, e gli Stegosauro, quartetto power emo ipertecnico, ma non per questo meno d’impatto, che ha chiuso il festival. In mezzo si è esibito un secondo blocco costituito da ultratrentenni, a spanne gli headliner del festival, che ha visto esibirsi gli Almassacro, storica formazione crossover dell’hinterland campidanese di Cagliari, i Vilma e Tony Cadena, voce degli Adolescents, almeno fintanto che è riuscito a stare nella band, che per l’occasione si è fatto supportare dai nostri Gods of Gamble, combo molto più che riuscita.

Gods of Gamble & Tony Cadena – Credits Kočo Kovačič

Cosa porta quindi a spendere parole per un evento così apparentemente “normale” come il Gheisi? La situazione generale, per non dire l’atmosfera e l’aria che si respirava, polvere compresa, è sicuramente un buon punto di partenza. Ma così non sarebbe comunque esaustivo. Anche perché un’atmosfera non si genera da sola e raramente è casuale. A crearla sicuramente ha contribuito lo stato brado a cui è stato lasciato pascolare il pubblico, cosa che i citizen apprezzano sempre tanto. Pubblico che ha onorato la propria presenza sotto il palco e intorno a esso: qualche centinaio di persone, molto assortite, bene o male poco importa, sessantenni, adolescenti, qualche famigliola, punk, freak, metallari e non allineati in genere. Ma anche questo forse non basta. C’è stata una line-up violenta ma non troppo, lunga, con set brevi, variegata e soprattutto partecipe, che ha sposato lo spirito del Gheisi e, nel caso dei recidivi, lo ha omaggiato ringraziandone a più riprese gli organizzatori. E poi ci sono loro, gli organizzatori, una crew trasversale e eterogenea che ha saputo scegliere gruppi anche molto giovani e a km zero, dando a loro e al loro pubblico la possibilità di palesare la propria esistenza. C’erano i banchi del merch, con case editrici, amenità varie e pubblicazioni libertarie ciclostilate, su tutte Discarica Magazine “fanzina scritta in sardo porcheddino” che può vantare contenuti come “sa traditzioni arribada in pick-up”, “centu concasa e duxentu calloisi” e “i coccodrilli di Marceddì”. C’erano appesi ovunque manifesti con Roggero e il peggio della politica nazionale, giustamente apostrofati nei modi peggiori ed estremamente sollazzosi. E poi c’è stata tutto un mood a cavallo tra il nonsense e il disincantato che risulta difficile spiegare a parole e per il quale è richiesta la presenza in loco. Quindi se cercate risposte, le potete trovare solo al Gheisi. Astenersi poser e atteggioni vari.