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Abbabula Festival
Nu Genea
Sassari, 23 luglio
6 Agosto 2026

Sono 28 le edizioni del festival Abbabula. Ciò vuol dire che la rassegna ha attraversato indenne gli ultimi scampoli di novecento, gli anni zero, gli – possiamo dirlo? – anonimi anni dieci, fino ad arrivare a questi anni venti che ai posteri l’arduo compito di definire: iniziato con una pandemia, proseguito tra guerre e genocidi, e chissà cosa ci riserverà la coda. Nonostante ciò, o forse proprio in forza di ciò, un decennio che ha riportato in auge le chitarre ritmiche, i bass synth, il charleston in levare e un’orgiastica voglia di ballare, sudare, e agitarsi. Il cartellone dell’edizione 2026 di Abbabula ha risposto bene a questa voglia: accanto al cantautorato di Silvestri, Cammariere, Ze Ibarra, facevano bella mostra Napoli Segreta, Il mago del gelato, il fenomeno del momento Tony Pitoni e Nu Genea.

Credits Riccardo Pinna

La serata conclusiva del 23 luglio ha visto protagonista il duo campano che, musicalmente, nasce a Berlino e si sposta poi in Sicilia, pescando influenze a ogni stazione. Il pubblico è arrivato lento e rilassato in una Piazza Università che si è mostrata nella sua veste più accogliente. Nonostante sia circondata da palazzi, l’atmosfera era ariosa e la calca non ha raggiunto livelli di fastidio. Allo stretching delle anche ci ha pensato Disco Bestiale che con un set ruffiano ha tenuto in caldo la groove addiction del pubblico.

Credits Riccardo Pinna

Intorno alle 21.30 il palco magicamente si è popolato. Quello che sulla carta è un duo diventa uno spettacolare ensamble di cantanti, coriste e musicisti. La piazza diventa come d’incanto una balera nella quale letteralmente nessuno riesce a stare fermo. La band campana conferma la sua pregiata attitudine nel coniugare, con gusto e stile, prerogative spesso in antitesi. C’è molta, tanta tecnica: basso e batteria producono ritmo in un connubio dionisiaco, le chitarre sono brillanti e precise nei riff e nella limpidezza del suono, i synth esplorano armonie che dal funky strizzano l’occhio al jazz e le cantanti, beh, che ve lo dico a fa’. C’è poi tanto groove, che dal palco si trasmette come una carica elettrica agli astanti. Ma oltre questi dettagli da riccardone c’è qualcos’altro che incarna la vera magia dei Nu Genea. Ammetto di averla percepita dalle prime note, ma di non averne subito colto la vera essenza. Memore di una loro intervista ho pensato ai bpm, perché come ebbero a dire «dai 120 bpm in su inizi a ballare con le mani in alto, mentre sui 103 balli più di bacino». Ma sebbene sotto il palco tutto sembrasse corroborare questa tesi, la chiave era un’altra. Poi alzando lo sguardo il palco, in direzione di Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, ho capito. Sorridevano, anzi ridevano, e con loro tutta la band. E quando il gruppo ride mentre suona, quando sul palco è evidente che ci si diverta, beh, si finisce inevitabilmente per contagiare anche chi sta sotto. 

Credits Riccardo Pinna

In questo mood di presobenismo, sono volate quasi due ore di concerto, durante le quali, oltre ai classici (possiamo già dire che Tienate’ e Ddoje Facce sono dei classici) è stato presentato l’ultimo People of the Moon. I Nu genea dopo Nuova Napoli e soprattutto Bar Mediterrano avrebbero potuto vivere di rendita riproponendo schemi, linguaggi e suggestioni già mostratisi vincenti. Invece coraggiosamente hanno scelto di «prendersi un momento per sé, un momento di riflessione, un momento di estraniamento dalla realtà, un momento in cui non siamo troppo vincolati alle nostre dinamiche terrestri e lasciamo la nostra mente vagare». Anche in live sono stati capaci di far emergere il sapore più riflessivo del loro ultimo sound, che pur mantenendo la leggerezza, la scialla’ tipica del progetto, sembra aver messo da parte la frivolezza dei lavori antecedenti. E sotto questa luce, anche la danza collettiva sotto il palco sassarese non è sembrata più solo un rito ludico, ma un’esigenza impellente di spensieratezza, cercata e agognata.

Credits Riccardo Pinna

Terminato il live, è tornato alla consolle Disco Bestiale a cui, se prima era toccato lo stretching, in chiusura è stato affidato il compito del defaticamento finale. La gente ha iniziato a defluire fermandosi per l’ultimo campari o per l’ultima birretta, senza mai realmente smettere di ciondolare. Quindi lunga vita ad Abbabula, brave le Ragazze Terribili a intercettare i bisogni artistici di un pubblico sempre più affamato e sempre più esigente, e brava Sassari a offrire momenti così alti in pieno centro città.