Vendetta – LastBreath

Marco Cherchi Musica, Recensioni

In our playground, welcome to Cagliari’s ground” (Lions from 90′). Un benvenuto figurativo per Matteo Montis e soci, dato che con Vendetta di primo Full Lenght si parla, anche se sarebbe forse più corretto parlare di un ben ritrovati. E un “ci eravate mancati” lo aggiungerebbero i frequentatori più assidui della scena hardcore new school, nata sotto l’ala seminale dei Gold Kids, e tenuta sui giri giusti grazie a Matteo Montis (voce), Leonardo Lantini (chitarra), Mirko Pistidda (basso) e Mirco Melis (batteria) a prendere il testimone. Al nome Lastbreath risponde un quartetto che non solo nel “playground” mette a referto la presenza fissa, ma che della scena ne sta tracciando da tempo i lineamenti a sua immagine e somiglianza, con coerenza e attitudine, tra palchi intrisi di sudore e gemellaggi artistici (con Earthfall, Strength Approach, Regrowth) che per la nostra scena, spesso fatta di orticelli e caratteri ruvidi, rappresentano oro colato.

A impreziosire un 2022 all’insegna dell’HC, dal più classico dei Sangue e Blaze a quello – al capo opposto –  più europeo ma con il sangue del CA.CH,  i nostri underdogs sfoderano in chiusura il pezzo da novanta, naturale prosecuzione del percorso iniziato con Thousand Traitors e freschi di firma con Time to Kill Records, eccellenza italiana nel genere metal in senso ampio con in comune tutto ciò che di più brutale si può trovare nello stivale (Necrodeath, Fulci, Napoli Violenta tra i tanti nel rooster). 

“‘Vendetta’ è radere al suolo con violenza la cancrena radicata dentro le nostre routine, un impeto di rabbia contro il grigiore dell’essere umano ed uno specchio dei chiaroscuri dell’animo. ‘Vendetta’ è libertà. Catarsi”.

Tradotto in musica: un album hardcore nell’anima con l’arroganza e l’aggressività del metal(core) che conserva gli stilemmi di genere (Pro-pain, Terror, Hatebreed) ma li distribuisce sui denti con il randello, imbastardendoli con quel quid di intensità e tensione che Montis, cupo e nevrotico come un Jacob Bannon nel suo peggiore dei giorni, sputa dall’ugola senza risparmio nè pensiero alcuno sul preservare a futuro uso le corde vocali.

Vendetta è un coltello puntato alla giugulare, un atto di violenza – se vogliamo – difficile da capire e ancor più da accettare e sopportare: il suono tagliente e serrato prende consistenza ascolto dopo ascolto e con esso il senso di una gabbia attorno che cinge e sta stretta. 

Un disco spietato nell’approccio all’ascoltatore, che non vuole lasciare respiro né stampare facili ritornelli: c’è l’intento di pensare concretamente al dopo, a quello che ci sarà una volta fermata la centrifuga che ci trascina a 1200 giri al minuto fino alla tredicesima traccia, preparandoci a quello che ci aspetta in quel lembo di moshpit che si apre al graffio della chitarra di Lantini, scandito dai colpi alle pelli di Melis.

L’invito è di andare sotto ai palchi, appunto, a ricevere badilate di decibel, passando dai refrain ai gang vocals e potendo apprezzare a pieno l’essenza hardcore cagliaritana e l’anima di una band che, come la rabbia sottopelle, cresce live dopo live.

In un’epoca in cui ci si interroga se sia un bene ritirare fuori il filone punk impaiettato, i Lastbreath ci insegnano che è meglio tirare avanti su quella che i Sick Of It All chiamavano la “Road Less Travelled”, dritti come carri armati, trascinando sotto tutto e tutti, urlando abbracciati e dimenandosi, ché i tempi lo richiedono.“Lastbreath significa soprattutto fratellanza, perché il rapporto che si è calcificato in tutti questi anni passati a guardarci le spalle l’uno con l’altro, fungendo da petto per le lacrime e da guancia o stomaco per i pugni che inevitabilmente la vita sferra, è quello che più si avvicina ad una famiglia”.