Tempus Fugit – The Job Seekers Band

Marco Cherchi Musica, Recensioni

È settembre, il mese dei bilanci, non si dica il contrario. Lo sa bene chi torna dalle ferie o chi inizia, o rinizia, la scuola. La musica suonata si è ripresa i suoi spazi quasi di prepotenza, rendendoci spettatori di una delle estati più ricche di eventi che riusciamo a ricordare, dopo due anni (quelli del lockdown) in cui le uscite discografiche hanno avuto – per volumi, varietà e qualità delle proposte – picchi difficilmente eguagliabili.  I Job Seekers Band tolgono dall’imbarazzo la scrivente redazione nel presentarsi incolpevolmente per la seconda settimana di seguito denudata del suo Disco della Settimana, costringendola ad ammettere una penuria generale di uscite discografiche, ma ben felice – per inverso – di avere una programmazione satura di eventi per tutti i gusti. E lo fanno con una prima uscita al pubblico convincente per contenuti e proposta musicale.

Il progetto nato da Carmine Frau, edicolante di Sant’Antioco col vizio del rock, propone una miscela noise dal forte marchio “made in Italy”, ben ragionato tra testi e chitarre distorte che si infilano dritte negli spazi ritagliati da una sezione ritmica che scandisce e trascina l’anima cantilenata della voce. Non che la scena sarda mancasse della spinta più alternativa-patinata (ci vengono in mente i Plastic Drop, ad esempio) e nemmeno della componente cantautorale più sfaccettata (Mario Nardi, Emanuele Pintus, Herbert Stencil, Davide Casu), ma  l’unione dei due poli in un unico contenitore artistico o, più semplicemente, di band, era un qualcosa che, con tutto il beneficio di essere smentiti, non si sentiva dai tempi dei Dorian Gray. Premessa che agevola nell’approccio in cuffia di Tempus Fugit, a rimuovere quella pellicola di “già sentito” e ad accogliere il debutto dei nostri senza il peso di accostamenti pesanti a certo post rock italico ormai andato (Diaframma, Marlene Kuntz, Teatro degli Orrori). 

Il nome della band richiama a sé quel tanto d’ironia che basta per rievocare fotogrammi da Santa Maradona, di Libero De Rienzo e Stefano Accorsi nei panni di Bart e Andrea nel loro scapestrato e poco convinto tentativo (anche attraverso la ricerca del lavoro) di dare un senso a un’esistenza dove il trascinarsi debosciato viene giustificato dal nichilismo verso la società e viceversa. Tempi diversi, ma neanche troppo. Un déjà vu esistenziale che si riverbera di traccia in traccia e trabocca di nevrosi e disillusione nei testi di Tempus Fugit, debutto discografico per FiveHundred Studios che sceglie coraggiosamente il cantato in italiano.

E nonostante un mondo di False PromesseTi sei svegliato vecchio, dall’oggi al domani (…) chi dobbiamo amare?») non manca spazio per l’amore sincero di Amami Ancorain una canzone d’amore nessuno perde mai!»), con una bella iperbole che nel testo ritrae un Napoleone convinto di espugnare Waterloo prima di pranzo. O quello più amaro, non corrisposto e tragicamente sfociato in femminicidio di Paola («Ti avrei chiesto mille volte quanto è cieco l’amore»), consci della natura beffarda del sentimento che inganna e sa unire quanto distruggere.

Un disco che riesce a ritagliarsi uno spazio di attenzione in un inizio settembre da post-bagordi che fa da digestivo a un’estate bulimica di piazze riconquistate e piccoli grandi eventi. Tempus Fugit ha il pregio nascosto di riportarci a una dimensione più calda e tattile, ricalibrando l’ago della bussola che ha mosso finora e continua a muovere le nostre ricerche, fatte di piccole personali scoperte settimanali, come piccoli organismi chiusi nel loro carapace silenzioso e riesumati dalla sabbia col pennellino. È settembre che riapre i battenti e ci obbliga a fare programmi, ma stavolta con la netta sensazione che sia questa la normalità agognata da tre anni. E Tempus Fugit è ciò con cui è giusto ripartire: un progetto, un disco di qualità, una redazione, e una piazza di – quasi – ormai cinquemila anime dove tutto questo si ripete, ogni maledetto mercoledì. Ben ritrovati (anche se non ce n’eravamo mai andati).