Andrea Andrillo - Prolagus - - Canzoni e parole per resistere. per non morire - S'Ard Music - disco - Abba Editore - libro - Mauro Piredda - recensione - 2021 - Sa Scena - 17 febbraio 2021

Prolagus – Andrea Andrillo

Redazione Musica, recensioni

È un mammifero che non vuole andare incontro all’estinzione, il sardo entità umana, culturale e linguistica di Andrea Andrillo, cantastorie – come ama definirsi – arrivato alla sua terza fatica discografica.

Prolagus” (il mammifero sardo che, appunto, scorrazzava in questa terra nel quaternario) è un disco abbinato a un libro; tra le pagine, in aggiunta ai testi delle canzoni, presenti alcuni interventi che si collegano alle tematiche affrontate nelle 11 tracce.

Edito da S’ArdMusic e partorito sul finire del 2020, “Prolagus” supera di poco la mezz’ora, ma in questo breve/intenso, lèbiu/grai lasso di tempo concentra in modo ottimale una sentita fattura compositiva, strumentale e vocale. 

Il prevalente uso della lingua sarda, che ben si presta alle coordinate poetico-cantautorali del nostro, superando anche un certo modo di unire limba e sonos, è legato al concetto del ritorno alle radici: non solo e non tanto il ritorno del “Disterrau” (terza traccia) quanto la fine di essere “stràngiu in domu”. Arpeggi e plettrate vedono, spalmata qua e là sul disco, la preziosa compagnia di basso e contrabbasso, archi, elettronica e anche un Hammond (quest’ultimo presente nel singolo “Su chi est lébiu, si bolat”). Dubbi della vita («ita nd’at a abarrai») e certezze («s’amori chi provu est su chi m’at a salvai») danzano dialetticamente nella traccia d’apertura seguendo le linee melodiche del violoncello di Gianluca Pischedda e viaggiando sul tappeto di Silvano Lobina. L’immondezzaio cagliaritano che da il titolo alla canzone successiva (“Su Mundu Pau” che presta anche i botus de àliga “suonati” da Lobina) è invece la scusa per dire al mondo che non siamo tutti «colonizaus». 

La già citata “Disterrau” anticipa una poesia di Vincenzo Pisanu già «scolpita su una statua di pietra presso i binari della stazione ferroviaria di Cagliari». “Cun su tempus” non è l’unica canzone con parole altrui: “O Sardigna custa est s’ora” contiene versi «universalmente attributi ad Angelo Caria» (e cantati dai Kenze Neke); “Su Patriotu” (in omaggio a Frantziscu Cilloco) è scritta da Pier Franco Devias; “Las simples cosas” (una delle due tracce in spagnolo insieme a “Y ser como el mar”) è un brano argentino con versi di Tejada Gomez musicati da César Isella nei primi anni ‘70. Completano il disco “A baddai” con inserti in inglese («Dancing and singing as an act of love, love is resistence») e “Acanta tua” (con richiami alla celebre “Non potho reposare”). 

“Prolagus” è lui, il disco, quell’atto di resistenza appena citato. Andrillo ce lo propone a pandemia ancora in corso proponendosi ai suoi conterranei posti di fronte a un futuro tutto da scrivere. Canzoni e parole per resistere, per non morire, come leggiamo in copertina. E questa è la sintesi migliore.