È tutta scena! – Francesco FR3NK Liori

Gabriele MuredduÈ tutta scena!, Interviste

Francesco FRENK  Liori è un artista refrattario a collocarsi in una categoria ben precisa, ma che potremmo sinteticamente definire un disegnatore e creativo, il cui stile, a detta di Giacomo Pisano, è un mix tra locandine di film, fumetti e immaginario sacro. Il cagliaritano Francesco Liori è anche il fondatore di Doomsday Society,  brand creato nel 2012 con Salmo, di cui firma la parte visual dagli esordi.  Lavora come concept e storyboard artist e ha collaborato con importanti marchi come Apple e Billabong.

Gabriele Mureddu l’ha incontrato e ha toccato con lui diversi aspetti della sua storia.


Ciao Frenk e grazie per aver accettato l’invito. Tuo padre Gianfranco era il titolare della libreria Dattena, conosciuta come Villaggio Pinguino, a Cagliari tra gli anni ‘90 e i primi 2000. Godeva di un’aura di luogo di culto ed era a suo modo un epicentro culturale cittadino. Non trattava solo fumetti, ma c’erano spazi riservati a cinema e musica (c’era anche il corner di Zimbra). Cosa ci puoi dire su quell’ambiente? Serviva da spazio di incontro tra futuri artisti? Qualche progetto isolano è nato tra quelle mura amiche?

Sicuramente crescere in un posto del genere è stata una fortuna enorme, qualcosa di davvero raro, anche oggi. Si parla di luoghi che ormai non esistono quasi più, nemmeno in grandi città come Berlino, Londra o Amsterdam, dove gli spazi indipendenti hanno lasciato il posto alle catene di franchising.
Ed è un peccato enorme, perché con la scomparsa di questi posti ne risente tutta la cultura: vengono a mancare luoghi con una vera anima.La libreria era di entrambi i miei genitori: mio padre era più legato alla musica, ai libri e ai dischi, mentre mia madre era l’anima dei fumetti, soprattutto quelli giapponesi. È stata lei a dare il nome Villaggio Pinguino, per la sua passione per Arale del maestro Toriyama. In quegli anni i veri appassionati erano persone curiose, dei veri ricercatori — o minatori, come mi piace chiamarli. Era un punto di incontro per tutti i movimenti alternativi della città e dei dintorni, uno spazio di confronto tra culture, generazioni e interessi diversi: musica, cinema, letteratura, fumetti, costumi.
Posso dire senza dubbio che è stata una fortuna enorme viverlo. Tutti conservano un bellissimo ricordo di quel luogo e so per certo che tra quelle mura sono nate tante cose importanti.

Tornando spiritualmente a dove si è stati bene,  quali sono i nomi (o i generi) appartenenti al mondo grafico e video  (fumetto, cinema, design, etc), che ti hanno formato e che hanno ispirato, nel corso degli anni, la  tua carriera?

Crescere in un ambiente del genere ti influenza in mille modi diversi. Sono stato letteralmente bombardato da stimoli positivi e ancora oggi sento che tutto questo mi accompagna. Dico spesso che l’arte mi ha salvato la vita. Sono sempre stato appassionato di cinema, musica e arti figurative. Giacomo Pisano ha scritto che i miei lavori sono un mix tra locandine di film, fumetti e immaginario sacro. Io mi ci rivedo tantissimo in questa descrizione. Per quanto riguarda i fumetti, le influenze principali sono state Simon Bisley con Lobo, Otomo con Akira, Mike Mignola con Hellboy, Alan Moore, Frank Miller, e soprattutto Moebius e Jodorowsky. Nel cinema le influenze sono tantissime: Fellini, Kubrick, Tarantino, Wes Anderson, Tarsem, Proyas, Linklater, Tim Burton e moltissimi altri. Per l’arte e la grafica sono stato molto influenzato da Giger, Salvador Dalí, i Preraffaelliti, i Simbolisti e da tutto il mondo grafico legato alla scena surf e skate degli anni ’80 e ’90, con figure come Jimbo Phillips. È un mix di visioni molto forti che continuano a nutrire il mio lavoro ancora oggi.

Credits: ERNST

Prendendo spunto dalle visioni, mentre cercavo informazioni per quest’intervista, mi sono imbattuto in alcuni videoclip a cui hai preso parte. Per esempio avevi diretto “Guardo Fuori” degli Inkarakua e hai collaborato in “Piove deserto” dei Sikitikis. Che cosa ti ha lasciato l’esperienza dei videoclip?  

Una delle cose fondamentali del mio percorso di crescita è stata la possibilità di collaborare in tanti ambiti diversi. Ho avuto la fortuna di fare moltissime esperienze: dal teatro, dove ho fatto il figurante, alle produzioni video, dove ho ricoperto praticamente ogni ruolo possibile, dal facchino al tecnico, dal gobbo al montatore video e colorist.
L’esperienza in cui ho imparato di più rimane senza dubbio “su piccioccheddu de is commissionisi”. Questo mi ha permesso di acquisire tantissime competenze, linguaggi e modalità di lavoro differenti. Oggi, quando arrivo su un set, so parlare con le persone usando i termini giusti, so relazionarmi nel modo corretto e riesco a portare a casa risultati ottimi in meno tempo, evitando attriti inutili con le altre maestranze.Queste esperienze sono state fondamentali: mi hanno insegnato a gestire vere e proprie squadre, a preparare tutto il lavoro prima, a essere metodico e a impostare progetti complessi con molte persone coinvolte.E soprattutto mi hanno insegnato una cosa chiave: ci sono cose che nessuna scuola ti può insegnare. Le impari solo sul campo, facendo esperienza, sbagliando e migliorando.

A proposito di esperienze, a partire dal 2011 il tuo nome si accompagna a quello di Salmo, in quanto artefice delle sue maschere e degli artwork. Ancora oggi curi ancora oggi diversi aspetti dell’immagine del rapper olbiese. Quanto i suoi esordi sono solidamente legati alla scelte stilistiche che hai contribuito ad apportare? Come è nata questa collaborazione?

Una cosa molto importante nella carriera di un creativo è saper riconoscere le influenze positive. È una cosa che dico spesso anche ai ragazzi delle scuole: scegliere bene le persone che frequenti è fondamentale, perché possono essere distruttive oppure incredibilmente formative.Io sono stato fortunato: la vita mi ha fatto incontrare persone che sono tuttora miei amici dai tempi del liceo artistico, con cui continuo a confrontarmi e a scambiare stimoli creativi.L’incontro con Salmo è nato inizialmente dalla passione comune per il metal. Lui conosceva già i miei lavori e mi ha contattato per collaborare su progetti precedenti al rap. Aveva questo disco nel cassetto, questo progetto in cui abbiamo creduto insieme, io, lui e altri ragazzi di Olbia che poi sarebbero diventati la Machete.Da lì è nato un rapporto cresciuto negli anni, sia sul piano umano che lavorativo. Stare vicino a un artista come Salmo è stato importantissimo anche per la mia crescita: è una persona molto legata alla performance, che ti spinge sempre a dare di più. È un artista in costante evoluzione e il confronto con lui è sempre stato stimolante.

Credits: John Jules

Dato che è un sodalizio duraturo e stimolante, quale è il modus operandi con Salmo? Si tratta di una collaborazione paritaria? Quanto è grande il tuo spazio di manovra nell’elaborare nuovi progetti?

Il modus operandi con Salmo è cambiato molto nel tempo e varia tantissimo a seconda dei progetti. È stato davvero un ventaglio molto ampio.In alcuni casi, come per Hellvisback, ho avuto carta bianca totale — una libertà creativa che difficilmente mi è ricapitata in altri lavori.
In altri progetti, invece, lui aveva idee molto precise e io ho seguito direttive più definite. Altre volte ancora si è partiti da un’idea iniziale che poi si è trasformata completamente lungo il percorso.È sempre stato uno scambio creativo: Salmo è un collaboratore esigente, ma allo stesso tempo molto aperto mentalmente e artisticamente. Il mio spazio di manovra, nel tempo, è sempre stato ampio.

Chiudo l’argomento Salmo, concentrandomi sulle maschere che ha indossato negli anni. Sono cambiate insieme all’evoluzione dell’artista. Due formazioni relativamente recenti come i Ghost e gli Slipknot, nel corso della loro carriera, hanno indossato maschere diverse, così come Salmo ha proposto dei look differenti nei diversi tour e album.  Come hai gestito questo aspetto?

All’inizio l’approccio è stato molto hardcore. Siamo entrati nella scena hip hop portandoci dietro tutto il bagaglio del crossover tra metal e rap che avevamo vissuto negli anni precedenti. In quel periodo la scena italiana era piuttosto povera dal punto di vista visivo, quindi l’uso delle maschere e di un immaginario influenzato dal metal ha sicuramente aiutato a distinguersi. Ovviamente, senza contenuto musicale, nulla avrebbe funzionato.
Con il tempo Salmo ha cambiato immaginari e look, ed è una cosa naturale: un artista che sperimenta molto non può restare legato a un solo linguaggio visivo per sempre. C’è chi avrebbe preferito vederlo sempre con le stesse vesti, un po’ come gli Iron Maiden. A me, lavorativamente parlando, avrebbe anche fatto comodo. Ma artisticamente non è un concetto che mi entusiasma: credo che l’evoluzione sia fondamentale in ogni forma d’arte.

 La scelta grafica spesso va a braccetto col merchandising che, in ambito musicale, è una delle principali fonte di guadagno per un artista, a maggior ragione per il sottobosco che non registra gli stessi numeri del mainstream. E questo spesso, a parer mio, anche se la qualità musicale non rispecchia il valore della musica veicolata. Tu che ne pensi? Quanto è importante come strumento per accelerare la celebrità di un progetto musicale? 

Per noi il merchandising è stato fondamentale. Gran parte del modello utilizzato da Machete e Salmo nasce da quello che abbiamo costruito insieme ad André Suergiu, forte della sua esperienza nell’hardcore internazionale. Oggi però i tempi sono cambiati: dopo il Covid i materiali sono peggiorati, i costi sono aumentati e l’impatto ambientale è diventato enorme.
Personalmente preferisco evitare di produrre merchandising usa e getta. C’è troppo spreco, troppa produzione inutile. Il merchandising resta importante, ma servirebbe un cambio di rotta più etico e consapevole.

Hai menzionato poco fa Andrè Suergiu (dei Death from Acid, Gold Kids, Second Youth). Insieme a lui e Salmo, nel 2012, fondate il brand Doomsday Society. Il primo punto vendita del marchio è stato aperto all’estero (Londra e Barcellona) e  solo dopo diversi anni siete tornati a Cagliari. Quale è stato il percorso che dall’estero vi ha fatto tornare a casa? 

Doomsday nasce dall’esperienza dei primi anni con Machete, quando il merchandising era la nostra principale fonte di sostentamento. Ci siamo resi conto di saperlo gestire bene e, con Salmo e André, abbiamo deciso di fare un salto di livello e trasformarlo in un vero brand.Abbiamo guardato molto all’estero, aprendo store fuori dall’Italia e partecipando a fiere europee come la Berlin Fashion Week, vendendo prodotti che in Italia non si vendevano. Questo ci ha permesso di esprimerci liberamente a livello creativo.Il ritorno a Cagliari è stato quasi un capriccio, un esperimento per avere una base nella nostra città. È stato più difficile, ma ci ha dato tanto affetto.
Fare impresa in Italia — e soprattutto in Sardegna — è complicato: la burocrazia spesso ti mette i bastoni tra le ruote. In altri Paesi chi ha voglia di fare viene aiutato; qui sembra il contrario. Quando fai un lavoro creativo ti sei già sfinito prima ancora di arrivare al momento in cui dovresti dare tutto.

Ricollegandomi all’idea che la “realtà esteriore” che sia un biglietto da visita di un artista, in questi ultimi anni  una certa estetica legata alla Sardegna (nuraghe, maschere, velluto etc) viene abusata,  ad esempio da un certo un folk o black metal legato all’Isola, che ricorre alle stesse soluzioni e scade nel cliché..  Qual è la tua posizione di artista e autore di grafiche? Esiste questo rischio? quale è il confine tra identità e stereotipo?

Bellissima domanda.Come Doomsday non abbiamo mai puntato su un’estetica sarda stereotipata, e questo a volte fa sorridere: noi sardi vogliamo esportare certi simboli, ma poi ci offendiamo se da fuori ci vedono attraverso quei luoghi comuni.La Sardegna ha una storia e un background incredibili, che possono essere raccontati in modo intelligente e non banale. Esempi come Narente o Reef Studios dimostrano che si può rendere un immaginario sardo internazionale senza appesantirlo o renderlo folkloristico.Il confine tra identità e stereotipo sta tutto nel modo in cui si usano questi elementi. Bisogna anche sapersi liberare da certe catene e volare alto, senza sentirsi obbligati a raccontare sempre le stesse cose.
Per quanto riguarda Doomsday, posso dire che siamo probabilmente l’unico marchio sardo uscito fuori dall’Italia senza puntare tutto su casu marzu, maialetto, torrone, sughero e mamuthones. Ahahah.
Quindi sì: si può fare.

Ti ringrazio per il tempo e lo spazio che ci hai dedicato e ti lascio campo libero per chiederti se torneranno mai le mitiche serate del Golpe.

Se torneranno le serate del Golpe? Quando le rivedrete, vuol dire che abbiamo finito i soldi… ah ah ah.
Scherzi a parte, siamo ancora in ottimi rapporti con Diablo e Jimmy, che per me sono come due fratelli maggiori. È già capitato di rifarne qualcuna e potrà succedere ancora: mai dire mai. Oggi è sempre più difficile vivere solo di arte e disegno, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Bisogna sapersi adattare e fare un po’ di tutto. Il Golpe è stato una parte fondamentale del mio percorso: i primi soldi investiti in Doomsday li ho guadagnati proprio lì. Ti ringrazio per le belle domande e per avermi concesso questo spazio. Grazie a Sa Scena per il lavoro che fa nel supportare la cultura isolana. Viviamo in un sistema malato, dove tutto viene misurato in like e numeri. Le grandi aziende stanno schiacciando i generi e appiattendo la creatività, producendo cose che devono piacere a tutti ma che, alla fine, non lasciano niente.
Spero davvero che le nuove generazioni se ne freghino di questo sistema, tornino a fare arte nel mondo reale, musica dal vivo per le persone presenti in quel momento, e che siano loro a salvarci da questa enorme ondata di nulla.

Una selezione dei lavori di Francesco, su gentile concessione dello stesso autore.

Credits foto di copertina: John Jules

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