Paolo Angeli – Nijar

Simone La CroceMusica, Recensioni

Il rapporto che da sempre lega Paolo Angeli e il macrocosmo iberico è un lungo intreccio di fili rossi, intessuti con punti e trame diverse, che si dipanano da tutti gli angoli della penisola e dalle sue le diverse anime sociali e culturali. D'altronde sia l'uomo che il musicista, con la curiosità che ne contraddistingue le anime, ne hanno vissuto profondamente le differenti aree geografiche e storiche. Durante la sua decennale permanenza, Paolo ha esplorato la dimensione urbana e rurale, le loro diverse multiculturalità, il teatro, la letteratura, il canto, ma soprattutto la musica e il flamenco nelle sue declinazioni – Camaron de la Isla e Paco de Lucia, ma anche Jorge Pardo, Rafael Velazquez, Enrique Morente, Rosalia e “tutti i cantaor, chitarristi, bailaoras e bailaor” incontrati negli anni.

Bodas de Sangre era già stata in parte riletta nel suo omonimo EP del 2020, dove ne rivisitava i primi 3 cuadri. In questo nuovo Nijar riprende l'opera di Lorca nel suo complesso, sia nel senso di totalità che in quello di articolazione. Il dramma, nel pieno rispetto della tradizione classica è suddiviso in tre atti – premessa, svolgimento, conclusione – a loro volta ripartiti su 7 scene: ne racconta in musica i fatti narrati, configurando il disco come una vera e propria colonna sonora in senso cinematografico del termine, seguendo il libretto, riprendendone la struttura e cantando parti dei testi.

Nijar è figlio delle session di Rade: benché concepiti nello stesso momento – quindi con tutte le affinità del caso – i due progetti si sono rivelati poi avere presupposti e obiettivi diversi, prendendo pertanto diverse destinazioni, ma mantenendo l'afflato post e la libertà compositiva. L'espediente narrativo è perfettamente congeniale all'impostazione musicale, sempre emotivamente mutevole, aderente al racconto, quasi fedele e volutamente plastica, contaminata di volta in volta dai riferimenti culturali da cui ha attinto, con il tocco leggero, ma sempre incisivo, che contraddistingue la sua produzione. Volutamente o no. Ma per Paolo Angeli i riferimenti sono spesso “solo” un punto di partenza, un abbrivio dal quale mettere insieme i pezzi del suo vissuto. Come un artigiano del riuso che dona nuova vita agli oggetti che raccatta per strada, rispettandone l'origine e trasponendoli nel presente. Un presente che è anche – spesso – dichiaratamente politico: “Proprio nelle scorse settimane a Nijar c'è stata la distruzione dell'accampamento dei migranti che in questa località svolgono un intenso lavoro nei campi, quasi in condizioni di schiavitù. E se Lorca vivesse oggi? Avrebbe tratto ispirazione dal dramma sentimentale o da un atto di razzismo e ingiustizia sociale?”.

Ma ancora una volta, ciò che meraviglia è la sempre nuova capacità di sintesi di Angeli, che, considerato il processo creativo che vede convergere un unico flusso musicale di tutto il materiale (umano, sociale, storico, culturale e musicale) assemblato nel tempo che precede la registrazione, fa strano definire compositore. E a sorprendere è proprio questo suo saper unire i puntini e trovare sempre un senso al loro stare insieme tra i solchi di un disco. Le melodie balcaniche (Cardos), quelle mediorientali (La Nana), la tradizione andalusa (Aljibe), il flamenco (Ramas De Sueños, A Federico), il canto liturgico (Monologo De La Luna) e quello d'amore (Nìjar), il noise (Jinete) e la psichedelia (Rama Oscura) si fondono in un unicuum narrativo senza frizioni, come se provenissero da un solo background, che poi è quello del musicista, filtrato dall'uomo.Magistrale, come sempre, il lavoro di Marti Jane Robertson, affiancata dallo stesso Paolo nell'editing e nel mixing, e fortemente connotativo anche quello di Emanuela Manuche Porceddu per l'artwork, che volutamente richiama l'iconografia spagnola, l'immaginario di Lorca e le cover di due pietre miliari del jazz di stampo iberico, come Olè di John Coltrane e Sketches of Spain di Davis.