Dal decennio scorso uno spettro si aggira tra le vestigia di quello che chiamavamo Occidente. Non è il fantasma di marxiana invenzione e neppure un’entità plasmata dal folklore post-digitale: è qualcosa che troviamo già incistato nei rivoli più risalenti della storia europea, tra Malleus Maleficarum e Protocolli dei Savi di Sion. Qualcosa che neanche l’era dei lumi e il martellare metallico delle rivoluzioni industriali è mai riuscito a seppellire. E che oggi torna a bussare più forte che mai: era il 1992 quando Steve Tesich parlò per primo di “post-verità”. E il 1995, quando Nick Land e la sua setta di tecno-occultisti del CCRU introdussero l’idea di “iperstizione”. Due concetti dal risvolto diversissimo, che però ci aiutano a inquadrare l’aura elusiva che circonda lo spettro menzionato nell’incipit. Che non ha nome, perché è il nemico immaginario. È l’incubo principale di fanatici e moderati, di apocalittici e integrati, di destra e sinistra. È il male, punto. Un orrore indefinito, un Anticristo senza volto, un Keyser Söze che veste tutti i colori del mondo, tranne quelli della tua squadra. Esiste? Speriamo di sì, e auguriamoci di non incontrarlo. Perché il suo solo esistere è una ragione di vivere.
Un concetto che Andrea e Dav esplorano a fondo, discendendo il baratro che porta dalla follia collettiva all’interiorità viscerale di ogni individuo, nel nuovo disco dei Fanciullino, Nemico Immaginario. Band per metà sarda e per l’altra metà toscana, formata a Pisa a cavallo tra gli scorsi anni Dieci e questi ben poco ruggenti anni Venti, si sono mossi nel ricco underground locale di emo, hardcore e postcore, emergendo con i due dischi di Ultras Timido, di cui il secondo capitolo è uscito ad aprile di quest’anno. E mentre i precedenti lavori vedevano tendenze compattamente emo-punk e post-hardcore, arricchite dal mescolarsi del chitarrismo blues di Andrea con la creatività percussiva di Dav, oggi la tavolozza sonora si allarga, così come quella tematica. Per i due Fanciullini, il nemico immaginario è «da cogliere nell’etere contemporaneo: ciò che motiva è questa figura, incarnata da tutto ciò che viene filtrato attraverso i social, la politica o le conversazioni tra le persone. Serve un nemico per fare le cose». Non a caso la scrittura ha inizio nella post-pandemia «in un momento di forte polarizzazione tra vaccinati e non, tra chi vedeva le cose in un modo e chi in un altro. Il nemico immaginario è l’ostinazione di trovare qualcuno che ti è nemico e non sai nemmeno chi, ma sai che è contro di te, dandoti forza propulsiva». Con lo scemare del conflitto vaccinale il concetto si è evoluto, in una visione ora più introspettiva dell’andar avanti tramite un’auto-narrativa anti-qualcosa.
E rispetto al passato anche la tracklist è cresciuta, con le venti tracce raccolte dentro Nemico Immaginario: un largo spazio adatto a sperimentare, come anche a costruire una “trama” interna al disco, da ascoltare attentamente da inizio a fine, in una sincera ricerca di longevità e completezza del progetto. Si richiama l’influenza degli Hüsker Dü, nella volontà di forgiare un sound eclettico ed esteso, in un approccio di fusione non solo tra le due voci e tra chitarra percussiva e batteria melodica, ma anche tra generi, con contaminazioni post-punk, slowcore, indie rock e persino jazz, funk e samba. Crossover che per i Fanciullino ci sono sempre stati, ma solo in saletta, e che oggi scoprono anche gli ascoltatori, svelando ben più che il solito gruppo emo. Ma, assicurano Dav e Andrea, l’ispirazione principale rimane la vita quotidiana di entrambi, nella musica condivisa insieme così come nelle esperienze individuali, in una crescita artistica e umana che prelude a nuovi, intriganti sviluppi musicali. Nel frattempo, ci teniamo Nemico Immaginario e il suo caleidoscopio di sonorità e tensioni, in venti tracce dai titoli assurdi e geniali, affidandoci ad Andrea quando dice che «probabilmente ora il mio nemico immaginario è l’emo-punk».
