Sa Scena


Beeside
Good Boy
Scrivere di musica, in una realtà così peculiare come la nostra, talvolta può generare dei – passatemi il termine – carenze di spazio e tempo che impediscono di stare dietro a ogni pubblicazione meritevole di attenzione sui nostri lidi. Una sorta di self-induced mission, a cavallo tra l’esigenza di restituire qualcosa di creativo e l’impegno di colmare i vuoti dell’offerta culturale, o quantomeno di contribuire a ripiantare semi nel deserto che ci circonda. Vi sono progetti musicali di cui non abbiamo (ancora) scritto per ragioni di contingenza, o semplicemente perché usciti prima della nascita della nostra rivista, lasciandoci addosso un certo disappunto. Ma quando sopraggiunge un nuovo capitolo di questi nomi in precedenza ignorati, l’occasione diventa quella giusta per rimettere la chiesa al centro del villaggio.Il ritorno di Beeside è uno di tali casi. Sono trascorsi oltre quindici anni dall’esordio del sassarese Federico Giovanni Pazzona, che lo scorso primo maggio ha pubblicato per Nesc’i Dischi il suo terzo lavoro solista, Good Boy.
Federico ha un passato da musicista in progetti che oscillano tra punk e grunge, che si riflette nell’approccio minimale al folk che contraddistingue la sua produzione come Beeside. Il moniker, polisemico, richiama esplicitamente i lati B dei vinili (b-sides): canzoni considerate minori o lasciate fuori dai dischi principali, ma che col tempo diventano oggetto di culto per fan e collezionisti, spingendo le label a cavalcare la richiesta per infilarle in costose edizioni rimasterizzate. E, nel caso di Pazzona, su queste b-side aleggia lo spettro di Elliott Smith. All’ascolto alcuni brani di Good Boy danno proprio l’impressione di essere tracce dimenticate in un cassetto, inediti del compianto cantautore statunitense il cui stile permea l’intero lavoro.
Good Boy arriva a distanza di anni dall’esordio Mood Spirals (2012) e dal successivo Lullabies of Love and Hate (2016), intervallati nel 2020 dalla reinterpretazione dal vivo del capolavoro di Battiato L’arca di Noè, realizzata insieme a Roberto Achenza e Luigi Frassetto. Proprio con quest’ultimo l’artista sassarese è tornato in studio, per curare la produzione e registrazione del nuovo album. Se il titolo del secondo lavoro richiamava l’influenza di Leonard Cohen, qui i punti di riferimento si ampliano, guardando in particolar modo a Nick Drake e Sufjan Stevens. Tuttavia, non ci si trova davanti a un prodotto sbiadito o manieristico: emerge invece una spiccata vena cantautorale, che manifesta la capacità di scrivere pezzi ispirati, di cui il fingerpicking è la matrice sonora principale. Tra parti sussurrate e momenti più crudi e umorali, l’intero album si snoda alternando il minimalismo acustico a orchestrazioni e arrangiamenti rinforzati da inserti di piano, armonica, mellotron, percussioni e basso elettrico.
Un disco intimo e viscerale, in cui i contrasti tra sentimenti (speranza e dolore, coraggio e paura, nostalgia e desiderio di voltare pagina) hanno contorni ruvidi e irregolari, sotto forma di quindici brevi racconti sonori, tra cui spiccano per bellezza il trittico iniziale The End of the Century, All About the Moon e National Geographic. Good Boy è soprattutto un’opera di folk indipendente, frutto di un percorso individuale, umano e spirituale ancora prima che musicale e canzoni che sintetizzano cicli di trasformazione, vulnerabilità, ricordi mai appassiti, rinascita e nostalgia. Atmosfere che richiamano quegli scenari di periferia e di piccole comunità americane lontane dalle metropoli, splendidamente raccontate dalla letteratura contemporanea e dal nuovo filone dell’alternative folk statunitense di Bon Iver, Jason Molina, Kevin Morby o David Berman, di cui si percepisce la vicinanza musicale con l’artista sassarese.