

L’opera del francese André Bazin (1918-1958) è considerata fondamentale per la nascita e lo sviluppo, non solo della critica cinematografica di cui gli è riconosciuta la paternità, ma anche del cinema francese e in particolar modo della Nouvelle Vague. Nei suoi saggi e articoli ha toccato diversi temi, sviluppando concetti che sono stati pionieristici nell’analisi della settima arte. Tra i diversi articoli pubblicati nell’immediato dopoguerra vi è anche una disamina sull’“ontologie de l’image photographique”, in cui il critico transalpino sviluppa alcuni concetti tra cui il complesso della mummia. Secondo Bazin, tale complesso sarebbe all’origine delle arti figurative. La religione egiziana, fortemente influenzata dal tema della morte e della perennità materiale dei corpi rispetto alla morte stessa, aveva ideato il sistema della mummificazione per soddisfare un bisogno fondamentale della psicologia umana: la difesa contro il tempo. La vittoria di quest’ultimo è, infatti, rappresentata dalla morte. Conservare artificialmente l’apparenza materiale dell’essere umano, che fosse nella mummificazione o nella scultura o pittura, assolve a una funzione primordiale: salvare l’essere dalla decadenza dell’apparenza, permettere la sopravvivenza della memoria rispetto al corpo fisico che la rappresentava, esorcizzando o liberandosi dalla tirannia di Cronos.
Il tempo, tuttavia, è qualcosa indifferente alle vicende dell’uomo, diventandone spesso suo antagonista. I Trigaríu hanno scelto proprio il rapporto uomo-tempo come filo conduttore del loro esordio, “Il tempo che ci vuole”. Per quanto un concept sullo scorrere delle ore non sia una novità tout court, la curiosità dell’ascolto del lavoro nasce dalla combinazione tra la freschezza del suono e la volontà di dare un cambiamento radicale, come appunto un’opera prima nella carriera di un’artista, nel momento in cui anagraficamente tanti smettono di suonare per dedicarsi ad altro. Perché il duo originario di Sant’Antioco, composto da Francesco Portas ed Elia Longu, ha atteso di entrare nei trenta per pubblicare sei tracce che riflettono la sintesi della visione, dei tormenti, delle sensazioni e delle aspettative di due ex giovani adulti che si affacciano in un fase della vita che la società della performance vorrebbe già costellata di successi, di tappe prestabilite secondo il calendario borghese (matrimonio, figli, mutuo, carriera, contributi pensionistici e weekend alla spa). A tutto questo il due si è opposto fieramente, ribaltando la logica della corsa sfrenata in favore di una poetica dell’attesa, della pazienza e della filosofia agricola nel rispetto del tempo che ci vuole.
Questo album, comunque, riflette una forza compositiva che è data dalla volontà di unire melodie accessibili e coinvolgenti, contraddistinte da una varietà di suoni e commistioni di generi. Un collage di stili non è un tentativo velleitario di darsi un tono o di mostrare un background, come un pedigree, ma il risultato di un lungo percorso umano che ha portato Francesco ed Elias ad accostare temi importanti, sul piano psicologico e di critica sociale, con sonorità contemporanee e intriganti. Sarà la loro provenienza sulcitana, una zona dove sorgeva una delle più antiche città del Mediterraneo occidentale e in cui si sono avvicendate culture e popoli, che potrebbe aver impattato il desiderio di codificare un suono che unisce tappeti di loops ed elettronica sognante (senti come) con influenze desertiche e arabeschi (dentro me, divenire). Ma c’è anche il rock elettronico dei primi Subsonica che si ibrida con ritmi oscuri e divagazione dub e digital dancehall (maschere), senza disdegnare momenti più ruvidi che tradiscono un’inclinazione verso hard rock e stoner. Un altro punto di forza risiede anche nell’apprezzabile lavoro svolto dal team di Atlantide Dischi, che non solo ne ha curato la produzione e il mixing, ma ha contribuito tramite l’aggiunta di campionamenti e arrangiamenti a opera di Francesco Ara e Fabio Tidili, che hanno partecipato alla creazione di un sound personale.
Il tempo che ci vuole può essere quello impiegato per decidere di intraprendere il percorso di scrittura delle canzoni. Ma anche quello necessario per ascoltare un disco – attività sempre più rara nella società del fast listening, delle canzoni sempre più corte e dei singoli eccessivamenti ravvicinati – o per scriverne una recensione e, infine, per leggerla. Sono momenti diversi tra loro, che hanno in comune la preziosità del tempo. La vera sfida è trovarlo, per cose belle, come ascoltare questo EP e dare supporto agli artisti della nostra o vostra scena locale.