

Di Claudio Loi
n5MD, 2025
Martina Betti per il suo progetto musicale ha scelto Shedir come moniker, una stella appartenente a Cassiopea, la più centrale e brillante della costellazione. Un nome affascinante che nasconde chissà quale recondita ragione che in realtà a noi poco importa. Affascina invece scoprire quanto la scena elettronica sia da sempre attratta dall’oscura immensità del cosmo, da tutto quello che ruota e circonda il nostro piccolo pianeta. Sin dai tempi dei lontani corrieri cosmici teutonici il richiamo alle stelle è stato fortissimo, basti pensare ai primi Tangerine Dream ma anche a certe devianze kraut come Ash Ra Tempel e Popol Vuh, figli legittimi di tutte le stelle che da lontano ci guardano. In questa fascinazione era facile intravedere una innata voglia di fuga, un viaggio verso l’ignoto alla ricerca di una dimensione meno opprimente di quella che di solito siamo destinati ad abitare.
Shedir nel lancio di We Are All Strangers, nuovo disco pubblicato come il precedente dalla label americana n5MD, fa riferimento alla grande angoscia che pervade il genere umano nel non riuscire a trovare la propria identità, la difficoltà a riconoscersi nel proprio io e nella propria comunità. Da qui la necessità di trovare ulteriori spazi di sopravvivenza, nuove dimensioni in cui riuscire a fluttuare senza i vincoli della forza di gravità e di tutte quelle logiche di potere e controllo con cui dobbiamo convivere. Le composizioni di Shedir sembrano pensate proprio per andare in questa direzione, verso una sostenibile leggerezza dell’essere e una nuova forma di appartenenza, come naufraghi dell’universo dispersi in una salutare passeggiata nello spazio.
Mi torna in mente in questo sovraccarico interstellare la magia creativa di Sergio Atzeni che vedeva gli antichi abitanti della nostra isola come danzatori delle stelle, esseri con il corpo scolpito nel basalto e il cuore disperso nella grande immensità dei cieli. “Dimenticavamo le distanze fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato”, una realtà parallela a cui aggrapparsi per riuscire a sopperire alle angosce, alla violenza, alla materia. Le parole di Sergio Atzeni e le musiche di Shedir sono universi lontani anni luce, distanti nel tempo e nello spazio, frutto di esperienze difficili da mettere sullo stesso piano. Ma non per questo incompatibili, anzi… In entrambi i casi emerge la grande solitudine che ci pervade e angoscia, il difficile mestiere del vivere e allo stesso tempo la sensazione che le nostre vite potrebbero assumere forme più compatibili di sopravvivenza. A volte basta poco e quel poco può arrivare dalla forza delle parole, dalla magia dei suoni e delle immagini, da quella forza interiore che siamo soliti chiamare furore creativo che è anche e soprattutto creazione di mondi.
Le sette nuove composizioni di Shedir che compongono questa raccolta durano quasi quaranta minuti, ma il tempo non sembra essere l’elemento portante di questo lavoro. La musica ambient travalica il mero dato statistico e materiale, assume una dimensione che va oltre le semplici misurazioni e la musica di Shedir è perfetta nel rappresentare questo paradosso. Musica che si compenetra nella soggettività di chi la ascolta, che dura quanto dura una stella, che si può osservare (e sentire) anche quando non esiste più. E questo è un privilegio che appartiene ai figli delle stelle e a chi si sente Stranger to Himself.
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