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Vorrei gettare un legno a mare:
Tra Sardo e Profano tutto d’un fiato
10 Dicembre 2025

Nell’intimità di Casa Saddi, domenica 19 ottobre si è svolto il concerto conclusivo della IX edizione del festival “Tra Sardo e Profano”. Tanti i concerti, gli ospiti e le attività, realizzate e coordinate dall’associazione Culturale Symponia, con l’obiettivo (perfettamente riuscito) di creare nelle sale e negli spazi del festival a Pirri un temporaneo punto d’incontro per il Mediterraneo, dove accendere i riflettori e fare il punto sullo stato dell’arte delle tradizioni popolari: dai Paesi Baschi all’Aspromonte, passando per la Corsica ed approdando in Sardegna. Tra le varie compagini intervenute nella rassegna ricordiamo “A cumpagnia” dalla Corsia e “Cuncordu Sas Enas Bortigali” per il canto a quattro voci, “Gara de Bertsolaritza” dai Paesi Baschi, “Taranta d’amore” con Ambrogio Sparagna & Orchestra Popolare Italiana, Paolo Angeli e Tenore Murales di Orgosolo.

Gli onnivori melomani ed i dipendenti di etnomusicologia hanno trovato pane per i loro denti, sfamando e saziando la loro costante sete di conoscenza, immergendo le loro orecchie e i loro occhi in quei suoni costantemente accarezzati e bagnati dal mare che li circonda e li divide. Ogni spettacolo ha portato con sé unicità ed autenticità, offrendo sempre spiragli ed inviti per qualcos’altro; le attività laboratoriali, i concerti, hanno palesato la propria chiara appartenenza culturale, senza alcuna preclusione a strade ed appigli comunicativi tra ciò che precedeva o susseguiva l’evento stesso: un risultato che per quanto lieto e rincuorante, non è mai banale e scontato.

Luca Schirru, Mimmo Morello e Filippo Stilo- Credits Associazione Symponia

È nell’ultimo concerto, svoltosi domenica 19 ottobre, che si è avuta una sfacciata manifestazione di tutto ciò. A salire sul palco di Casa Saddi ci sono stati Mimmo Morello e Filippo Stilo dalla Calabria (con la preziosa collaborazione di Luca Schirru) e l’Arrepìcus Trio con Stefano Colombelli, Carlo Pusceddu e Francesco Morittu: le due formazioni si sono susseguite quasi senza prender fiato, separate dal solo tempo tecnico necessario al cambio palco. L’avvicendamento non è stato per nulla traumatico, anzi, si è passati tramite una naturale evoluzione sonora e geografica dai territori dell’Aspromonte fino al Campidanese, declinato ed espresso in forma strumentale e contemporanea dal trio sardo. Nel “tutto d’un fiato” che è stato il concerto, vi è stata una pausa di riflessione di Mimmo Morello, con la quale ha introdotto un canto da lui eseguito: “nella musica popolare ci sono canti d’amore, partenza, di sdegno. Questo canto parla della ricerca di un’amata che è lontano”. Così Mimmo Morello ha presentato un canto a voce sola, intenso, nudo e crudo, fatto di sole parole, ruvide come pietre, espresse dalla sua voce profilata e tangibile. È proprio in quelle tre parole “amore, partenza, sdegno” che si potrebbe dare una chiave di lettura di tutto il concerto e del festival: amore per una terra, partenza verso altre terre, sdegno per il destino. L’espressione artistica del canto eseguito è stata di una forza travolgente, proprio perché semplicissima, assoluta, minima. Non un orpello inutile: solo parole, voce e suo significato: “vorrei gettare un legno a mare” e sullo stesso legno arrivare dove il mare riporta la corrente, nella totale speranza di ritrovare l’amata perduta, o magari nuovi orizzonti e nuove terre.

Arrepicus – Credits Associazione Symponia

Dopo il duo calabro, era necessario, quasi doveroso, aspettarsi una lieta prosecuzione. Consapevoli o no di tutto ciò, l’Arrepìcus Trio hanno raccolto l’ultimo riverbero e proseguito nella loro musica, trascinando il pubblico nel vorticoso linguaggio dei tre e più strumenti (contrabbasso, percussioni, chitarre) diversi ma assolutamente accordati ed in sintonia nei loro contenuti, nelle loro espressioni, nel loro unico suono. La cura e la pacatezza del suono-unico, sapientemente accarezzato dai tre musicisti, ma anche le audaci forme di sviluppo dei loro brani, sempre atte a congiungere le tradizioni popolari (dal Cuncordu al canto a ghitarra) con le forme classiche e jazzistiche.

Tutto d’un fiato, ancora, sino al gran finale, quando il palco ha visto riunirsi tutti i musicisti della serata: un rapido consulto su cosa fare e poi l’ultimo atto, esaustivo, sintesi massima del concerto, timbro e sigillo nobile di un festival meraviglioso, di cui già ne sentiamo la mancanza.

Bravi, bravi, tutti.

Ma.Mi. – Credits Associazione Symponia