Black Black Istanbul – Driving full throttle

Gabriele MuredduMusica, Recensioni

Nell'arco di questo 2023 il nome dei ha iniziato a essere ricorrente nei cartelloni di festival e concerti in Sardegna. L'apertura per il live degli Skunk Anansie, uno degli eventi di punta dell'estate cagliaritana, è stata seguita da partecipazione ad altri eventi, tra cui il Karel Music Expo. In ogni caso non si trattava di esordienti assoluti, perché “Driving Full Throttle” vede la luce cinque anni dopo l'ep di esordio omonimo e pubblicato per la Oh Dear! Records. E nell'arco di questo lustro il duo di Seneghe, composto da Claudio Fara (voce e chitarra) e Martino Pala (batteria), ha affinato il proprio stile arricchendolo di elementi, sebbene lo scheletro sia rimasto lo stesso.

A primo impatto colpisce la somiglianza tra la dimensione live della band e la resa in studio, arrivando a sovrapporsi e dando l'idea che la vera realtà in cui comprendere i BBI sia sopra un palco e non dentro una sala di registrazione. Il disco in questione è autoprodotto e il mastering è stato affidato a Villy Cocco (che ha curato i lavori di artisti come Elepharmers e Blackstones) dimostrandosi una scelta idonea visto il sound proposto dal gruppo. Le influenze principali possono ritrovarsi nei grandi nomi della scena hard blues del passato, su tutti Black Sabbath e Blue Cheer, declinati in generi che ne hanno ereditato gli elementi e li hanno sviluppati come lo stoner di Queens of the Stone Age e Fu Manchu, garage, il fuzz e l'alternative. La novità, rispetto agli esordi, è un maggiore richiamo alla tradizione di alcuni duo, come White Stripes, Royal Blood, Death From Above 1979 (questi ultimi due sono evidenti in brani come “I'm not ready for the guns” e “Future Sorrow”), e l'influenza dei lavori di Ty Segall, il ricorso all'elettronica e l'interpolazione di citazioni cinematografiche e stralci di conversazione della Nasa.

Nel complesso Full Driving è un disco che, come esplica il titolo stesso, ha un tiro ininterrotto e senza freni, una corsa folle e continua sull'acceleratore. Gli unici momenti in cui sembra rallentare sono quelli più psichedelici, in cui sono intrecciati tappeti sonori accattivanti e che mostrano un'ottima sinergia tra chitarra e batteria. A sua volta colpisce la capacità di scrittura delle canzoni, per quanto si parli di soluzioni non certo innovative ma che, in ogni caso, brillano perché risultano divertenti e orecchiabili. La scelta di inserire nella tracklist una cover di un successo pop del 2006 di Nelly Furtado, “Maneater”, proposta in maniera personale, gioca a favore del duo oristanese e rappresenta una buona conclusione per questo album in studio. I trentasei minuti e trentasei secondi del lavoro ci consegnano un power duo con buone idee, che è abbastanza furbo da rifuggire un manierismo piatto e proporre canzoni con un buon tiro e giusta dose di entusiasmo.