C’è stato un bello scambio di chiacchiere con Alessandro Usai e Alessio Milia, i due portavoce di quel bel calderone di nome Ghaul Records, etichetta diy di stanza a Fluminimaggiore. Si è parlato di fare musica in provincia, cosa significa essere una label indipendente oggi, com’è percepito il loro lavoro nella comunità e tante altre cose. Un’intervista in collaborazione tra Sa Scena e il collettivo Prima Possibile.
C’è sicuramente un primo aspetto da cui partire: cosa sarebbe un “Ghaul”?
Alessandro: È una persona che ha dei modi di essere molto strani, e da lì la cosa si è estesa, diventando un simbolo. È qualcuno che fa il Ghaul, che ti disturba, che ti rompe il cazzo in serata e che non capisce quando lo fa, ma che soprattutto fa il verso, perché “Ghaul” è onomatopeico.
Alessio: Sì, nasce dal verso di questo soggetto, che ci ha fatto un po’ pensare.
Alessandro: Emette quel verso ed è anche un po’ simile ai gargoyle, una figura un po’ gotica. È triste ma allo stesso tempo disperato. E ancora, al contempo, è fondamentalmente un rompicoglioni.
Alessio: Come se fosse felice di essere disperato. Poi stiamo parlando della figura, non di qualcuno in particolare.
Si può dire che questo spirito del Ghaul si sia traslato nella vostra etichetta?
Alessandro: Tutti noi rifuggiamo dai Ghaul, poi alla fine ci rendiamo conto che rischiamo di diventarlo in determinate circostanze. È un po’ un gioco.
E voi siete diventati dei Ghaul, pubblicando musica indipendentemente? Nel senso che un’etichetta diy è a tutti gli effetti una rottura di coglioni, sia per chi la gestisce che per chi la subisce.
Alessandro: Mah, non abbiamo mai avuto la presunzione di “romperli” a nessuno. Sarebbe troppo arrogante, per come la vediamo noi.
Alessio: Poi nulla esclude che qualche brano abbia un mood da Ghaul e che lo sia perché non è stato pensato per essere in quel modo, però magari tutto quello che c’è dietro come registrazione e produzione è un po’ da Ghaul.
Alessandro: Certamente fare musica a Fluminimaggiore spesso ti rende Ghaul agli occhi esterni, per forza. Noi siamo dei testardi, nel senso che se dopo tutti questi anni continuiamo a fare musica è proprio perché veramente ci piace. E continuiamo a volerla fare ostinatamente anche quando il riscontro è zero, proprio perché non ce ne frega un cazzo di quel riscontro. Io personalmente penso di aver smesso di guardare le views a vent’anni, forse. Non è quello che cerco.
Alessio: Purtroppo ci troviamo in un periodo storico in cui i numeri sembrano avere un’importanza maggiore della musica stessa. Noi invece continuiamo a farlo divertendoci come abbiamo sempre fatto, un po’ da Ghaul, un po’ in modo professionale. Perché poi nel collettivo – che siamo noi due più chiunque abbia voglia – questa è la filosofia: fare ciò che possiamo e nelle possibilità che abbiamo di farlo. Come registrare in luoghi alquanto bizzarri e in modi altrettanto strani, per esempio.

Ora che la mitologia è chiara, come nasce l’etichetta? E cosa sono queste “c”?
Alessandro: Il punto di non ritorno è stato il CoVid, perché in paese a quel tempo abbiamo avuto la fortuna (o sfortuna) di avere una sala comunale come fucina musicale di bidda. Poi con la pandemia, molti dei nostri concittadini si sono dovuti arrangiare con gli home studio. E lì stanno le nostre origini. Perché io invece ho dovuto cercare un posto che non fosse casa mia. Così ho trovato la prima “C”, che era uno stanzone a forma di C nell’anfiteatro comunale. In seguito da lì ho dovuto sgomberare e sono finito in uno spazio del salone parrocchiale, dove c’era la Santa Chiesa e dunque “Santa C”. E in chiesa è nata l’etichetta. Lì, alla fine del 2021, io e Alessio abbiamo iniziato a registrare e a far partire le collaborazioni, tuttora attive in paese, con Andrea Kush, Dose, Nube e tutti gli altri.
Alessio: Oltretutto proprio l’esordio di Nube è stata la nostra primissima uscita. Non aveva mai fatto un pezzo prima, quindi anche per lui è stato importante trovare persone che lo aiutassero a tirare giù dei brani suoi.
Alessandro: Quello è uno dei pezzi registrati in “Santa C”. Poi anche dalla chiesa, verso Pasqua del 2023, abbiamo dovuto trasferirci. Anche se non avevamo più uno spazio, sentivo che dovevamo fare qualcosa e così abbiamo scelto di trasformare il garage di mia madre in uno studio. Che poi fa ridere perché anche lì c’è una “C”, essendo in via Fenu 4C. Così, abbiamo preso la “4C” e l’abbiamo ristrutturata con l’aiuto di mio zio.
Alessio: Forse quello è il lavoro meno Ghaul di tutti gli altri. [ride]
Alessandro: Da lì finalmente abbiamo avuto un posto da cui non poteva mandarci via nessuno, in quella che speriamo sia la base definitiva. Alla “4C” abbiamo lavorato a tutto il materiale pubblicato da allora. Che poi non è che sia tantissima roba…
Se consideriamo che comunque si parla di un’etichetta do-it-yourself, peraltro nella profonda provincia dell’Isola, credo abbiate un ampio catalogo invece.
Alessandro: Tu dici così, ma io a volte entro in paranoia perché penso di produrre troppo poco, se guardo a etichette con ritmi produttivi mille volte superiori, che a onor del vero sono pure più grandi di noi. È un lavoro complicato per noi e non sempre hai la voglia o le risorse mentali per registrare. Quest’anno abbiamo già pubblicato un po’ di materiale. E credo sia pure tutto per questo 2025.
Un 2025 non da poco, visto che potete vantare due release non di poco rilievo: da una parte l’ep Siren Song di The Springs e dall’altra Arrepicus.
Alessandro: Arrepicus è già diverso perché non è realizzato in “4C” ma nel campanile del paese, un progetto estemporaneo e difficile da ricreare. Rispetto a Ghaul la ritengo una questione a sé stante, sia per il risultato che per le motivazioni che mi hanno convinto a farlo. Mentre The Springs è un’idea di Gianmarco Virdis, che da un suo progetto solista è diventato un trio in cui io suono la batteria, lui la chitarra e Andrea Kush il basso. Con questa formazione vorremmo pubblicare anche roba nuova che aspetta solo di essere registrata. Il genere sarà sempre lo stesso, ma non saprei definirlo. Forse in questo sei più bravo tu.
Alessio: Genere Ghaul!

In un mondo di personale delle etichette che non si sa bene che cosa faccia, è interessante vedere che i vertici di Ghaul partecipano alle produzioni stesse.
Alessandro: Più che vertici, ci definirei collante. Dipende anche dalle cose che sanno fare le persone: Alessio è di gran lunga il più capace con mix e master in zona. E se lui non può comunque mi consiglia. Io ti sto incensando, Alessio, non fare il timido…
Alessio: A me gasa molto che ancor prima che esistesse la Ghaul, in qualche modo l’etichetta c’era già. Sin da quelle notti a creare musica in “Santa C”, ogni fase della produzione è sempre stata gestita tra noi due.
Alessandro: È stata una collaborazione molto positiva: quelle notti in Santa C ci hanno fatto confrontare e imparare, facendo qualcosa che in paese quasi nessuno aveva mai fatto. Anche perché, essendo in pochi, litigi e dissidi sono molto comuni. Quello è stato proprio un bel periodo: stavamo rinchiusi fino a orari improponibili con molto infogo e tanti amici ad assistere.
Sì, è forse una delle cose più divertenti: quando il tuo giro sa che fai musica, e mentre produci viene ad assistere anche gente che non ne sa proprio niente.
Alessandro: È il momento in cui impari di più, perché sei più propenso a farlo. Avevamo pure portato il monitor in “Santa C” per collegare il Mac e mixare lì dentro, in un ambiente assolutamente non professionale e con tanto di nicchietta per il mic. Però l’acustica era veramente figa. La potete sentire nella batteria suonata da me in Kabuki Theater dei The Springs, quando ancora non era un progetto Ghaul.
Alessio: Tutto il materiale dell’epoca è stato prodotto in Santa C e anche molte cose pubblicate successivamente, per forza di cose. C’è anche da dire che un sacco di altre robe non hanno mai visto luce… Però non è detto che non usciranno mai! Perlomeno, noi non buttiamo nulla. Al massimo si aggiusta e si trasforma.
E trattando di litigi in bidda, la comunità locale come ha vissuto Ghaul?
Alessandro: Non c’erano fiumi di champagne che scorrevano, ma la mia generazione e quelle più giovani – come quella di Alessio – ci hanno sostenuto. Vale sempre lo stesso discorso però: nemo propheta in patria. E infatti ci hanno calcolato di più le persone con cui non abbiamo mai avuto a che fare – di Cagliari, Iglesias e altre città – che i nostri compaesani. Ce lo aspettavamo.
Alessio: Alcuni hanno pure manifestato un po’ di invidia latente Così almeno abbiamo percepito. Magari anche per presunte collaborazioni che non sono mai nate…
Alessandro: Non parlerei neanche di invidia, quanto di scarsa considerazione forse? Come a dire “vabbè, ma che cazzo vuoi che facciano questi?” e disfattismi simili.
Alessio: Tanto noi non abbiamo mai puntato a fare chissà cosa. Cioè, fai quello che ti piace e se ha riscontro fa piacere.
Alessandro: Chi era, Joe Cassano? Che diceva “Questa merda solo io posso metterla a processo, se piace bene, se non piace fa lo stesso”? [ride]
Alessio: Sì, una roba del genere. [ride]
Alessandro: E noi l’abbiamo resa la nostra filosofia.
Sembra un problema ricorrente questo: fai qualcosa di nuovo e pensi che un po’ di supporto lo si trovi tra i locali. E invece sono i forestieri ad apprezzare.
Alessio: La musica, a parer mio, è nata per unire. Il fatto che la gente del posto non solo non apprezzi – e il gusto è gusto, ci mancherebbe – ma giudichi pure, manda un po’ tutto a quel paese… Poi vabbè, ora ci sono tante collaborazioni anche tra sud e nord pure negli ultimi tempi proprio i ragazzi della Nuova Sardegna sono entrati in major, andando oltre le solite divisioni campaniliste e uniti dalla musica.
Alessandro: Poi il fatto di stare a Fluminimaggiore comporta dover ampliare i tuoi orizzonti, quindi chi ti ascolta lo fa e chi non ti ascolta, pazienza. E se andiamo a vedere la nostra proposta è pure abbastanza contraddittoria: l’etichetta va avanti con difficoltà essendo generalista, figuriamoci se si settorializza. Quindi alla fine pubblichiamo tutto ciò che viene prodotto con i contatti in paese. Anche perché Ghaul è nata per mettere in relazione persone che suonano.
Alessio: Questo a prescindere dal genere o addirittura ibridando stili in qualcosa che già può esistere o meno. Del resto noi non abbiamo inventato nulla.
Alessandro: Alla fine è quello. Dose in Respiro ha rappato sopra una strumentale fatta da me e Kush che è una sorta di funk progressivo, un esperimento di rap su una base effettivamente suonata e senza alcun campione, più o meno riuscito.
Il resto d’Italia sembra essere assediato da etichette indie che ormai puntano solo a fare musica cucita apposta per entrare nelle playlist editoriali di Spotify, e se dieci anni fa avevi solo rap e indie, oggi magari ti ritrovi dieci generi, però tutti standardizzati. A voi quanto interessa questo lato del settore?
Alessio: Non abbiamo mai fatto neanche sponsorizzazioni, manco un centesimo. Forse gli unici soldi spesi sono stati per mettere la nostra musica sui servizi di streaming.
Alessandro: Però noi come etichetta non abbiamo mai messo musica su Spotify, lo hanno sempre fatto gli artisti individualmente. Anche perché Spotify mi sta altamente sul cazzo, io non assocerei manco il nome dell’etichetta a loro…
Alessio: Per Spotify in realtà intendiamo la distribuzione streaming in generale.
Alessandro: Alla fine il problema è che se non ne hai neanche uno scegli di non esistere, quindi alla fine abbiamo tenuto almeno quelli gratuiti. La nostra musica la trovi su Youtube e Bandcamp, che poi anche loro non sono mica il Fatebenefratelli.
E cosa vi fa dire allora, “questo sì che è un progetto da Ghaul”?
Alessandro: Non ci ho mai pensato. Io sono molto aperto, quindi dentro l’etichetta si trovano anche cose che stanno agli antipodi e non avrei una selezione in mente.
Alessio: Ma qualche brano che ci fa dire “cavolo, questo suona proprio da Ghaul”?
Alessandro: Beh per esempio, quando Gianmarco mi mandò i provini dei suoi brani, pensai subito che sarebbero stati da pubblicare appena avrei avuto un’etichetta. E così in effetti è stato.
Alessio: C’è da dire che il primo pezzo di Nube mi ricorda un po’ lo spirito da Ghaul, perché, a parte gli scherzi, quella canzone è puro menefreghismo verso l’essere umano e verso tutto. Non a caso si intitola Odio Tutti. E se ci ricolleghiamo al Ghaul, quella è proprio l’attitudine che avrebbe: me ne sbatto degli altri, mi comporto come voglio e le conseguenze non mi interessano.
Alessandro: Non avevo mai ragionato in questo senso.
Alessio: Ma anche Lettera, il pezzo tuo. In un certo senso è una denuncia più che sociale, quasi esistenziale. Mi suona molto Ghaul. O per esempio il mio brano con il campione della voce stonata, perché il pezzo originale stesso è stonato. Abbiamo passato un sacco di tempo a capire come farla suonare giusta, poi a una certa ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto “ma chi se ne frega!”, ci piace così, ha qualcosa di diverso ed è da Ghaul.
Alessandro: Alla fine il ruolo di Ghaul è quello di collettore. Aiuti a far in modo che il pezzo venga al meglio che si può e che arrivi a essere pubblicato.
Alessio: Poi è un grande calderone, non c’importa di seguire canoni o generi precisi. Come fosse un minestrone che può piacere o meno. È il cibo del Ghaul.
[risata collettiva]Quindi le altre etichette parlano di business plan, e voi invece surfate l’onda.
Alessandro: Ma sì, perché alla fine l’etichetta siamo noi stessi che ci suoniamo e a me piace veramente farlo. Ghaul Records è un luogo d’incontro sulla musica a 360 gradi, io non mi vedrò mai manager e aborro abbastanza il ruolo.
Alessio: All’inizio manco i social erano previsti, ma se non li hai nessuno può conoscerti. Come fai a far sentire la Ghaul a un tuo amico, se non sa dove cercarla?
Alessandro: Magari la pagina non pubblicherà ogni giorno per fidelizzare i seguaci, ma restiamo presenti con le uscite. Io detesto i social e per fortuna da qualche tempo mi dà una mano la mia ragazza. Ormai devi suonare, registrare, mixare, masterizzare e magari poi pure promuoverti.
Si può dire che Ghaul abbracci l’antimarketing?
Alessandro: Certamente. È tanto antimarketing quanto i sandali sono antisesso.
E del futuro prossimo di Ghaul e compari, cosa si può dire?
Alessandro: Cercare di pubblicare altro materiale, di cui qualcosa già do per certo. Poi non saprei. Non ho idee faraoniche che non siano pubblicare musica.
Alessio: Verranno pubblicati progetti sempre con lo stesso spirito, volendo fare musica insieme o vaneggiando collettivamente, con maggiore esperienza e quindi suonando meglio e con idee più innovative. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, che è difficile da trovare ma ne vale la pena.
Alessandro: Verissimo, la cosa principale è l’idea di far suonare meglio le cose. Noi siamo partiti praticamente da zero, Alessio aveva già qualche esperienza, oltre a frequentare la NAMM. Io partivo molto indietro e ho dovuto imparare quasi tutto con gli strumenti che avevamo, che erano pochissimi. Quindi, ci metterei dentro anche migliorare l’attrezzatura.
Alessio: Poi rimarrà com’è sempre stato. Pezzi da Ghaul per il Ghaul, fa ridere però il concetto è quello.
Alessandro: [ride] Rido perché dici le cose che vorrei dire io.
Alessio: Ti faccio capire: un giorno Alessandro sogna una produzione dall’inizio alla fine, e la sera stessa ci mettiamo a registrare quel pezzo. Ero sconvolto.
Alla Paul McCartney, praticamente.
Alessio: Alla Ghaul McCartney!
[risata collettiva]E un Ghaul Festival?
Alessio: È un po’ un azzardo, perché dovrebbe essere a tema Ghaul, molto grezza e professionale allo stesso tempo. Un festival con delle incredibili contraddizioni.
Alessandro: Ci abbiamo pensato anche agli inizi, ma diciamo che manca la materia prima per far sì che funzioni. L’unica cosa fatta dal vivo finora è stato un live al Fabrik con i miei Andersound, i Fuzz Riders e i Peregrin. Tra Ghaul e amici saremmo una decina e, supponendo collaborassimo tutti, restiamo comunque troppe poche persone. Alla fine bisogna essere sinceri e umili.
E l’umiltà non è qualcosa che manca a Ghaul.
Alessandro: Se fai musica a Fluminimaggiore, diciamo che restare con i piedi per terra è un requisito essenziale. E sappiamo quali falle possono avere i nostri dischi, ma non saremo mai quei meme ambulanti che usano termini in inglese per fare i grossi.


