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FӨRMS
FӨRMS
20 Aprile 2026

Chi ha letto Il nome della rosa ricorda senza dubbio la descrizione del portone della chiesa, tanto carica di enfasi e colma di dettagli, quanto quasi del tutto inutile nell’economia della trama. Stessa cosa dicasi per la bianchezza di Moby Dick, dove il candore del cetaceo, protagonista di un intero capitolo, viene elevato a specchio introspettivo, senza apporto alcuno allo scorrere della narrativa. Umberto Eco e Herman Mellville non avevano granché in comune, tranne, forse, la libertà di staccarsi dalla narrazione e prendersi il tempo di soffermarsi su di un dettaglio, narrativamente ininfluente, fino a esasperarlo. All’esasperazione, essa sì, funzionale al racconto, spetta il compito di preparare l’animo a cogliere il movimento interiore nel quale la storia si sviluppa.

I FӨRMS hanno pubblicato il loro omonimo LP d’esordio. Sono arrivati alle stampe dopo una gestazione lunga fatta di brillanti live che ha visto il culmine nella presentazione ufficiale dello scorso 11 aprile allo Spazio Opposto a Cagliari. 

I confini odierni del brodo post math kraut sono egemonizzati da gente come gli Angine De Poitrine, che nella loro estetica schizofrenica sfornano note, armonie, poliritmi e quarti di tono, e come Altın Gün che, seppur in maniera diversa, fanno anch’essi dell’opulenza compositiva la loro cifra. I nostri quattro, sono dentro quel calderone con tutte le scarpe, eppure hanno deciso di prendersi la libertà di soffermarsi sui dettagli per ripeterli, strapparli, sviscerarli, senza alcun beneficio immediato nell’economia complessiva del disco, ma con un risultato percettivo enorme. L’effetto ipnotico, ciondolante, inesorabile, che storicamente ha richiesto ai catalogatori l’utilizzo di etichette nuove, è una caratteristica del loro suono, raggiunto attraverso intrecci collaudati, ma non per questo prevedibili. La batteria di Stefano Lo Piccolo e il basso di Riccardo Perria sono la potenza del pesante, su cui sono incisi gli arpeggi poligonali di Marcello Pisanu e la drammaticità delle tastiere di Massimo Trogu. Inutile dire quanto i ragazzi si conoscano e quanto l’amalgama sia una delle caratteristiche del collettivo, ma chi ricorda l’intro di farfisa, myspace e i Golfclvb, sa di cosa si parla.

Il canale prediletto per questo effetto è, ca va sans dire, il live, mentre l’ascolto sul disco – uscito per Brigadisco e Wallace Record, registrato all’Acme Studio da Corrado Cardia e masterizzato da Nicola Porceddu (aka Mr. Moka) presso il Lucifer Studio – non rende giustizia all’intenzione originaria. Sia chiaro, non è un difetto tecnico, né tantomeno un demerito della band. Si tratta un bisogno ontologico del marchingegno musicale così ben programmato dai FӨRMS, che richiede una connessione multisensoriale funzionale a quella disposizione d’animo. Solo quando tutti gli elementi sono presenti e allineati si manifesta quell’esasperazione ineluttabile che permette di cogliere il movimento interiore nella quale la trama musicale si dipana. In definitiva, è un disco tanto ossessivo e compulsivo da incarnare un presente che non sa più smettere di ripetersi.