Ultras Timido – Fanciullino

Marco Cherchi Musica, Recensioni

«È dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo» 

I Fanciullno , nati a Pisa da un’idea di Andrea e Davide, a voler rimanere nell’anonimato ci riescono bene, non quanto a nascondere una certa tendenza ad ammiccare verso una seconda appartenenza del pargolo tradita dalla loro stessa penna che, forse per la troppa foga dei pezzi, indugia sul leggendario bomber del Cagliari, Giggiriva – per dirla alla Flavio Soriga – e scrive «picco di gomma» al posto di «zappa» (picu in sardo, zappa in italiano). Stesso discorso quando c’è da pescare il titolo per il pezzo strumentale dell’album e si finisce, letteralmente, ad Arbatax. Tre indizi per fare una prova e si arriva facili al concetto di “scena”  in senso allargato che non abbiamo mai né disdegnato né sventolato, a volerci includere storie dai tratti somatici comuni o che si è scoperto avere genomi in qualche modo riconducibili al nostro Dna. 

Insomma, quanto basta per darci modo di non lasciare sul piatto un disco che non si farà pregare per fare più di un giro sotto le nostre puntine, e che prendiamo gentilmente in prestito come disco della settimana, licenza che ci eravamo già concessi con Gold Mass (qui). 

Sangue autoctono e vissuto impiantato in una frazione di provincia che sembra un esercizio di metasemantica – Cafaggiareggi – in scaletta al numero sei di Ultras Timido. Una storia, prima ancora di un disco, spennellata dalle nove tracce in modo convulso, come abbozzata  tra spintoni e dita negli occhi su un foglio tirato fuori da un taschino. 

Volutamente assenti dai social, Davide e Andrea, lasciano che sia la loro musica a venir fuori da sola («è dentro noi un fanciullino che ha tripudi suoi» scriveva il Pascoli), un post-punk velocissimo che sconfina nell’emo rigurgitato dall’hardcore, in quell’appezzamento di scena dove band seminali come Il Buio e Fine Before You Came hanno lasciato tanta e pesante eredità o, frugando in casa, più simili a quei Vilma e Quercia che tenevano il banco dai rispettivi capoluoghi ma di cui si è persa traccia sui radar dal mondo prima della pandemia. La formula non è diversa da quelle citate, con una vasta tavolozza di incastri di riff nevrotici, quasi math, e una linea vocale equalizzata per essere sentita da qualche appartamento più in là, facendo pensare subito alla lite domestica. Ma una differenza c’è, ed è grande: a questo giro gli inquilini, anzi i fanciullini, non sono una schiera di adolescenti disillusi, incazzati e un po’ cresciutelli, sono bensì una coppia di fatto, anche se fanno casino per almeno quattro. Abituati come siamo ai power duo in salsa blues  o rock-con-le-palle, è abbastanza  insolito ritrovarsi davanti a una chitarra che vuole semplicemente suonare da chitarra, senza figheggiare da basso sotto steroidi, ma con un piglio al riffing di chi da anni si sveglia male la mattina. Stesso dicasi per la sezione ritmica mutilata dalla chiave di basso sullo spartito e chiamata a fare un lavoro chirurgico fuori da qualsiasi schema per riempire il vuoto a grandi campiture.

Arduo, se non addirittura impossibile, decifrare una parafrasi sfogliando le tracce di questo racconto di periferia: Ultras Timido è una lavatrice di volumi alti, immediatezza e tanto suono tutto assieme, sporco e rabbioso, come se si avesse fretta di dire qualcosa in un preciso istante per non perderne il significato, ma senza che necessariamente ci sia, un significato. 

E il titolo Tifoso timido calza ancor più a pennello in questa iconografia sguaita e piuttosto schizofrenica, carica di una certa benevola ignoranza di provincia che urla testi poco comprensibili a mo’ di cori da stadio. 

Con i Fanciullino si va a mosca cieca in tutte le direzioni, senza arrivare né primi né ultimi. Si segue il caos senza cercare di capire come si muove il mondo perché, in fin dei conti, il nostro mondo è quel quarto di terra dietro casa disegnato col gesso e con le pietre levigate. E non vogliamo niente di più, che a farsi troppe domande si diventa grandi troppo velocemente.