

Il ritorno alle scene del quintetto “Atlantico” arriva dopo 18 anni di assenza ed è segnato da un disco pubblicato lo scorso 18 settembre per la ECM, registrato negli studi della Bavaria sotto la riconoscibile produzione di Manfred Eicher. Ritornare è nei fatti un riaffacciarsi fisico sulla scena internazionale, ma anche e soprattutto un riandare verso luoghi già esplorati e accarezzati in passato. Enzo Favata al sax, clarinetto e clarinetto basso, Marcello Peghin alla chitarra, Salvatore Maltana al contrabbasso, Daniele di Bonaventura al bandoneón e U.T. Gandhi alla batteria, decidono per la riunione del gruppo, riprendendo un discorso iniziato nel 1999 con il disco “Atlantico” ; rapporti e dialoghi che oggi si vestono di nuova luce e nuovo smalto, divenendo nel caso di Umberto Trombetta, al secolo U.T. Gandhi, testamento e lascito artistico (Umberto Trombetta è venuto a mancare lo scorso 10 agosto).
Leggendo il titolo dell’album e i titoli dei brani, ascoltandone la musica, si fa chiara la sua polarizzazione tra un punto di partenza e un punto d’arrivo. O meglio, tra una lingua di partenza e una lingua d’arrivo. Da un lato “Ritornare” un verbo italiano, e dall’altro “El Sur”, “Donde nace el viento”, “Milonga”, “Ventana” parole e termini spagnoli, ma con marcato accento e pronuncia castigliana. Nel fare andata e ritorno, nello stare o nel partire, si consumano strade e tratte che a volte portano negli stessi luoghi o parlano la stessa lingua. Il quintetto Atlantico si fa interprete in tempi diversi di una rinnovata storia di migrazione, di un legame mai interrotto tra il vecchio continente e l’Argentina. Con questo disco si approda nuovamente sulle sponde del Río de la Plata con un tratti e passi inequivocabili: a marcare e tracciare il sentiero vi è il bandoneón di Bonaventura, il quale chiaramente rivela un “ritorno in patria”, seppur inaspettato, in un linguaggio che ha poco a che fare col tango. Non è il solo bandoneón a fornire una collocazione d’arrivo ben precisa; le musiche di questo disco sono tinte e permeate di citazioni: se si pensa al brano El Sur è impossibile non fermarsi a citare Jorge Luis Borges; in Donde nace el viento ci si imbatte nel folclore di Saluzzi; l’andamento milonguero di Milonga del Sol si dipana con una pulsazione sotterranea accostata prudentemente al bandoneón che si fa spazio, ponendo in scena la sua stessa natura, il suo timbro e il suo respiro necessario.
Il racconto di storie e immagini si srotola come in un sogno oppiaceo: figure ambigue appaiono per poi essere spazzate via da un vento atlantico o da un casereccio maestrale. Enzo Favata giostra e spazia tra sax soprano, clarinetto e clarinetto basso, sempre con tratto inconfondibile, con il fare e con il suono di chi sa cosa dire e dove andare.
Favata non è il solo a sapere cosa fare, come muoversi e come dialogare; l’intero album è un’esperienza collettiva, coerente con il modus operandi della ECM, dove si registra tutti insieme, un paio di volte, senza box o spazi separati — proprio come dovrebbe essere affinché si possa marcare degnamente il «testimone sonoro», il disco, l’incisione, della più veritiera esperienza artistica.
Il pregio del lavoro musicale, dunque, è sancito anche dal blasone dell’etichetta per la quale il disco è stato edito e registrato. Il lavoro del “re Mida” Manfred Eicher non passa mai inosservato e non è affatto miracoloso, ma risultato di sensibilità artistica e lavoro; lo si percepisce dai dettagli più nascosti ma anche dalle evidenze lampanti, quali ad esempio la qualità audio (di assoluto livello) e l’essenza “hic et nunc” delle esecuzioni. Non è un caso che la ECM sia indiscutibilmente la più attenta e rinomata casa editrice per la musica jazz, e il calibro degli artisti che l’hanno frequentata lo dimostra senza se e senza ma: Chick Corea, Avishai Cohen, Keith Jarrett, solo per citarne alcuni.
Nessun musicista si limita ad accompagnare un altro: tutti dialogano amabilmente nel flusso osmotico di un percorso sonoro che si avvia con un moto nostalgico, resta e osserva, si muove, si adagia e sogna. Tutte le esecuzioni confidano un affetto etico, in cui ogni voce lascia spazio all’altra affinché possa realizzarsi pienamente. Le musiche di Ritornare sono fatte di accordi antichi e sospettosi, di suoni consumati dalla salsedine, di cortili ombreggiati e silenziosi; sfidano i tempi affannati e vanno a stanare uomini che hanno in serbo uno sguardo diffidente e accogliente al tempo stesso, un pugnale e un incantesimo, luoghi dove la melodia dura meno di quanto ci si possa aspettare perché il tempo passa veloce e insieme a lui, il viaggio.
Parte una nuova ventata, di sudestada o maestrale, e porta con sé l’odore di nafta di un peschereccio, i resti di una strada impolverata, i ricordi di un porto di partenza; restano invece le musiche di Favata, di U.T. Gandhi, del quintetto Atlantico e il ritorno a discorsi sospesi, ma mai interrotti.