Ninni Manca, la voce della musica

Claudio LoiRetromania

Lo scorso 7 maggio Gianrico Manca ha annunciato la scomparsa di suo padre Ninni. Gianrico lo conosciamo bene, soprattutto a Cagliari è un punto di riferimento per la scena jazz locale: batterista di ampie vedute, promotore di iniziative, insegnante, ma soprattutto fervente appassionato di black music nella sua accezione più ampia possibile (da New Orleans a J Dilla per capirci). E credo che questa insana passione arrivi proprio da Ninni, che della musica aveva fatto una missione, una ragione di vita. E allora in questa occasione è giusto ricordare cosa ha significato Ninni per la storia del jazz in Sardegna, ma è anche giusto non dimenticare che Gianrico è anche nipote d’arte in quanto Candido Manca, il padre di Ninni, è stato un valido cantante negli anni Quaranta del vecchio secolo, tanto da collaborare con Fred Buscaglione nel suo periodo sardo. Insomma un vizio di famiglia…

Ninni Manca è stato uno dei protagonisti della scoperta del jazz in Sardegna nel periodo intorno agli anni Sessanta quando questa “cosa” non era così diffusa e condivisa come oggi. Ninni aveva inoltre una meravigliosa peculiarità: cantava in un mondo che è stato sempre avaro nel proporre voci maschili, ancora di più in Sardegna. Ninni Manca è stato un testimone prezioso di quella new wave jazzistica emersa negli anni del boom economico e che ha messo le basi per arrivare a quello che oggi conosciamo: un fenomeno di massa condiviso e apprezzato.

Ho avuto il piacere di conoscerlo in occasione dell’European Jazz Expo del 2011 al Parco di Monte Claro a Cagliari  e in quella occasione ne ho approfittato per frugare nei meandri della sua memoria e dei suoi ricordi. Quello che segue è quello che Ninni mi ha raccontato, un breve sussidiario di storia della musica nella Sardegna di tanti anni fa.

Ninni Manca in compagnia di Betty Carter in una fotografia di Gianrico Manca.

“Mi sono avvicinato al jazz quando rimasi folgorato ascoltando un disco di Chet Baker e Gerry Mulligan. Premetto che venivo dal rock, cantavo Elvis Presley, Neil Sedaka, Fats Domino, Little Richard. Però capii subito che il giro di blues di quei brani era lo stesso che sentivo nel jazz, per cui l’approccio al jazz mi veniva facile. In quegli anni fu fondamentale l’incontro con Enrico Intra che faceva il militare a Cagliari e che entrò a far parte dell’orchestra nella quale cantavo e che si chiamava Conchita. L’orchestra faceva un repertorio ballabile con brani musicali, che passavano dai sudamericani al jazz, grazie a Enrico che faceva gli arrangiamenti e suonava il piano. In quel periodo si faceva jazz quasi di nascosto, in case private dove suonavamo quasi per noi. Suonavano con me Marcello Melis, che poi ha fatto la carriera che tutti conoscono, Alberto Rodriguez, Bruno Massidda, Guido Artizzu alla chitarra (che poi si è trasferito a Roma), Sandro Civolani alla tromba e altri.

Nel 1964 vado a Roma con Marcello Melis, ingaggiati entrambi da un’orchestra per suonare nei night dove a una certa ora si faceva jazz e dove ho avuto la possibilità di sentire e conoscere i più grandi jazzisti che spopolavano in quel periodo, come Chet Baker, Oscar Peterson e Gerry Mulligan. In quel tempo per noi cagliaritani non c’erano possibilità di vedere questi artisti perché raramente venivano in Sardegna per cui ascoltavamo i pochi dischi che arrivavano e ce li passavamo l’un l’altro come oggetti rari. Poi arrivò a Cagliari una band il cui leader era Gino Bogani, che era stato ingaggiato per suonare in un locale al Poetto di fronte al Lido, il Sandalion. Gino, grande pianista, si esibiva alla fine della serata proponendo il migliore jazz e noi tutte le sere eravamo lì ad ascoltare. Passammo un’estate meravigliosa e imparammo molto. In quelle serate iniziavo a cantare i primi brani jazz classici. Da lì ho continuato applicandomi molto allo studio delle armonie dei brani jazz per potermi impadronire del pezzo e quindi avviarmi all’improvvisazione.

La passione del jazz non mi ha mai abbandonato. Attualmente vado a quasi tutti i concerti e festival del jazz sia in Sardegna che fuori. Ho conosciuto e intervistato quasi tutti i più grandi della storia del jazz, ma seguo anche le nuove leve che in questo momento stanno venendo fuori. Trovare voci maschili oggi nel jazz è alquanto raro, mentre quelle femminili pullulano. Forse è dovuto alla mancanza di preparazione da parte dei maschi. Le donne, per le quali conta anche l’aspetto fisico, invece sono più costanti e più preparate.

Molti dei personaggi che giravano allora nel mondo del jazz cagliaritano non ci sono più (penso a Marcello Melis, Alberto Rodriguez, Billy Sechi, Franco e Berto Pisano) e tanti altri hanno preso altre strade o abitano fuori Sardegna: Sandro Civolani, Guido Artizzu, Bruno Massidda (che non è proprio un jazzista ma se ne intende), Enrico Intra (che vive a Milano)”.

Purtroppo anche Ninni non c’è più e la sua voce rimane un bel ricordo di un tempo ormai andato. Di una città che aveva voglia di novità, di uscire dalle sabbie mobili dell’insularità e di far parte di un mondo più grande e imprevedibile. Mi capitava spesso di incontrarlo nella lunga spiaggia del Poetto alle prime ore del giorno, assorto nei suoi pensieri, ma sempre pronto a regalare un sorriso e una stretta di mano. L’ultima volta che ci siamo visti risale alla fine del 2024 a un concerto jazz organizzato a Pirri da Vittorio Sicbaldi in compagnia del suo fedele amico Bruno Massidda. Dove c’era buona musica era facile incontrare Ninni e i suoi amici. La persona giusta nel posto giusto.Per ricordarlo nella sua dimensione ideale ecco un video registrato al Grammelot di Roma il 24 maggio del 2012 in compagnia di Michael Supnick alla tromba, Giorgio Cùscito al sax, Filippo Delogu alla chitarra, Marco Loddo alla chitarra e il grande Ninni alla voce per una cover di Sweet Georgia Brown, una delle sue preferite.