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Tobia Poltronieri

La voce della padrona

4 Novembre 2026

Entrare in contatto con un disco significa in primis usare gli occhi per osservarne la copertina. Senza addentrarsi nelle profondità del grandissimo mare magnum delle differenze fra supporto fisico e formato digitale, artwork compreso, è pacifico che da sempre esista un rapporto fra note, forme e colori, che gli artisti hanno evidenziato a colpi di immagini più o meno entrate nei nostri personali pantheon.

Poggiare lo sguardo sulla copertina di “La Voce Della Padrona” di Tobia Poltronieri, una doppia esposizione di un ritratto ottocentesco e di un paesaggio rurale, comunica qualcosa che non c’è più, come l’odore della casa di tua nonna, ora pitturata di bianco e abitata da una famiglia con due figli, un cane di ridotte dimensioni e un passeggino, che hanno preso il posto della tua felicità al gusto di caramelle Rossana. Veronese di nascita ma cagliaritano di adozione, Poltronieri ha sviluppato il suo discorso musicale nel tempo, trovando naturale estuario nelle composizioni dei C+C=Maxigross, di cui è cofondatore e nel progetto solista Tobjah.

Nonostante il chiaro omaggio a Franco Battiato nel titolo, La Voce Della Padrona non ha nulla di quello scintillante pop sperimentale ordito dal cantautore siciliano, bensì disvela dodici tracce strumentali che miscelano chitarre, elettronica, nastri e voci ectoplasmatiche. I brani sono il frutto di quindici anni di appunti sonori raccolti qua e là, nei momenti e nei modi più disparati, che hanno posto le basi per questa creatura, pubblicata a ottobre per Torto Editions, Esicasmo, Ramble Records e Sounzone. L’ascolto ci invita a fare una passeggiata che va dai vicoli di Veronetta alla Gallura, passando per Londra: che sia l’Adige, il Tamigi, o il mare, una certa idea acquatica serpeggia fra le anse di questo LP costellato di soluzioni inaspettate, ma mai fini a sé stesse. Ad accompagnare Tobia in questo percorso ci sono Alessandro Cau (batteria), Luigi Pinarel (voce), Miles Cooper Seaton (chitarra elettrica), indimenticato cofondatore degli Akron/Family, e Zeno Merlini (clarinetto e nastri).

Fra i solchi del disco si avverte nostalgia, ma bagnata di novità: una sorta di desiderio di raccontare ciò che è stato attraverso il presente, creando una giostra di sensazioni che risultano essere spiazzanti, ma attraenti. La successione dei brani è cinematicamente orchestrata: la trama si sviluppa con lentezza studiata ed efficace. Allora ci ritroviamo persi nelle chitarre di Rena Majore e Cascata Gallurese, avvolte da stratificazioni e riverberi che aprono paesaggi abbacinanti, o nei sette minuti di Tropic of Dalston, che ci tiene sospesi in un’aria che si fa bruma in maniera estremamente londinese. Tutto appare umile, al servizio della canzone, ogni cosa è cesellata, senza strappi o cuciture, mentre le timbriche si fondono in modo sapiente, facendoci immergere in un liquido amniotico fatto da immagini create dai suoni stessi.

Non so chi sia la “Padrona” citata nel titolo né so che voce abbia, e non so se importi veramente saperlo. Potrebbe essere la musica stessa, la chitarra, il nostro pianeta, un essere umano, qualsiasi cosa. Ma c’è un aspetto che trovo affascinante, ovverosia che il titolo dell’album condivida il destino delle canzoni che lo compongono: ricoprirsi di un significato diverso a seconda di chi ascolta, fregandosene bellamente delle intenzioni dell’autore.

Pensateci bene: in fin dei conti non è proprio questo il core della musica?