

Nato nel 2013 e protagonista inizialmente a Villa Sulcis, il Summer Is Mine Festival era mancato da Carbonia dal 2017, dopo la parentesi di Iglesias dello stesso anno. Dal 7 al 9 agosto, infatti, la manifestazione è tornata in città per la sua sesta edizione, negli spazi della Cinearena Mirastelle, mantenendo comunque la gratuità dell’ingresso al pubblico. Tre serate che, sebbene molto diverse tra loro, sono connesse dalla scelta di riportare nel comune sulcitano musica indipendente, ricerca sonora e nuovi progetti, mantenendo allo stesso tempo alcuni legami con la storia della manifestazione stessa.
Il primo appuntamento, venerdì 7, ha visto sul palco il sassarese Lacana, Emma Grace, il ritorno dei Quercia e AKA5HA, prima del DJ set di AVA. Una serata che ha attraversato territori sonori differenti, mettendo fianco a fianco elettronica, sperimentazione rock e nuove forme di cantautorato. Grande curiosità anche per la performance di AKA5HA, cantautore e produttore bolognese che, nel suo ultimo lavoro discografico coprodotto da IOSONOUNCANE, costruisce un incontro tra elettronica, scrittura e nuove forme della scena cantautorale e urban italiana.
La serata di sabato ha proposto invece Lemura, Dawzz, King Shepard and the Lost Sheep, Marta Del Grandi e i Sabbia. Un programma variegato, che oscillava tra esperienze della scena indipendente sarda e italiana, ma sempre nel solco di percorsi musicali peculiari. Marta Del Grandi ha ricreato a Carbonia un proprio universo, nel quale confluiscono jazz, folk, pop d’autore e ricerca sonora.
Tra i momenti più intensi della serata la performance dei Dawzz, artefici di un set fisico e diretto, con un’energia che ha coinvolto il pubblico per l’intera durata dell’esibizione. Anche i Sabbia hanno contribuito a mantenere un filo rosso con le edizioni precedenti, aggiungendo un ulteriore elemento di continuità a una proposta che, al tempo stesso, ha saputo guardare avanti attraverso una performance strumentale ricca di sfumature, sospesa tra post-rock, psichedelia, noise e suggestioni progressive, con momenti più dilatati alternati a improvvise accelerazioni e cambi di intensità. Un suono concreto e stratificato, in cui la dimensione strumentale è stata una delle parentesi più coinvolgenti della serata.
Per la giornata conclusiva il Summer ha lasciato spazio al Lee Van Cleef Fest, appuntamento legato all’associazione omonima e da cui Summer Is Mine ha avuto origine. Sul palco si sono alternati Garau–Scano–Tozzi–Puddu Quartet, Llew Bard, Adharma Tribute Band e La Nuit Tzigane, prima del DJ set finale di Buster Emme. Una conclusione con un carattere differente rispetto alle due serate precedenti, maggiormente legata alla storia della manifestazione e alla realtà associativa che ne ha accompagnato la nascita, guardando alle proprie radici. Il momento più significativo è arrivato però con gli Adharma. Il gruppo, nato nei primi anni Duemila e da cui sarebbe poi iniziato il percorso musicale di Jacopo Incani, è tornato a esibirsi dal vivo dopo 19 anni.
Da sottolineare la presenza dello stesso Incani, ospite in tre delle cinque precedenti edizioni, compresa la parentesi iglesiente in secret concert. Vederlo nuovamente insieme agli Adharma, proprio nella serata dedicata alle origini del progetto, ha quindi aggiunto un ulteriore livello a una giornata già costruita intorno alla memoria dell’associazione e della manifestazione. Resta naturalmente aperta la domanda su cosa accadrà adesso, lasciando aperti una serie di interrogativi sul futuro della band. dopo quasi vent’anni di silenzio. Che sia stata una parentesi unica (episodio isolato o reunion esclusiva) o l’inizio di qualcosa di nuovo, proprio questa incertezza rende il ritorno degli Adharma uno degli elementi più interessanti dell’edizione 2026.
Dopo nove anni dunque, il Summer Is Mine è tornato. E questa volta il punto non era recuperare il passato, ma capire cosa poter costruire da qui in avanti, senza limitarsi a replicare la propria versione passata fatta e finita. La sesta edizione ha scelto di ripartire dal presente, riportando la musica al centro della città e mettendo nuovamente in relazione artisti, pubblico e territorio. E lo ha fatto mantenendo una caratteristica che oggi vale più di quanto possa sembrare: l’ingresso gratuito. Perché in tempi in cui tra biglietti, consumazioni e qualsiasi altra cosa sembra avere un prezzo persino l’aria, lasciare tre sere di musica accessibili a tutti è già, di per sé, una scelta culturale e sotto certi aspetti provocatoria quanto rivoluzionaria.
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