

Ci sono dischi che quando li ascolti la prima volta, ti fai molte domande. Tipo quale sia l’idea dietro, se l’album nella sua interezza voglia dire qualcosa di preciso (o anche no), se durante la realizzazione si avesse contezza di quale fosse il suo obiettivo o se si sia navigato a vista mettendo insieme alla bene meglio tutto quello che di buono si aveva per le mani e via dicendo. Cose da chi si fa seghe mentali sui dischi per poi scriverne, insomma. Ecco, di dischi come questi non è esattamente semplice scrivere. A volte suonano un po’ come una raccolta di b-side e outtake, che almeno, tra tutti i difetti che hanno, almeno non passano per album. Oppure come succedeva spesso – non a caso, nel jazz o nel soul – quando, specie agli esordi, si registravano dischi con il miglior materiale a disposizione, con la speranza che, se poi fossero andati bene, forse ci sarebbe stata la possibilità di lavorare a qualcosa di più concreto. Un po’ di queste domande sono scaturite anche dall’ascolto di Tempomora, primo disco di Alice Marras. E già il fatto che un disco porti a porsi domande, qualcosa dovrebbe significare.
Alice Marras è cantante, vocologa e docente di esperienza ventennale. Ha calcato i palchi dei principali festival isolani, collaborato con progetti RAI e suonato in giro per l’Europa. Non l’ultima arrivata insomma. Le poche parole al dirette agli uffici stampa sul suo disco d’esordio parlano di «mappa cronologica della mia vita, una linea temporale e musicale dei miei ricordi e delle tante versioni di me che negli anni si sono date il cambio» e ancora dicono che il disco «descrive il peso del passato e ciò che lasciamo a metà o che aspettiamo di fare». Cosa che spiega in parte l’apparente variegata confusione che scandisce le undici tracce del disco, ma tante varietà di soluzioni e arrangiamenti – jazzy, pop, folk – a volte frammenta l’ascolto, non sempre piacevolmente, e rende il disco forse un po’ troppo fuori fuoco. Poi ci sono quei testi in italiano (non tutti), che alla fine compromettono alcune canzoni, che magari avevano pure buoni spunti, ma la lingua madre, si sa, è ingombrante e si prende sempre molto più spazio di quello che le si vorrebbe dare.
Però, un primo ascolto fugace non sempre è sufficiente. Per Termopora non lo è, diversamente non staremo qui a parlarne. Perché il disco in realtà racchiude soprattutto cose belle. La prima, anche se non per rilevanza, è che si tratta di un disco cantato da una voce femminile notevole. Alice Marras ha saputo coltivare una vocalità davvero duttile e capace di tante gradazioni cromatiche, sintetizzate nella sua personale versione a cappella di Io che amo solo te di Sergio Endrigo, che introduce in solitaria, mettendola coraggiosamente a nudo. E poi è un disco suonato impeccabilmente e orchestrato in modo degno di questo nome. E già solo questo dovrebbe meritare una menzione, vista la scarsità di allineamenti astrali in tal senso da queste parti. Ma non stupisce alla fine, perché la parte musicale è tenuta in piedi da un parterre di musicisti oggettivamente inusuale e altrettanto determinante: Riccardo Galardini, storico sodale di Ivano Fossati, alla chitarra, Sebastiano Dessanay al contrabbasso, Claudio Fossati, figlio del cantautore genovese, alla batteria, Andrea Granitzio alle tastiere e Gigi Marras al flauto. Poi ancora cori, archi, arrangiamenti pomposi e orchestrali, spazio per gli strumentali, tutte cose che si lasciano ascoltare con piacere. La produzione di Marti Jane Robertson fa il resto e chiude il cerchio. Poi ci sono quei pezzi decisamente riusciti che arrivano un po’ all’improvviso, proprio mentre ci si chiede dove voglia andare a parare il disco, e che invece danno l’idea di dove sarebbe potuto arrivare davvero. Oltre alla succitata cover, Tiptoes, Lentiggini, Non ho, con la partecipazione di Alessandro Di Liberto, e anche Aria Callenti, titolo che alle nostre latitudini evoca lo spettro delle peggio cose.
La sorpresa in un disco è sempre cosa buona e giusta. Specie quando arriva all’improvviso e non preceduta dai migliori auspici. Tempomora, nonostante una certa frammentarietà generale – e forse anche grazie a essa – alla fine la suscita, guadagnandosi un posto tra i dischi che non dovrebbero passare in sordina.