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Isulafactory un ponte sonoro tra Sardegna e Sicilia
Intervista a Maurizio Caschetto
9 Ottobre 2026

Isulafactory è una label indipendente con sede a Modica nel sud della Sicilia che in tempi recenti ha pubblicato diversi dischi di artisti sardi di cui abbiamo parlato nelle pagine di Sa Scena. Ci è sembrato giusto e doveroso contattare Maurizio Caschetto che è il principale referente di questa bella storia per farci spiegare come è nata questa strana liaison tra due isole e anche per parlare di altre cose come insularità, periferie, musiche fuori margine e tante altre cose.

Isulafactory è una label discografica ma anche tanto altro. Di questi tempi liquidi e incerti questa è già di per sé una notizia piuttosto strana. Raccontaci un po’ come è nata questa avventura ai confini della realtà.

R. Isulafactory è nata dalla voglia di creare uno spazio, un po’ fisico e un po’ mentale dove poter mettere insieme musica, immagini, persone, idee, linguaggi diversi, senza dover per forza dare un nome o un’etichetta a tutto. Anche per questo, alla fine, siamo soprattutto un’associazione culturale.

Siamo partiti dalla musica, chiaramente, però abbastanza presto ci siamo accorti che agire solo e semplicemente come label ci stava un po’ stretto. Ci interessava tutto quello che succede intorno a un progetto musicale: come nasce, tutto il processo creativo, l’immaginario che si crea, le persone che incontri, le influenze che arrivano da mondi diversi. E ci piaceva soprattutto l’idea di far incontrare persone e artisti che magari, normalmente, non avrebbero avuto modo di incontrarsi.

Quindi, piano piano, Isulafactory è diventata più una specie di laboratorio, una piccola comunità creativa, che una struttura discografica vera e propria. Ascoltiamo tutta la musica che ci arriva, quella che riteniamo più in linea con le nostre idee la produciamo, la pubblichiamo e la promuoviamo. Diciamo che ci piace creare delle situazioni, mettere insieme delle persone e delle idee e poi vedere cosa succede. Non abbiamo necessariamente già tutto deciso in partenza.

Secondo me anche il periodo in cui viviamo ci ha portato un po’ in questa direzione. Ormai i confini tra un lavoro e l’altro, tra una disciplina e l’altra, sono molto più sfumati. Quindi, invece di chiederci continuamente “che cosa siamo?”, ci viene più naturale chiederci “che cosa possiamo fare?”.

E Isulafactory è nata un po’ da questa domanda.

“Ai confini della realtà” è una definizione che ci piace molto. Non perché vogliamo stare fuori dalla realtà, anzi. Ci interessa proprio stare lì, sul confine, in quella zona un po’ indefinita dove magari un’idea non è ancora completamente formata e può prendere una direzione diversa da quella che avevi immaginato. Ed è forse proprio lì che succedono le cose più interessanti.

Raffaele Matta Trio @ Jazz Jamboree Festival – Credits Isulafactory

Isulafactory viene presentata con lo slogan “3 suoni / 3 dimensioni”. Ci puoi spiegare in cosa consiste questa trinità laica.

“3 suoni / 3 dimensioni” nasce innanzitutto dall’idea di raccontare le tre anime che oggi fanno parte di Isulafactory. Sono tre percorsi abbastanza diversi tra loro, però alla fine partono tutti dalla stessa cosa: la curiosità, la voglia di cercare e soprattutto la passione per la musica.

La prima è IF Records, che è il nucleo da cui siamo partiti. Si occupa di musica sperimentale, ma non solo, e si muove tra jazz, contaminazioni e tutto quello che magari è difficile da mettere dentro un genere preciso. Ci piace che sia uno spazio abbastanza aperto, dove magari non riesci subito a catalogare quello che ascolti, però lo riconosci.

Poi c’è Isulatronic, che è la parte dedicata alla musica elettronica e che viene curata come A&R da Noemi Baffoni, che vive in provincia di Pordenone. Qui il discorso è un po’ più specifico e guarda alle varie forme dell’elettronica contemporanea. Anche in questo caso, però, l’idea non è tanto quella di seguire quello che va di moda in quel momento, quanto cercare artisti, suoni e linguaggi che abbiano qualcosa da dire.

L’ultima arrivata è Avantsound, che forse è quella che rappresenta ancora di più la nostra voglia di andare a vedere cosa c’è un po’ più in là. Nasce anche dall’ascolto e, in un certo senso, dall’incontro ideale con il programma radiofonico di Andrea Villa “Sentieri Sonori” che secondo me è oggi uno dei programmi più interessanti e coraggiosi che ci siano in Italia, perché riesce a dare spazio a musiche che normalmente fanno fatica a trovare un posto, ma soprattutto lo fa con una curiosità vera, senza cercare per forza di spiegare o incasellare tutto. Avantsound nasce un po’ da quella sensazione lì: quella che hai quando scopri un suono o un artista e pensi che, nonostante tutto quello che già esiste, ci siano ancora un sacco di strade da esplorare.

Sono tre dimensioni, tre approcci, tre porte d’ingresso diverse allo stesso mondo. E forse la parte più interessante sarà proprio vedere, andando avanti, dove queste tre strade finiranno per incontrarsi.

Daniele Ricciu – credits Giovanni Petretto

Il vostro quartier generale è a Modica nel profondo sud della Sicilia. Una cittadina che è famosa per il suo cioccolato e per le meraviglie del barocco del Val di Noto. Non il posto più facile da raggiungere ma forse proprio per questo pieno di fascino. Fare cultura lontano dai centri dell’impero è una bella scommessa.

Sì, è una scommessa. Però alla fine è anche questo il bello. Modica non è proprio il posto più facile da raggiungere, questo è vero. Però non abbiamo mai cercato di nasconderlo. Anzi, abbiamo pensato che potesse essere anche una cosa positiva.

La Sicilia viene raccontata tantissimo per il turismo, per il barocco, per il cibo, per il mare. E ci sta, perché sono tutte cose che fanno parte di questo posto. Però secondo me c’è anche altro. Da qui possono uscire cose nuove, musica, arte, idee. E fare una cosa del genere da Modica, secondo me, è anche un modo per dire che non devi per forza stare a Milano o a Roma per fare parte di una scena. Oggi siamo tutti connessi, quindi puoi conoscere persone, artisti e realtà che stanno dall’altra parte del mondo anche stando qui. E questa cosa ci piace. Perché da una parte siamo lontani, però dall’altra siamo connessi con quello che succede fuori.

Da Modica possiamo ascoltare quello che succede a Berlino, a Tokyo, a New York, ma allo stesso tempo possiamo far conoscere quello che succede qui. Poi magari essere un po’ fuori dai giri può essere anche un vantaggio. Ti porta a fare le cose a modo tuo, senza dover seguire per forza quello che fanno gli altri.

Alla fine è un po’ questo: essere lontani, ma non sentirsi lontani.

Soundfest 2023 – Credits Isulafactory

Noi de Sa Scena siamo molto attenti alle periferie, non solo geografiche, ai luoghi marginali, agli spazi che nessuno racconta e spesso vengono dimenticati. Eppure proprio in queste lande desolate avvengono miracoli culturali e umani. Piccoli festival, spazi di resistenza, nuove proposte e tanto altro. Anche Isulafactory sembra molto legata alla marginalità, ai confini estremi, ai silenzi, insomma a tutto questo.

Sì, esatto. E forse è proprio qui che ci sentiamo abbastanza vicini a una realtà come Sa Scena. La marginalità ci interessa, ma non nel senso che tutto quello che sta ai margini sia automaticamente bello o interessante. È più che altro perché spesso, quando sei un po’ fuori dai circuiti principali, hai più libertà di fare le cose senza dover rispondere subito a un mercato, a un algoritmo o a un pubblico preciso.

E secondo noi i confini, che siano geografici o culturali, possono essere anche dei posti molto liberi. Quando sei lontano dai circuiti più grandi, in qualche modo ti devi arrangiare, ti devi inventare delle soluzioni, devi creare delle relazioni. E alla fine fai comunità. E spesso è proprio da lì che vengono fuori delle cose molto belle. Piccoli festival, radio, spazi indipendenti, etichette, artisti che magari lavorano per anni senza essere particolarmente visibili, però intanto costruiscono qualcosa.

Questa è una cosa che ci interessa molto: tutto quel lavoro che succede un po’ sotto traccia. Quello che magari non fa rumore, non finisce subito sui giornali o nei radar di nessuno, però piano piano costruisce una scena. Ci interessano i suoni che ancora non sai bene come definire, gli artisti che magari non sono subito “spendibili”, i progetti che hanno bisogno di un po’ di tempo. Anche semplicemente del tempo necessario per ascoltarli.

Ecco, anche Isulafactory nasce da una posizione un po’ periferica. Però non vogliamo fare della periferia una specie di mito. Non pensiamo che il centro sia per forza il male e che tutto quello che sta ai margini sia automaticamente il bene.

Ci interessa più l’idea di poter creare dei piccoli centri da altre parti. Dei luoghi, anche piccoli, dove le persone si incontrano, si scambiano idee, fanno circolare musica, progetti, visioni… e magari da lì nasce qualcosa che non avevi previsto. E forse oggi anche questo può essere una forma di resistenza culturale: riuscire a prendersi il tempo per ascoltare cose che non sono immediatamente consumabili. Perché siamo continuamente spinti a scorrere, scegliere, consumare e andare avanti. Quindi magari fermarsi davanti a un suono che non capisci subito, a un artista che non conosci o a un progetto un po’ fragile, e dargli semplicemente del tempo, può essere già un piccolo atto di resistenza.

E alla fine, forse, i miracoli di cui parlate sono proprio questi. Non sono necessariamente cose enormi, non fanno sempre notizia. Però magari succedono, e nel tempo lasciano qualcosa.

Francesco Morittu live @ Spectrapolis Festival – Credits Caroline Wehbe

Questa intervista nasce anche dal fatto che Isulafactory da qualche tempo è molto vicina alla realtà musicale sarda. Nel vostro catalogo trovano spazio diversi musicisti che dalla Sardegna hanno deciso di approdare in Sicilia come il Danyart New Quartet, Mario Massa e Raffaele Matta, Matteo Sedda, Francesco Morittu, Rosario Di Rosa (che non è sardo ma in Sardegna ha stabilito legami forti) e forse altri in prospettiva. Un ponte di collaborazione e scambio che è difficile da spiegare. Come è nata questa collaborazione tra isole e idee?

In realtà il primo contatto vero con la scena musicale sarda è stato Raffaele Matta, con il suo trio. Da lì è iniziato tutto, e con Raffaele nel tempo si è creato un rapporto molto forte, che oggi va ben oltre l’amicizia: è soprattutto un rapporto di collaborazione, di scambio e di lavoro che continua a crescere.

Poi, attraverso di lui e attraverso altri incontri, abbiamo iniziato a conoscere meglio una scena musicale che ci interessava molto. Sono arrivati altri musicisti, altri progetti, e piano piano quella che all’inizio era una singola collaborazione è diventata una rete di rapporti. Oggi nel catalogo ci sono diversi artisti legati alla Sardegna, appunto Raffaele Matta, Mario Massa, Daniele Ricciu, Matteo Sedda, Francesco Morittu e prestissimo ce ne saranno altri, intanto quello del chitarrista Mario Meloni con il suo trio, il cui album è in uscita entro metà novembre per IF Records.

La cosa interessante è che non è mai stato un progetto pensato a tavolino per creare un collegamento tra Sicilia e Sardegna. È successo in modo abbastanza naturale, partendo dalle persone e dalla musica. Con Raffaele, per esempio, c’è stata subito una sintonia sul modo di lavorare e di intendere la musica, e credo che questo abbia aperto la strada a tutto il resto.

Poi chiaramente due isole hanno storie e identità molto diverse, però ci sono anche delle affinità che rendono questo scambio particolarmente interessante. Per noi Isulafactory è diventata anche un modo per far circolare queste esperienze, mettendo in relazione musicisti e percorsi che magari altrimenti avrebbero avuto meno occasioni di incontrarsi.

Maurizio Caschetto – credits Isulafactory

Qui in Sardegna uno dei temi ricorrenti è quello dell’insularità, quella strana situazione che è sempre difficile da governare e che, soprattutto per chi lavora nella musica, non si può ignorare. Voi in Sicilia come vivete questa sorta di isolamento fisico, di dover fare i conti con i trasporti, con i costi da sostenere e con tutto quello che ne consegue.

In Sicilia l’insularità la senti parecchio, soprattutto quando lavori con la musica. Ogni spostamento diventa più complicato e più costoso. Devi organizzare voli o traghetti, pensare agli strumenti, agli orari, e alla fine spesso il costo del viaggio incide tantissimo sul budget di un concerto o di un tour.

Può sembrare una questione piccola, ma non lo è. Se già devi prendere un aereo per uscire dalla Sicilia o dalla Sardegna, aggiungere altri costi per poter portare il tuo strumento rende gli spostamenti ancora più difficili. E alla fine sono cose che possono far saltare una data o rendere semplicemente non conveniente andare a suonare da qualche parte.

Quindi l’insularità, per chi fa musica, non è solo il fatto di vivere su un’isola. È una difficoltà concreta che riguarda la possibilità di muoversi, suonare, fare tournée e creare collaborazioni. E secondo me è un problema che andrebbe affrontato molto più seriamente, perché condiziona direttamente il lavoro dei musicisti.

La distanza sembra un concetto del passato ma è pur sempre un limite fisico reale. Voi lavorate con tante esperienze che si trovano spesso lontane dalla vostra isola. Come riuscite a organizzare il rapporto con i musicisti, ad interagire e riuscire ad essere comunque vicini alle loro esigenze, ad azzerare i chilometri.

In realtà oggi la distanza pesa molto meno rispetto a qualche anno fa. Certo, quando c’è da incontrarsi, fare concerti o spostare strumenti, i chilometri si sentono. Per tutto il resto, però, riusciamo a lavorare tranquillamente anche a distanza.

Tra l’altro, noi non lavoriamo solo con artisti italiani. Abbiamo già prodotto un musicista di Brighton e uno di Atene, e abbiamo in programma altre collaborazioni con artisti di diversi Paesi europei.

Per noi è importante soprattutto avere un rapporto diretto con i musicisti. Ci sentiamo spesso, ci confrontiamo e lavoriamo insieme su tutte le fasi del progetto. Non è necessario essere sempre nello stesso posto per sentirsi vicini a un artista e capire di cosa ha bisogno.

Poi è chiaro che incontrarsi di persona resta importante. Però oggi, grazie alla tecnologia, puoi seguire un progetto anche se l’artista si trova a Brighton, ad Atene o in Sardegna. E questa per noi è una cosa molto positiva, perché ci permette di partire dalla Sicilia, ma di lavorare senza avere troppi confini.

Matteo Sedda

Di recente avete organizzato a Modica un festival che ha visto coinvolti artiste e artisti che fanno riferimento alla label. Credo sia un passo necessario per superare la fredda cortina del web e ritrovarsi in uno spazio fisico. È un’esperienza che pensate di portare avanti anche in futuro? Magari con una data anche in Sardegna.

Sì, assolutamente. Per noi organizzare concerti e portare gli artisti in uno spazio fisico è una parte importante del lavoro. Il web serve tantissimo, ma a un certo punto bisogna anche incontrarsi, ascoltare la musica dal vivo e stare insieme.

A Modica abbiamo fatto questa esperienza, con il festival, alla terza edizione, di musica elettronica IF SOUND FEST e ci piacerebbe sicuramente continuare a farlo. In realtà, per il secondo anno, stiamo già collaborando direttamente all’organizzazione di alcuni live dei nostri artisti a Bosa, in Sardegna. È una collaborazione che ci fa molto piacere e che rafforza anche il rapporto che abbiamo costruito con la scena musicale sarda.

Quindi sì, l’idea è proprio quella di continuare a creare occasioni dal vivo, non solo in Sicilia ma anche fuori. Per noi è un modo naturale per far conoscere gli artisti, incontrare il pubblico e creare nuovi rapporti. E Bosa è già una conferma in questa direzione.

Cosa ci dobbiamo aspettare da IF nel prossimo futuro?

Nel prossimo futuro vorremmo soprattutto crescere e riuscire a seguire ancora meglio gli artisti con cui lavoriamo. Oltre alla produzione, infatti, stiamo pensando di creare anche un vero e proprio servizio di booking per i nostri artisti.

L’idea è quella di diventare per loro un riferimento più completo: non occuparci solo della pubblicazione di un disco, ma seguirli anche nei concerti, nella promozione e più in generale nella loro attività.

Continueremo poi a cercare nuovi artisti e nuove collaborazioni, anche fuori dall’Italia. Riceviamo diversi demo e, tra le realtà che ascoltiamo, continuiamo a guardare alla Sardegna come una delle scene più interessanti in Italia, forse la fucina che in questo momento ci incuriosisce di più. Ci sono tanti musicisti con idee diverse e con un’identità molto forte.

La Sardegna quindi è e sarà sempre un punto di riferimento per Isulafactory. Abbiamo già diversi contatti e ne stiamo sviluppando altri con artisti sardi, quindi sicuramente continueremo a lavorare in questa direzione.

Alla fine quello che ci interessa è crescere un po’ alla volta e riuscire a essere sempre più vicini agli artisti, seguendoli in più aspetti del loro percorso.

Immagine in copertina – credits Federica Vero