marco antagonista - signal 2020

Signal Reload – Second Wave

Daniele Mei live report, notizie

Ha senso fare il live report di un evento online? Si, soprattutto se si ha fame di musica dal vivo come ora. In questo periodo nel quale i concerti hanno purtroppo subito le restrizioni legate alla pandemia, la sovrabbondanza di trasmissioni social ha finito per far calare l’attenzione su di esse, con la conseguenza di far perdere per strada anche progetti molto interessanti.

La speranza è che nessuno si sia perso il festival Signal Reload-Second Wave, organizzato da Ticonzero, centro cagliaritano di produzione e ricerca artistica multidisciplinare, sotto la direzione artistica di Daniele Ledda. Il SRSW, giunto alla terza edizione, è la costola invernale del Signal, rassegna internazionale nata nel gennaio 2007, che ha visto passare, tra i tanti altri, artisti del calibro di Marc Ribot, Z’EV, Elio Martusciello, Paolo Angeli e Ikue Mori. Il focus è sulla musica d’avanguardia, la sperimentazione e l’improvvisazione, con uno sguardo trasversale che va dalle performance visive alla ricerca in campo musicale, nel quale trova uno spazio importante l’elettronica. L’edizione di questo inverno è stata incentrata su artisti della scena locale. Il formato di trasmissione scelto non è stata la diretta live ma la Prima Visione sul canale Facebook di Ticonzero, che ha permesso di mantenere un’alta qualità in linea con le tecnologie attuali.

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Il festival si è aperto mercoledì 23 dicembre con i concerti di Uncle Faust e Marco Antagonista.

Le chitarre di Fabio Cerina e Raffaele Pilia degli UF hanno intrecciato trame sonore che, partendo dal noise, arrivano al free jazz e viceversa. La batteria di Antonio Pinna li ha assecondati costruendoci sopra un tessuto percussivo destrutturato ma sempre presente, che sul finale si è ricomposto in un groove definito e avvincente. Un viaggio ipnotico di trentadue minuti suonato con archi, jack, unghie.

Il set di Antagonista, chitarra di King Howl e Cosmic Skylark, sin dalle prime note si è spinto verso un mondo parallelo, fatto di nastri magnetici e elettroniche vintage, inquietante e intrigante allo stesso tempo. La Stratocaster, utilizzata solo marginalmente e come fonte per droni e delay, unita a effetti, E Bow e slide, ha aperto le porte dell’inferno liberando spiriti e sirene antiaeree.

Il secondo giorno è iniziato con un breve excursus di quello che sarà il nuovo, atteso, lavoro di Matteo Leone. Il polistrumentista di Calasetta – per la precisione della frazione, “Scattered House Place”, Cussorgia – canta nella sua lingua, il tabarchino: l’accostamento più naturale, al netto della personalità del chitarrista dei Don Leone, è quello con il De André di Creuza de Mà, con deviazione verso il blues, l’Africa e il Sahara.

Più corposo, quasi quaranta minuti, il concerto di , al secolo Andrea Pilleri. Chitarra, drum machine, sintetizzatori e le canzoni del suo album, Who The f**k is Bobby Perù?. Il synth rock scanzonato del membro dei Rippers si è avventurato in territori psichedelici, a tratti vicini alla prima dance moroderiana, senza però rinnegare le radici garage punk. 

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Il Natale si è colorato di due performance legate direttamente a Ticonzero. 

Marco Meloni, docente alla Scuola Civica di Musica di Cagliari, ha suonato le sue composizioni tratte dall’album On Off, pubblicato a gennaio 2020. Brani delicati, che hanno portato la malinconia in contesti epici come in una colonna sonora dall’immediatezza pop e dal sapore vagamente jazz.

Il direttore artistico Daniele Ledda ha invece proposto all’interno del festival il suo progetto avanguardistico Clavius, nel quale ha utilizzato, in tre distinte fasi, altrettanti pianoforti, alterati nella struttura meccanica e nel funzionamento, suonandoli con archi o, come in Clavius88, percuotendo oggetti vari con i martelli separati dalla cordiera. Un viaggio in suoni atipici ma mai eccessivamente ostici.

Il giro di boa del festival è stato nel segno delle sonorizzazioni in diretta del duo Sagas, formato da Alberto Saguto e Madhesse. Musica astratta, con crescendo noise, creata con tastiere, laptop e chitarra elettrica a interpretare le immagini di Stefano Cocco

Livelli di difficoltà incrementati poi da L;ç00ç, nome in codice di Emanuele Balia, e dalle sue Intelligenze Artificiali capaci di generare musiche in autonomia, in un coinvolgente dialogo sonoro uomo-macchina. Solo una voce soul, in loop nel finale, sembra riportare in contatto con la realtà. 

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Nel quinto giorno, S A R R A M ha riempito con i droni della sua chitarra ogni spazio d’aria disponibile, sulla scia di mostri sacri come gli Earth. La sua performance è stata quasi minacciosa, travolgente. Poi il Silenzio, come il titolo dato al suo ultimo lavoro di studio, interrotto ogni tanto da qualche cinguettio. Valerio Marras ha dimostrato la sua grande consapevolezza e padronanza scenica, sviluppata negli anni con Thank U for Smoking e Charun.

Esibizione in netta contrapposizione alla performance di stziopa: il sintetizzatore modulare di Stefano Manconi ha creato suoni spaziali con accenni di ritmi techno impalpabili, in graduali crescendo di volume e intensità. L’esplorazione del musicista trapiantato in Repubblica Ceca ha fatto della techno, nata per ballare, una musica intima e puramente d’ascolto.

Il 28 dicembre, penultimo giorno, è iniziato con la performance di Roberto Follesa e si è concluso con Supertransistor, alias Andrea Deidda, coadiuvato, come qualche giorno prima nel concerto dei Sagas, dai VFX di Stefano Cocco. Deidda ha messo sul piatto uno sguardo alternativo alla realtà di tutti i giorni, dal punto di vista di una mente instabile o supercosciente, in un viaggio dall’incedere incerto ma costante. Un percorso di ansia e attesa fino al punto in cui tutto si calma, si dilata e si liquefa.

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In chiusura di festival, la risacca sonica di Simone Mura ha portato a fuggire per mondi a pelo d’acqua nei quali tuffarsi di notte, tra i grilli e il fruscio del vento, fluttuando tra entità oscure che tengono alta l’attenzione e il senso di imminente pericolo. 

Il ritorno alla terraferma è stato accolto dagli amplificatori e dai pedali multieffetto di Perry Frank, che in una sorta di continuum con il set precedente, ha elargito la sua musica cosmica, meditazioni sonore nelle quali il tempo si annulla, scorrendo senza gravità tra gli anelli dei giganti gassosi fino a poggiarsi dolcemente sulla terra.

Signal Reload si conferma un’idea coraggiosa, portata avanti con determinazione e competenza dai suoi creatori. Estrema anche, senza compromessi, ma proposta in modo da risultare fruibile anche a chi è poco avvezzo a certe sonorità, e con un cartellone, anche quest’anno, di altissimo livello .

Lunga vita quindi a questo festival, fondamentale per capire ora, cosa potrebbe essere la musica domani.