Vilma – Primo

Francesco Bustio DettoriRetromania

Qualche tempo fa, in un giorno qualunque della mia esistenza, mi ritrovai a parlare di musica con il mio amico Federico.
Federico, meglio conosciuto come Beeside, è un chitarrista sopraffino, un cantautore di assoluto valore, nonché uno di quei rari esploratori di sentieri sonori solitamente meno battuti. Ricordo che nel bel mezzo della nostra conversazione Federico bloccò il suo flusso di coscienza per sentenziare, con una convinzione che non ammetteva repliche: “Sai, attualmente i miei gruppi preferiti sono due: i Tortoise e i Vilma!”.
Risposi interdetto: “Addirittura i Vilma?”.
Riaffermò tutto con decisione.

Giunto a casa, quell’accostamento ebbe l’effetto di un tarlo nel legno. Una band cardine del post-rock internazionale affiancata a una realtà locale. Mi ritrovai a rimuginare su quel sottile auto-razzismo che spesso porta le realtà musicali dell’isola a essere pensate solo all’interno della propria regionalità, come che la loro provenienza implicitamente portasse con sé il marchio di una presunta inferiorità. Non solo Federico aveva affermato un concetto che parlava di parità, ma lo aveva ribadito in maniera del tutto convincente. Stavo sbagliando modo di pensare e non lo sapevo. Lo squarcio era aperto.

Olmo, Ovidio, Simone e Tomaso riuscivano a comunicare qualcosa di terribilmente personale con una urgenza che faceva stringere i pugni e tremare i polsi, e andava ammesso. Nella loro musica non c’era nulla di visceralmente diverso rispetto ai C.S.I. o ai Marlene Kuntz: il piano emozionale era coincidente.

Sono passati dieci anni dal primo disco dei Vilma, intitolato Primo. La copertina di Stefano Campus è solo il primo passo all’interno di un vortice che colpisce come un pugno in pancia: le chitarre sono affilate, la sezione ritmica è una carotide pulsante, i testi sono crudi, schietti da far male. Sette brani, meno di venti minuti in tutto, un concentrato di esistenzialismo emo-punk suonato a rotta di collo. Levi e Calvino vengono chiamati in causa a viso aperto, la conclusiva Omega chiude il cerchio col giusto grado di carico emotivo. Fraseggi insistiti, pause, ripartenze feroci, caratterizzano il sound di una band che sa essere ruvida, irregolare, ma al contempo granitica. Primo rappresenta non soltanto un disco d’esordio, ma una vera e propria dichiarazione di intenti: è la rivelazione di una identità che urla la sua esistenza al mondo.La registrazione curata da Paolo Zannin e Delio Soro restituisce fedelmente l’impatto di un live del quartetto sassarese: un’esperienza dove band e pubblico formano un corpo unico che cerca una speranza a cui aggrapparsi fra i marosi di una vita che toglie il respiro a ogni passo. Con gli anni sono poi arrivati i concerti nello stivale, To Lose La Track, l’Italian Party, eppure i Vilma sono rimasti sempre fedeli al motto “If you know us, we know you!”, che innerva il significato intimo della band. E posso garantire che, nel 2025, ci si sente meno soli quando ci si ritrova a urlare tutti assieme: “La cosa del morire non era vera alla fine / ci sono mondi in cui non ci succederà niente!”.

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