

Intorno alla metà degli anni novanta un interessante – ma non imprevedibile – allineamento astrale ha portato alla convergenza le istanze di chi fino ad allora aveva battuto le terre dei rave, gli asfalti dell’hip-hop e i pavimenti lerci della belle èpoque dell’hardcore sconfinata poi nel grunge e nel punk rock. Interessante per tutta la musica che è uscita e continua a uscire, non imprevedibile perché alla fine quella propensione allo sfogo e alla catarsi si rivelò tratto comune di persone solo apparentemente lontane tra loro. Qualcuno aveva definito questa nuova attitudine Big Beat. Simon Reynolds, nel ‘98, all’interno di Energy Flash, aveva ovviamente fatto meglio, spiegando che la spinta arrivava da una necessità di «dimostrare che troppa musica elettronica è solenne e purista e, nello stesso tempo, depreda l’arsenale di effetti drug-tech di cui è ricca la cultura della musica da club.» E che tutto questo si traduceva in una formula che univa «crescendo, costruzioni, cadute, esplosioni, rullate che incitano la folla e suoni sibilanti che percorrono in lungo e in largo il panorama stereo.» Una combo destinata a incontrare il favore dei più. Da un lato perché in un periodo di settarismo musicale, sdoganava la musica elettronica anche per gli integralisti del rumore. Dall’altro, dava ai frequentatori dei dancehall la possibilità di ballare sopra i 120 bpm con una foga che mancava al loro know-how. Aggiungete un pizzico abbondante di paraculismo e il successo planetario era assicurato.
Marco Cherchi, musicista, compositore e produttore carlofortino di lungo corso (Nielsa, Moak, Wazoo), ha dato alle stampe Nudo, disco omonimo del suo nuovo progetto a cui sta molto stretta la taglia di EP. Lui stesso lo etichetta comeelectro rock electronic solo project e forse non si riconosce totalmente in quella genesi lì. Però è difficile credere che, anche per questioni prettamente anagrafiche, non abbia attraversato, come molti di noi, quel momento storico. La cifra del suo omonimo disco di esordio è proprio quella da manuale delineata da Reynolds. Caravan detta la linea del disco: intro a la Faithless, cassa che sale, synth acidi, chitarre stoppate con improbabili spunti progressive e ascesa che man mano snocciola tutto il campionario. Darmin e Mother declinano e approfondiscono il discorso, Fancy lo rallenta e concede respiro alla melodia. Skip the People – momento di riflessione su individualismo, isolamento e disuguaglianze – è forse la parentesi più raffinata del lavoro, con pattern di varia natura che intrecciano disco, glitch e synthwave. Poi Back the Door torna a pestare e Rush concede agli oltre quaranta minuti del disco la coda che merita.
Niente di incredibile o di inedito, sia chiaro. Le reference possono serenamente essere le stesse che hanno fatto la fortuna di Chemical Brothers, Prodigy e Propellerheads, ma, oltre all’azzardo riuscito del sempre rischioso revivalismo, Nudo ha anche altre frecce al suo arco. Non ultima il fatto che Marco non solo porterà il progetto dal vivo – cosa che peraltro già fa – ma che lo farà in solo, Strato, consolle, synth e pedali alla mano. E in un momento storico durante il quale i set sono tenacemente appannaggio di tropicalismi vari, robe afro-qualsiasicosa e sudamericanismi basta che sia, volendo potrebbe essere pure una buona notizia.La domanda, as usual, è: se ne sentiva il bisogno? Anche no, potrebbe rispondere chi oggi frequenta ancora i club e ne difende giustamente la sopravvivenza. Ma chi grazie a quei dischi illo tempore ha perso lo stigma della supremazia del rock sulla musica elettronica, aprendosi a suoni e sostanze fino a quel momento a lui precluse, oggi potrebbe dire di si. Anche se con un velo di imbarazzo misto a malinconia. E ce lo facciamo bastare per rendere un timido ma doveroso plauso a questo lavoro.
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