Copertina di Dove si muore davvero dei Quercia

Quercia – Dove si muore davvero

Alessio FrauMusica, Recensioni

Può una radicale forma di nichilismo esistenziale sfociare in una prorompente e affermativa vitalità? Questa domanda mi ronza in testa da quando ho sentito, tutto d'un fiato, il nuovo album dei , Dove si muore davvero, il terzo in assoluto e il secondo autoprodotto. Nonostante l'apparente contraddizione, non c'è alcuna ragione per cui una negazione radicale del senso debba condurre a una forma di vita depressiva. Il nietzscheano “dire di sì”, dopo la constatazione che l'esistenza è, in fondo, priva di senso, ne è un esempio. Tuttavia, la precarietà ontologica che caratterizza gli esseri umani, li rende incostanti e in preda alle passioni: la tristezza derivante da una delusione o da un insuccesso fa emergere la necessità di una consolazione e spinge verso la ricerca di un senso, verso la costruzione di un impianto valoriale e metafisico che conferisca stabilità e prevedibilità agli eventi.

La forma di nichilismo cantata dai Quercia ha, per così dire, fatto il giro. Sorto dalla consapevolezza dell'assenza di un senso precostituito, si è poi riversato in una forma, titanica, di autoaffermazione di sé che si è illusa di poter costruire un mondo a dimensione d'uomo, capace di raggiungere una felicità collettiva. La delusione derivante dalla sconfitta di questi progetti, insieme alla continua crisi che vive la Sardegna da ormai 30 anni, ha lasciato spazio alla consapevolezza dell'insensatezza della costruzione e dell'inafferrabile dinamismo di esperienze e concetti. Ma al fondo di Dove si muore davvero c'è un'energia, forse inconscia, che riemerge.

Nella terza traccia, Confini, il giro di chitarra conduce a una dimensione intimistica e personale in cui il concetto di confine mostra la propria duplicità: «i confini che ci univano/ sono gli stessi/ che adesso ci dividono». Se prima, nella dimensione ottimistica e volontaristica del nichilismo, i confini, sia a livello intersoggettivo che collettivo, erano luoghi di incontro, ora sono luoghi di incomunicabilità, che rende anche il conflitto un non senso. A questa posizione si reagisce attraverso una forza che blocca la dimensione conflittuale: «abbiamo dovuto combattere/ per smetterla di combattere».

Questa resa forzata, che attende di «rendere il tempo, lo spazio dei giorni», come recita Quadro, il bellissimo pezzo con influenze elettroniche, in collaborazione con Her Skin, si trasforma in una energia abissale, che viene incarnata da Scisto, un brano emo-core dove si sente la presenza del cantante degli . La scistosità, come recita Wikipedia, «è la proprietà di alcune rocce di sfaldarsi secondo piani paralleli». Precipitare nell'abisso, per riposarsi «dove si muore davvero», non è la fine del viaggio. Nell'impatto, alcune scistose schegge potrebbero riaccendere una scintilla in grado ancora di mostrare la luce.

La band di Iglesias, in questo secondo album in studio, riesce a esprimere, con musica e testi, una dimensione esistenziale comune. E ci tiene a farlo in maniera «cruda, libera e indipendente». Il lavoro non è associato ad alcuna etichetta ma prodotto da Fabio Demontis e Gianmarco Pia. Un modo di intendere la musica irrimediabilmente legato a una dimensione collettiva e capace di esprimersi solamente nel viaggio, nel processo della sua realizzazione. Dio è morto, sì, ma grazie a Dio esistono band come i Quercia.