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Sulky Rock
18 Agosto
25 Agosto 2026

Quelli di MIS sono sempre stati, oltre che dei bravi organizzatori, degli ottimi comunicatori. Grafiche, scenari, scelta dei tempi, nulla lasciato al caso. Ma anche quelli bravi devono arrendersi davanti al D.lgs 33 del 2013 o Decreto Trasparenza. Capita infatti che, in un maggio affamato di indiscrezioni sulla stagione concertistica a venire, nell’albo pretorio del comune di Sant’Antioco sia stata pubblicata la Deliberazione della Giunta Comunale n. 67 del 29.04.2026 che dava atto dell’intendimento dell’amministrazione di rinnovare l’appuntamento della rassegna musicale Sulky Rock con la partecipazione dei Mogwai, gruppo post-rock scozzese caratterizzato da sonorità strumentali e atmosfere cinematiche (sic) e dei Kooks. 

Lo screenshot della delibera ha iniziato a circolare nelle chat di gruppo ed ecco che nell’epoca delle locandine fatte con l’IA e della comunicazione elevata a scienza, come in una mai troppo rimpianta Festa dell’Unità, la pubblicità ha girato a colpi di visto, considerato e premesso che. A quel punto il management ha dovuto affrettarsi e nel giro di pochi giorni sapevamo già luogo, date e il resto della line up, che per la prima giornata, oltre i Mogwai, comprendeva Ilienses, Gentilesky, Sick Tamburo e Ditz.

E così, in un inusuale martedì di agosto, l’Arena Fenicia di Sant’Antioco si appresta a ospitare la prima giornata del Sulky Rock 2026. Il tramonto fa da cornice all’arrivo alla spicciolata del pubblico. Sembra di assistere a una grande rimpatriata: i volti sono tutti o conosciuti o, secondo una riadattata teoria dei gradi di separazione, tutti hanno avuto almeno un’amicizia in comune su Myspace.

GentileskyCredits Alessandro Loddi 

Finiti i saluti e i primi giri di campari, a rompere il ghiaccio ci pensano gli Ilienses, per l’occasione in quartetto. Il loro set dalle sonorità e dall’estetica ancestrale sembra trovare nell’Arena Fenicia la sua casa ideale. A poco serve parlare di sincretismo e comunanze pagane: l’associazione tra atmosfere norrene e archeologia fenicia è solo il portato di un fastidioso quanto ahinoi diffuso cattocentrismo intrinseco. Considerazioni etimologiche a parte, l’arduo compito è portato a casa con onore suscitando la curiosità e catturando l’attenzione dei presenti.

A seguire, è il turno dei Gentilesky, nel fil rouge delle frontlady travolgenti e carismatiche. I quattro giocavano in casa, quasi in famiglia, eppure il tiro e la carica post punk sono stati mitigati dalla troppo abbondante terra di nessuno venutasi a formare tra le transenne e il palco. Dispiace, perchè le teste iniziavano pure a ciondolare, ma di un certo tipo di energia occorre sentirne l’odore e percepirne il sapore.

Sick Tamburo Credits Stefania Desotgiu

Il palco poi è diventato di proprietà degli incappucciati Sick Tamburo. Nonostante abbiano dato alle stampe proprio nel 2026 il loro ottavo album, il set finisce per vivere soprattutto del peso della loro storia. Più che un concerto, una memoria collettiva che si riattiva a colpi di vecchi brani. E quando parte Betty Tossica, il pensiero corre inevitabilmente alla compianta Elisabetta e il set trova il suo momento più alto.

I Ditz hanno frantumato il concetto di headliner ritagliandosi a pieno titolo il ruolo quantomeno di coprotagonisti della serata. Hanno letteralmente preso possesso del palco e dell’attenzione con le loro mille sfumature estetiche e musicali, tra Looker alla chitarra che ricordava un giovanissimo Thurston Moore e Caleb Remnant che, in quanto a pose e distorsioni sul basso, nulla aveva da invidiare a un Robert Trujillo qualsiasi. L’esploso di questo connubio era incarnato da Cal Francis che, stracciando definizioni, desinenze e classificazioni, ha ammaestrato il pubblico, consapevole e inconsapevole. Un buon report dovrebbe raccontare l’arrampicata sull’americana, la discesa in platea e il circle pit. Ma a noi piace fissare il ricordo sullo stupore, sul sudore e su quella iniezione improvvisa di adrenalina.

Ditz Credits Stefania Desotgiu

Come fossimo all’ultimo tornante di un folle rollercoaster emotivo, si sono materializzati i Mogwai. L’adrenalina è diventata introspezione, la sregolatezza è stata incanalata in un binario di compostezza e precisione. Cinque manufatturieri, con manifesta disciplina, si sono alternati tra i diversi strumenti per fabbricare il proprio prodotto d’eccellenza: il suono. In un percorso tortuoso tra arpeggi, pad, droni e schitarrate violente, gli scozzesi hanno calato la loro coltre intimista su tutta l’arena. Con una scaletta fatta col compasso hanno ripercorso parte della loro storia tenendo la tensione emotiva sempre alta, in bilico in quella sottile corda che separa – o unisce – l’epos e lo spleen. A dirla tutta sarebbe stato necessario qualche decibel in più da parte dell’impianto, per godere ancora di più delle deflagrazioni delle chitarre e della cassa dentro il petto, ma pignolerie a parte, a detta di molti, è stato un evento di cui ci si porterà il ricordo appresso. 

Mogwai Credits Stefania Desotgiu

Spenta la musica e accese le luci si torna alla realtà: al caldo bastardo di questa estate, alla settimana di ferragosto, al fatto che è martedì e l’indomani per molti è un giorno di lavoro e Sant’Antioco non è proprio dietro l’angolo. E viene spontaneo riflettere sul fatto che nonostante questi contro, una comunità si sia mossa e si sia incontrata per convivere un momento che già dai primi annunci aveva dell’incredibile. Il fascino magnetico del live sta proprio lì, nel condividere passioni e suggestioni. In un momento socio politico dove l’aggregazione, la condivisione di urgenze, di istanze è vista e normata come sediziosa, diventa sempre più imprescindibile salvaguardare certi riti. E se questa condivisione porta il pubblico a essere un poco indisciplinato, rumoroso, dissacrante, chissenefotte. Ché i live non sono fatti per ascoltare la musica, per quello ci sono gli impianti audiofili, le cuffie magnetoplanari, i teatri dell’opera con la borghesia impellicciata e le dentiere traballanti. La musica dal vivo, lapalissianamente, si vive.

Cover photo credits Stefania Desotgiu