Quest’anno la lunga estate sarda sta regalando agli appassionati di buona musica ottime sorprese. Appena smaltita l’adrenalina del Siren Festival magicamente approdato da queste parti (e di cui si è parlato su queste pagine) ecco a ridosso la nuova edizione del Sa*Rock Festival, appuntamento ormai consolidato e sempre più stimolante. Superato il dolore per la mancata esibizione dei Karate (nell’anteprima del Sa*rock del 4 luglio) e preso atto che organizzare eventi in Sardegna non è mai una semplice passeggiata, la kermesse di Sarroch ha ripagato nel migliore dei modi le attese dell’affezionato pubblico isolano. Dal 17 al 20 luglio 2025 Villa Siotto si è aperta per accogliere alcune delle migliori espressioni della musica contemporanea (intesa come espressione del tempo presente) e lo ha fatto senza sconti sulla qualità, senza l’assillo dei numeri, con la giusta dose di follia e di capacità organizzativa. Cose non da poco e per nulla scontate se si ragiona sul fatto che una platea numericamente ridotta come quella sarda diventa ancora più ristretta se si alza il livello della proposta: è triste dirlo ma è la cruda verità. Ma questo non ha scoraggiato chi ha pensato e realizzato questo festival ed è giusto sottolineare il coraggio e la voglia di andare controcorrente in un mondo sempre più dominato dai numeri, dal business, dalla inarrestabile mercificazione di ogni prodotto culturale. È doveroso riconoscerlo, dirlo e non dimenticarlo.

Quest’anno il festival ha fatto anche un bel passo avanti nel migliorare il sistema di accoglienza con una zona dedicata alla parte conviviale: bar e cibo con tavoli sotto gli alberi, uno spazio destinato agli artisti e al loro merchandising, il banchetto dei dischi gestito da Potente e un palco per esibizioni pre e post festival. Un ambiente che è propedeutico allo scambio di emozioni, a ritrovare i soliti amici, a dare un senso a una proposta artistica che vive e si ricrea in una situazione di socialità analogica e tattile.
Oltre questo spazio di convivenza alcuni gradini conducono allo spazio principale che ha ospitato i concerti in una situazione che privilegia la qualità del suono e una buona interazione tra pubblico e artisti. Sullo sfondo Villa Siotto appare sempre austera e metafisica seppure nascosta dietro le impalcature di un restauro in corso.
In questa cornice, grazie alla musica e alla bellezza dei luoghi, è anche possibile dimenticare quel mostro di acciaio, tubi, nuvole di gas, rumori strani, fiamme perenni che è proprio dietro (e dentro) di noi. Per qualche ora si crea una sorta di armistizio tra la distopia del presente e un benefico paradiso artificiale. Una piccola tregua necessaria e salvifica, un cessate il fuoco che serve a smorzare angoscia e rabbia che da queste parti sono pane quotidiano. Un piccolo miracolo laico che la buona musica talvolta è in grado di compiere, soprattutto con proposte mirate e intelligenti e in questo caso la qualità è stata davvero all’altezza delle aspettative e ha fatto la differenza.

Nei quattro giorni del festival è stato possibile ascoltare e incontrare artiste e artisti che di solito non transitano da queste parti, ma te li devi andare a cercare organizzando viaggi e investendo tempo e finanze. Nella piazza principale di Villa Siotto è apparsa la magia di un progetto come King Hannah, una delle più entusiasmanti proposte degli ultimi tempi: la voce di Hannah Merrick è qualcosa di unico e indescrivibile e la band – soprattutto Craig Whittle – è perfetta nel riuscire a far convivere i momenti più riflessivi con il noise più atroce. Una performance che sarà difficile dimenticare e una persona che si è dimostrata attenta al rapporto con il pubblico, disponibile e adorabile. Non sempre capita. Ma tutto il festival ha elargito momenti di grande musica: il progetto Dalila Kayros sempre più coinvolgente e drammatico, un viaggio al termine della notte che è sempre in divenire e difficile da identificare. Il nuovo pop electronico di Coca Puma, tanto italiano quanto extraterritoriale, divertente e profondo in egual misura. E nei giorni successive le emozioni della nuova canzone d’autore rivista e corretta di Giorgio Poi, i ritmi di matrice afrobeat di Ibibio Sound Machine, La Rappresentante di Lista sempre più sicura dei propri mezzi e tutte le artiste e artisti che hanno animato le notti di Sarroch: Matteo Leone, Belize, Lilies on Mars con Guzzetti, Space Germs, Plastic Drops, Vanvera, Basaltic Plateau, Fellini, Pocobelli, Perreo Cosmico, Miss Marylight (Silvia Cristofalo) Luca Cabboi e persino il recuperato Lemon Party oltre a chiunque lavori dietro le quinte per la riuscita del festival. Tanta roba e tante emozioni per un’edizione che rimane tra le migliori di questi anni.
Da segnalare inoltre il proficuo rapporto stabilito con Diapason Music School di Sarroch che segna un forte legame con le attività del territorio e il coinvolgimento diretto di una realtà che a Sarroch sta facendo ottime cose. Com’è giusto che sia!Per chiudere prendo in prestito le parole degli organizzatori (MIS _ madeislandsound) che sintetizzano in modo perfetto questa bella storia di musica e vita: “E chi ha più voglia di svegliarsi dopo Sa*Rock? Chi non preferirebbe alla realtà un mondo fatto di musica da ascoltare, palchi, vinili, jam, arrosticini, birrette fresche e la migliore compagnia del mondo?”. Come non essere d’accordo?



