Copertina di Before the Last Light is Blown di Shdir

Shedir – Before the Last Light is Blown

Claudio LoiMusica, Recensioni

Essere venuto a conoscenza del nuovo album di grazie a una lunga e accorata intervista apparsa su Rockerilla di fine estate per opera di Mirko Salvadori, una delle firme di punta della rivista e fine conoscitore delle musiche più trasversali della scena contemporanea, e tenuto conto che Shedir proviene dal Sud Sardegna (Sarrock e dintorni) mi ha fatto capire quanto il concetto di prossimità sia da rivedere e ricodificare così come molte certezze che si sgretolano di giorno in giorno tra cui anche il mestiere di fare musica. Un personaggio come Shedir (al secolo Martina Betti) è la perfetta incarnazione di un nuovo modo di stare al mondo: isolana con saldi legami alla sua terra ma anche partecipe delle pulsioni che arrivano da oltre mare, parla una lingua che contiene tante lingue, incide per un'etichetta di Oakland in California e si posiziona in un segmento estetico che per comodità chiamiamo Dark Ambient che è quanto di più amorfo e indefinibile si possa immaginare. 

Before the Last Light is Blown è il terzo lungometraggio (mi piace chiamarlo così) di Shedir e appare come la naturale prosecuzione di un percorso iniziato nel 2017 con Falling Time e proseguito con finiteinfinity del 2020 (entrambi pubblicati dalla label franco-canadese Cyclic Law con la supervisione di Lawrence English uno dei guru dell'elettronica contemporanea). Un corpus sonoro che finisce di diritto nella grande famiglia della musica ambient, in questo caso nella sua accezione più oscura e meditativa e strettamente connessa alla geografia dei luoghi, alla loro storia, alle fragilità e distorsioni operate da discutibili interventi umani. Nella proposta di Shedir è facile rintracciare la stretta connessione tra ambiente (umano e geografico) e ambient music con uno scarto culturale che sposta la materia del contendere da un microcosmo definito e intimo a qualcosa di meno circoscrivibile, a dinamiche che diventano globali e collettive. Una frattura che ritroviamo nel lavoro di molti artisti della scena elettronica che si pongono come osservatori attenti della realtà circostante con un approccio militante e politico. Mi viene in mente – tra i tanti – in questo frangente il lavoro di Samur Khouja (di recente passato a Cagliari) che riflette sugli effetti distruttivi dell'estrazione mineraria nelle profondità marine.

La musica di Shedir riflette quello che il suo sguardo percepisce, elabora gli impulsi visivi, i colori del metallo, il dolce profumo degli ottani che arrivano dalla grande raffineria adagiata in riva al mare. Questa la scenografia di riferimento: un mostro di tubi e acciaio, depositi, connettori e fiamme perenni, forse le stesse che Prometeo ha trafugato dall'Olimpo. Quasi un set cinematografico di ordinaria distopia che ricorda i futuri imperfetti di Enki Bilal o le storie di Interceptor: un luogo apparentemente senza uomini e senza suoni e un lento corteo funebre di navi e mezzi meccanici. In realtà quei luoghi hanno una loro voce, un loro suono, quasi un lamento continuo e impercettibile, materiale perfetto per esploratori del suono, per solitari e pazienti cacciatori di rumori. Proprio da qui parte la ricerca di Shedir, nell'intercettare i lamenti di questa irreale realtà e farli diventare materia prima per le sue composizioni seguendo il prezioso ricettario di antichi elaboratori di suoni come Satie, Cage, Eno seppur adattati alle dinamiche della contemporaneità.

Da questo punto di vista Before the Last Light is Blown diventa paradigma di un processo creativo che trascende la ricerca pura e la sperimentazione da laboratorio per calarsi nella realtà circostante e diventare strumento di conoscenza e presa di posizione. In questo modo l'artista diventa anche soggetto politico e agisce con le armi di cui dispone. Armi che sono la fantasia, il libero pensiero, la riflessione, la ricerca tesa a “scoprire l'ignoto nel noto”, ovvero trovare nelle pieghe del vissuto la forza di pensare il cambiamento, uscire dalla gabbia di un futuro già pensato e codificato altrove.

Da qualche parte qualcuno ha scritto che “la musica ambient è ciò che senti quando non stai ascoltando nulla”, una riflessione che rimanda proprio a uno scenario in cui il silenzio è solo la copertina di un libro che contiene molteplici universi sonori che hanno solo bisogno di essere catturati, capiti e poi consegnati alla realtà. Proprio quello che Shedir ci propone con il suo lavoro quando afferma che è possibile “racchiudere l'emozione del tempo” e quindi capirlo e dominarlo per ripensare il proprio statuto di artista e cittadino del mondo.

Un altro aspetto che colpisce nell'ascolto del nuovo lavoro di Shedir è quello di trovarsi sempre in una situazione di precario equilibrio, in un crescendo di angoscia e di minaccia incombente e un'ambient/azione avvolta nella nebbia/smog più impenetrabile. Ma quando nella seconda traccia del lato B (The Dreaming Skull) appare magicamente il sax di Guido Tabone tutto diventa più chiaro ed è come destarsi dopo un lungo sonno e tornare sulla terra per riveder le fiamme prima che l'ultima luce sia svanita.