«Quando sei imbarcato la vita è come in pausa. Torni a terra e a te sembrano passati due giorni. Per chi rimane la vita è andata avanti. Tra mare e terra la vita scorre diversamente». Ragiona stringendo gli occhi Matteo Ledda, “batterista sull’oceano” che da otto anni si esibisce sulle navi da crociera girando il mondo. Fa un respiro, aspetta in silenzio che la penna di Sa Scena si posi. È pronto alla prossima domanda, respira. Da bravo musicista sa che le pause, i silenzi, sono importanti quanto il suono.
Capelli a spazzola, occhiali e sguardo acceso, Matteo è un noto turnista dell’Isola, che ha lasciato per imbarcarsi la prima volta nel 2017. La parlantina non gli manca, ma le prime domande sono un lento giro di riscaldamento. Non è abituato a raccontare di sé.
In vent’anni ha fatto di tutto. Musica dal vivo in concerti singoli e festival ma anche on the road, direzione artistica di eventi, tecnico backliner, gestione locali e addirittura insegnante. Durante la pandemia è stato anche sindacalista per i lavoratori dello spettacolo.
Come è entrata la musica nella tua vita?
A tredici anni ero appassionato di hip-hop, così ha iniziato a entrare la musica nella mia vita, con l’ascolto. Ho iniziato a suonare a quindici perché un amico chitarrista pop, al liceo, aveva messo su un gruppo ma aveva bisogno di un batterista. E così io, senza sapere nulla di batteria, ho iniziato a suonarla. Inventendomela. Andavo in sala prove con il walkman con i videomusic e gli andavo dietro. Avendo un’epifania: ci riuscivo, e a quanto pare anche bene. Per citare Saturnino, la batteria è lo strumento più facile da suonare male.
Vedo che ti fa ridere ripensarci. Ma da lì come sei diventato musicista davvero?
Mi sono innamorato dello strumento e ho iniziato a prendere lezioni, volevo diventare bravo. Era il 1996. Il mio primo maestro è stato Fabio Todde, musicista della vecchia guardia. Da qui inizio a suonare rock Anni ‘70, blues e jazz e dopo il diploma decido che voglio intraprendere la carriera, voglio essere musicista, e mi iscrivo alla scuola di musica moderna Percentomusica di Roma. In Sardegna non c’era ancora qualcosa del genere.
E i tuoi genitori cosa ne pensarono all’epoca?
Con i miei è stata una guerra, al punto che all’inizio mi ero anche iscritto in Economia in parallelo. Ma non faceva per me, e alla fine si sono arresi. Così per alcuni anni ho suonato e studiato, con insegnanti di altissimo livello, facendo avanti e indietro da Roma.
E come sei diventato musicista turnista?
Studiando suonavo con le band locali, passando anni in salette e scantinati, e man mano il passaparola mi ha aperto sempre più opportunità di suonare con musicisti importanti. Pensa che ieri scorrevo le pagine dei volumi di Sa Scena, guardando le interviste, e ho suonato con quasi tutti gli artisti che avete intervistato!
Come band, ho suonato con la band di latin-jazz “Amado Cafè” e con la Free Rock Band di Ruben Massidda e Diego Milin, facevano rhythm and blues. Giravamo anche con un van, suonando un po’ per festival e un po’ on the road. Ne abbiamo macinati di chilometri e concerti! Da lì ho iniziato a suonare con musicisti di progetti originali e nelle piazze etno-folk della Sardegna, con artisti come Ambra Pintore, Federico Valenti, Azzurra Parisi. Ma anche con Sergio Calafiura e Carovana Folk. Così sono diventato turnista in Sardegna, ma ho lavorato anche in Olanda e a Roma. Questo era un momento in cui suonavo con 12 band in contemporanea, mi chiamavano anche per sostituzioni perché ero rapido a preparare i repertori.
Hai però anche lavorato “attorno” alla musica, no?
Sì, ho insegnato alla scuola Voicepower di Cagliari e poi ho curato direzioni artistiche locali e lavorato come tecnico backliner, montando e smontando palchi nella maggior parte dei festival jazz e blues di quegli anni in Sardegna. Il problema è che nonostante fossi pieno di lavoro, sia come tecnico sia come musicista, non riuscivo a vivere di musica. Non arrivavo a fine mese, e questo è il dramma dei musicisti qui.
E quindi come diventi “il batterista sull’Oceano”?
Inizia tutto da un ragionamento. Mi sono detto: “Matteo o ti cerchi un altro lavoro, o è ora di cambiare aria”. E c’erano due possibilità, trasferirsi in una capitale europea e fare il musicista lì (con le difficoltà che comporta, perché almeno i primi tempi bisogna comunque integrare con un altro lavoro), oppure diventare musicista per le navi da crociera. Io sono un performer, per me il grosso del lavoro è il live, e a meno che non vai a Londra o Berlino o negli Usa, è davvero difficile lavorare.
Un carissimo amico batterista aveva lavorato come musicista sulle navi da crociera. Si chiamava – perché purtroppo ci ha lasciato – Andrea Marongiu, ma è a lui che devo l’incoraggiamento, la spinta. Dopo due anni di navi da crociera si era trasferito a Londra dove “ce l’aveva fatta”, suonava in band prodotte da etichette come la Warner. Nel 2017, dopo avere parlato con Andrea, decido che ha senso provare. Le navi da crociera danno un’opportunità stimolante ai musicisti, portandoti a suonare con musicisti a livello internazionale, ma soprattutto offrono una solidità lavorativa che è difficile trovare a terra. Fa sorridere, considerato che galleggiano, ma è così. A terra sei un freelance, sei in balia delle “onde” della gig economy [l’economia del contratto breve o a chiamata, come quello dei rider n.d.r.]. Insomma: faccio un’audizione con Costa Crociere e vengo preso.
Bellissimo. Raccontami la prima vita di bordo.
Dopo il primo contratto di sei mesi ero “ubriaco” dallo stupore, dall’emozione. Ho visto dal Brasile ai fiordi norvegesi, paesaggi incredibili. Le navi da crociera italiane fanno contratti più lunghi, si sta più tempo a bordo insomma. Negli anni ho lavorato per Costa in una party band che suona nelle lounge, poi per Msc come musicista del cast show in teatro, dove c’è un vero e proprio cast di ballerini e cantanti, oltre ai musicisti, che produce uno show originale per quella compagnia di crociera. Con la pandemia l’industria si blocca per un anno e mezzo, e finita la pandemia decido di fare un’audizione per Princess Cruises, come performer per la house band.
Mi racconti cosa è una house band su Princess?
Di fatto è l’orchestra della nave. La definirei un village vanguard anni ‘50, dove si suonano cose diverse tutti i giorni. L’orchestra suona in un teatro accompagnando gli artisti che fanno i loro show, la maggior parte di questi viene da Las Vegas. Di fatto la house band fa concerti con lettura a prima vista, ovvero abbiamo quarantacinque minuti di prova leggendo lo spartito e poi ci si esibisce.
Quindi è un vero e proprio teatro?
Sì, è enorme, ci stanno duemila persone. Nell’orchestra ci sono una ventina di musicisti e alcuni sono davvero artisti formidabili. Poi ci sono anche le lounge, immagina che alcune sono grandi come piazzetta San Domenico a Cagliari. E poi ci sono spazi più piccoli dove a volte si suonano le “small combo”, di 3-4 musicisti jazz, e poi c’è la party band. È bellissimo perché c’è molta contaminazione quando suoniamo insieme. A volte facciamo delle vere e proprie jam session internazionali. E ci esibiamo tutti i giorni. Conta che ci sono sei palchi, contemporaneamente, dalle cinque del pomeriggio fino a tarda notte. La nave è come se fosse una città, un “mondo compresso”, come se ci fosse ogni giorno un festival di musica e arti in atto. Sono otto anni che vivo in questo “mondo compresso” e adesso non sono più solo musicista, sono diventato music manager.
Puoi spiegarmi meglio?
Resto musicista, performer, però sono anche diventato band master, è come se fossi direttore d’orchestra.
Cioè dirigi l’orchestra, la house band, ma con due bacchette?
Ahaha sì esatto, in effetti la dirigo suonando, gli altri musicisti vengono dietro a me. Ma il ruolo va oltre: il music manager dirige anche le prove e gli spettacoli e fa direzione artistica a bordo. Ovvero coordina chi suona e quando, impartisce le linee guida dell’azienda e si occupa della gestione del teatro, della party band etc.
Una grande responsabilità. E cosa hai imparato facendo il music manager?
Che il musicista a terra non deve rendere conto a nessuno. Invece a bordo ci sono regole disciplinari e di sicurezza serissime. A bordo non sei solo musicista, sei anche marinaio, e poi lavori per un’azienda che è come se fosse un hotel 5 stelle, è richiesta serietà, puntualità massima, un dress code… Sono cose a cui un musicista a terra non è abituato, ma impararle, e iniziare anche a gestirle come manager, mi ha insegnato molto.
Ecco, guardando alla musica a terra, in particolare in Sardegna, ma con l’occhio di questo music manager di mare, cosa mi dici?
Guarda, più di tutto ti posso dire che nell’80% dei posti in cui sbarco c’è musica dal vivo. A Cagliari, ma anche in Italia, si suona sempre meno dal vivo. La situazione non è rosea. Non ci sono fondi, ma nemmeno la volontà di sbloccare la situazione, di risolverla. Invece negli Stati Uniti, in particolare, c’è proprio l’industria dell’intrattenimento, di cui la musica dal vivo fa parte, che è vista come un’industria fondamentale. C’è musica dal vivo ovunque, il live è proprio un prodotto. Se lo confronti a Cagliari, mancano locali che facciano intrattenimento. Da cinque anni sono militante dell’open mic del Corto Maltese e per fortuna c’è almeno questo, ma quello che noto è che ci sono davvero tanti musicisti e pochi luoghi per l’intrattenimento. Ho suonato per anni in piazzetta San Domenico. Adesso non si può nemmeno più fare un concerto in acustica per via della normativa comunale.
Se ti dovessi immaginare da “vecchio”, tornato a terra, potresti investire nella musica a Cagliari, portando l’esperienza di music manager sulle grandi navi da crociera americane?
Assolutamente sì. Dal mare porterei l’esperienza per creare qualcosa. Molti dicono “non è facile”. Ma io credo che sia assolutamente possibile, e che sia un potenziale business.
Ecco, questo è d’ispirazione. Matteo, per concludere, se ti dovessi descrivere come il musicista che sei oggi?
Io mi sento il tagliatore di legna della musica. Come lo sono stati i miei idoli. Penso a Jeff Porcaro, mitico batterista. Il Matteo musicista è simile al musicista da studio degli anni ‘80, all’epoca la house band faceva il turno in studio: la mattina bisognava registrare un jingle musicale, e lo si faceva leggendo sul momento lo spartito, il pomeriggio si andava a suonare live e non avevi tempo per prepararti. Porcaro disse: noi siamo musicisti che suonano rock che però siccome sapevano leggere si sono ritrovati in studio.



