

Di Redazione
Di Alessio Frau e Francesca Serra
Nel bel mezzo delle alte temperature di (quasi) metà luglio, il viaggio in macchina verso Villa Siotto viene deviato a più riprese tra gli specchi d’acqua delle Saline e il cemento armato di Macchiareddu, nell’attesa che l’Anas faccia ancora i conti con il post-ciclone Harry. E dal godersi il tramonto mozzafiato – nonostante le fiamme nel guspinese – si passa in breve a costeggiare un’imponente e mostruosa Saras che, complici esalazioni e clangori, ricorda più Il Castello Errante di Howl che una raffineria petrofossile: se non altro, è il segnale che Sarroch è finalmente raggiunta. E non era scontato che, in questa estate infernale, la giornata inaugurale del Sa*Rock Festival 2026 si tenesse in un clima tutto sommato accettabile, che ha contribuito alla buona riuscita di una serata interamente dedicata al punk e aperta gratuitamente al pubblico per celebrare i cinquant’anni dalla nascita del movimento. La partecipazione degli appassionati è stata calorosa e il desiderio di vivere un momento di catarsi collettiva era palpabile.
A questo entusiasmo faceva però da contraltare il pesante clima politico generale, sideralmente distante dall’orizzonte culturale e politico evocato dall’evento. La performance dei Fangosberla, che si è svolta nel palco in prossimità dell’ingresso in orario di aperitivo, ha forse introdotto la serata in maniera più adeguata a quest’impressione, vista la loro attitude emo e math rock. Il punk, sorto circa a metà anni Settanta, fu una risposta culturale, dal basso, a una crisi sociale e politica. Contrappose la propria libertà espressiva e dissacrante alla posa di una società borghese perbenista incapace di risolvere i problemi sociali e politici delle classi lavoratrici se non attraverso la repressione. Un assaggio del significato del movimento lo si poteva cogliere dalla mostra fotografica che, in quella giornata, era possibile visitare a Villa Siotto. Dal titolo Questi anni, l’esposizione, curata da Marco Pandin, era dedicata alla storica band punk hardcore valdostana dei Kina.
Quest’attitudine, anche se a distanza di cinquant’anni, è stata mirabilmente impersonata dai Ke’Ke’E-Em, formazione punk’n’roll nota agli appassionati sardi e attiva dal 1999. Dopo la pubblicazione, nel 2022, di Bint’annus in binti minutus il gruppo isolano è tornato sulla scena con Ritorno nel cuneo, pubblicato nel marzo 2026. È stata un’ottima occasione per ascoltare l’esecuzione di alcuni pezzi nuovi dal vivo e per constatare che anche dopo ventisette anni l’istinto di spingere sull’acceleratore per riempire il vuoto con un rumore che prefigura una rottura è tutt’altro che assopito. Diversa e molto più pulita l’esibizione della band inglese Sharp Class, che incarna un altro modo di interpretare quell’energia, legata alle sonorità brit-pop. Una miscela di ribellione adolescenziale e spirito popolare di rivalsa in salsa british hanno coinvolto il pubblico. Nonostante si inserissero in un filone musicale già battuto, il risultato è stato tutt’altro che banale e ne ha dimostrato la vitalità.
Finalmente è la volta dei Bull Brigade, storica band torinese della scena punk Oi! italiana. Il concerto, aperto dai pezzi più posati del loro ultimo album Perché non si sa mai, si è subito trasformato nel rito collettivo proprio dei concerti punk. Ai momenti più riflessivi si alternavano quelli in cui, attraverso il pogo, si sbloccava l’irrigidimento della vita individuale e collettiva. La dimensione del conflitto, spesso soffocata da una retorica flaccida o incanalata in forme di violenza repressive, riemerge costantemente in queste occasioni, permettendo di sciogliere i nodi che impediscono il libero sviluppo delle individualità. Una violenza creatrice che si incarna, paradossalmente, in una forma di cura collettiva che mette insieme tutti. Per la durata dell’esibizione, la rassegnazione generata dal contesto politico sembra lasciare spazio all’energia e al senso di comunità. Ma quando l’eco di quel momento si attenua, la domanda ritorna: come tradurre questa forza collettiva in una risposta alla crisi del paradigma individualistico neoliberale, senza consegnarla alle concezioni essenzialiste e razziste oggi sempre più diffuse?
La seconda giornata prevedeva l’esibizione del cantautore sulcitano Camala, della cantautrice e produttrice milanese Gaia Banfi e dei Marlene Kuntz. Nonostante l’elevatissimo livello artistico, la pattuglia di Sa Scena non ha potuto presenziare all’evento. Il pubblico ha potuto sicuramente scoprire nell’artista sardo una grande maturità artistica e “una gentilezza quasi violenta” e in Banfi una raffinata musicista e cantautrice capace di stimolare l’immaginazione emotiva. L’esibizione del gruppo alternative rock cuneese ha invece raccolto attorno a sé la fanbase più affezionata che ha potuto assistere alla messa in scena dei pezzi del loro secondo album Vile, pubblicato nel 1996.
Anche la terza sera la musica ha inizio ben prima del calar del sole, con il noise-punk sassarese dei Post Coital Tristesse che – tra capigliature appariscenti e un approccio deciso e tagliente – dà il via alla terza serata del Sa*Rock Festival, dal palco che accoglie i visitatori all’entrata del Village. La band apre perciò le danze con un’idea ben precisa: la tristezza e il dolore sono sentimenti consapevoli, che a loro volta trovano una sorta di redenzione nella malinconia. Segue poi l’eclettico downtempo tinto di ambient di Nicolò Angius, noto Angus Bit e primo a calcare il main stage, anticipando l’inizio di una torrida serata all’insegna di indie rock e non solo: sotto le prime luci stroboscopiche, l’artista domina l’imbrunire arricchendolo d’immersivi paesaggi sonori, accompagnato come sempre dai synth, campionatori e drum machine.
Irrompe poi sul palco Cigno (all’anagrafe Diego Cignitti) che, affiancato dalla corposa band, porta sul palco una vera e propria rivolta morale. Sonorità post-punk e industriali, ritmiche ossessive e chiare ispirazioni tanto dal cantautorato metapolitico dei CCCP, quanto dall’immaginario sovietcore degli anni recenti. Cigno squarcia le coscienze con indosso soltanto il colbacco, gli occhiali da sole e un paio di jeans, mentre scandisce ossessivamente l’incedere dei brani sferrando martellate e sprangate a un bidone metallico, ormai anch’esso pienamente parte della scenografia e della strumentazione stessa. Come a voler scuotere musicalmente un’(an-)etica ormai assuefatta al peggior capitalismo predatorio, tanto dimentico quanto sadico degli ultimi, brani come Il tuo schiavo sta arrivando aprono l’esibizione e pongono immediatamente la premessa che Cigno non ha intenzione di accontentare gli ascoltatori salottieri. E così come in La classe operaia va in paradiso, centrale è la denuncia di un’ingiustizia sociale che si perpetra anche attraverso le nostre abitudini, in un’istantanea dell’Occidente esausto dall’iper-individualismo che cerca anche di rielaborare un mondo oramai scomparso: e non è un caso l’emozionante tributo, verso la fine del live, proprio al grande alerese.
Ormai scoccate le undici, vengono calorosamente accolti dalla stracolma platea sarrochese gli attesissimi Zen Circus, giunti nell’Isola con una scaletta che vede l’ultimissimo album Il Male, ma anche i classici che da quindici anni conquistano il pubblico grazie a un appeal intergenerazionale. Andrea Appino, insieme ai compagni di band, ripercorre un viaggio musicale che attraversa quasi tre decenni e che restituisce tanta nostalgia a chi, all’epoca giovanissimo adulto, assaporava per la prima volta l’affilato disfattismo esistenziale degli Zen. Appino annuncia poi l’imminente compleanno di Ufo alla mezzanotte, per il quale viene addirittura regalata una candelina da soffiare grazie a qualche aficionado sempre nascosto nel pubblico, tra le note di Ilenia o ancora, l’atteso pogo della dirompente Viva. Si conclude così una serata ricca di sfumature musicali diverse e dirompenti, dove alla malinconia per ciò che ormai è stato vissuto, si accompagna il fervore giovanile per la pretesa di una società più giusta.







