Luca Mannutza – Circles

Claudio LoiMusica, Recensioni

La storia di Luca Mannutza è simile a quella di tanti musicisti sardi. Studi musicali nelle scuole dell’isola, concerti con i colleghi isolani, alcune importanti frequentazioni con maestri come Hector Costita, Andy Gravish e poi il trasferimento nella penisola alla ricerca dei suoni perduti. Da Cagliari a Roma il salto non è poi così drastico, ma nella capitale è più facile avere scambi, opportunità, conoscenze. L’isola rimane sempre uno scoglio in mezzo al mare. E come tutti i colleghi che hanno fatto la stessa scelta, quello scoglio rimane sempre nei suoi pensieri: lui va e viene e quando torna suona e si ritrova con la sua gente. Anche nella sua musica talvolta, in trasparenza, in modo discreto, riaffiora il vento del mare, i colori e i sapori della sua terra.

A Roma Mannutza entra in contatto con la scena più cool, quella sorta di onda nuova che per un periodo è stata battezzata come nu-jazz e raccoglieva umori di svariata provenienza: black music, soul, hard bop frenetico e compulsivo, profumi brasiliani e ritmi latini e un approccio per così dire cinematico che ci sta sempre bene. I suoi compagni di scena sono artisti come Bosso, Tucci, Ionata, Angelucci, i sardi Muresu e Lussu solo per citare i primi nomi della lista. Fondamentale sarà l’esperienza con gli High Five e la lunga collaborazione con Mario Biondi che gli apre le porte del grande pubblico, delle arene, dei teatri che contano e una lunga  serie  di concerti in giro per il mondo.

Oggi si può tranquillamente affermare che Luca Mannutza è uno dei migliori pianisti in circolazione: tecnica sopraffina, apertura mentale ampia e visionaria e una continua voglia di cose nuove, di emozioni e stimoli. Passa tranquillamente dal pianoforte classico a svariate tastiere elettriche e non ha mai abbandonato il suo amato Hammond che per anni è stato un fedele (e ingombrante) compagno di viaggio. Sono queste le basi da cui nasce Circles, il nuovo disco appena pubblicato per A.MA Records nel quale sembra di assistere a una messa in scena di emozioni e influenze che rimbalzano nel tempo e nello spazio: il sunto di una vita passata davanti a una tastiera, di tutte le persone che lo hanno accompagnato, lo spartito della propria esistenza. 

Il risultato è jazz contemporaneo nella migliore accezione possibile con un approccio classico e moderno allo stesso tempo e il dovuto omaggio a maestri come Tony Williams e Bobby Hutcherson. Mannutza conosce bene la storia del jazz, conosce i trucchi del mestiere ed è sempre attento a non cadere nella trappola del formalismo eccessivo. Le nuove composizioni appaiono pertanto figlie del tempo che è stato con lo sguardo rivolto a un orizzonte ancora da immaginare. Nelle note di copertina – stilate da Enrico Bracco – viene messa in evidenza la capacità di Mannutza di essere fieramente “contemporaneo” attento a quello che gira intorno, alle nuove emozioni che questa musica regala sempre e dovunque. E tutto questo è stato possibile grazie a un ensemble di ottimi musicisti: oltre al pianoforte di Luca Mannutza troviamo Paolo Recchia al sax alto, Daniele Sorrentino al contrabbasso, Sasha Marin alla batteria e il giovane talento isolano Jordan Corda al vibrafono, uno dei più fulgidi talenti del nuovo jazz italiano.

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