Sa Scena


Memory of Sho
Out of This Sun, Into This Shadow
Di Claudio Loi
Memory of Sho, è un progetto musicale che fa capo a Sara Cappai e Gianmarco Cireddu, che, quando prese forma, poteva sembrare una semplice ramificazione dei Diverting Duo, una vacanza premio per riprendere fiato. In realtà, a distanza di qualche anno dall’esordio, questa gemmazione appare come qualcosa di più stabile e duraturo tanto da rimettere in discussione la prima impressione. I Diverting Duo ci hanno lasciato tanti bei ricordi, opere di raffinata ricerca sonora che a un certo punto sembravano l’anello di congiunzione tra lo slowcore dei LOW e il dream pop dei Beach House, formazioni con le quali hanno da sempre condiviso il gusto per la dissolvenza dei suoni, il dilatarsi delle emozioni e persino la stessa struttura anagrafica. Poi sono arrivati alcuni progetti paralleli come Ramplingg, Santamorina e Artificial Bride giusto a scombinare le carte e fornire nuovi sprazzi di suono. Ci sta e fa parte del gioco, in un contesto che ricalca la liquidità dei nostri tempi, il mutare delle cose, la sacrosanta voglia di ripensare e ampliare il proprio spettro acustico.
In questa attitudine a essere sempre in movimento ecco apparire il nuovo album che aggiunge qualcosa di nuovo alla storia di questo duo. Se il precedente album Life At The Seaside del 2021 (di cui si è parlato anche su queste pagine) era dark ambient abbastanza in sintonia con gli stilemi del genere e una certa cura della parte ritmica, in questo nuovo step il suono è ancor più rarefatto e limaccioso, più oscuro e perturbante tanto da trasmettere un senso di profonda inquietudine, ansia, tormenti di varia natura e spettri che riaffiorano dal nostro inconscio. Uno stato di sospensione sensoriale che sembra essere un velato richiamo a quella diaspora esistenziale che Derrida si divertì a chiamare Hauntology, poi ripresa da Mark Fisher e Simon Reynolds per identificare un tipo di approccio alla materia musicale che evoca fantasmi del passato, nevrosi mai risolte e un forte senso di spaesamento e vertigine. Così anche nel nuovo lavoro dei MOS tutto appare sospeso e irrisolto, una straniante apnea sensoriale ci avvolge e si disperde in un vuoto cosmico indefinito e spaventoso. Il concetto di tempo perde le sue connotazioni logiche e diventa una massa difficile da misurare, un labirinto immaginario che va oltre gli schemi della logica che siamo soliti abitare.
Altra peculiarità di questo nuovo disco è il ruolo preponderante della voce di Sara Cappai che, più o meno trasfigurata e manomessa, diventa la protagonista assoluta di queste composizioni. Una scelta che rende questo lavoro più organico rispetto ai precedenti, forse meno dipendente dalle macchine con un approccio di pura ecologia sonora. Una plausibile e inedita forma di spoken word che si adagia su inquietanti bordoni elettronici, ben sostenuta dal gran lavoro di Gianmarco Cireddu, perfetto nel valorizzare le scie chimiche della vocalist. Affiorano per incanto i fantasmi di Nico – soprattutto in Brada, plumbea traccia che apre il disco – le sperimentazioni di Meredith Monk, le urla sotto narcosi di Diamanda Galas e tanti altri ascolti che vengono evocati e tornano in vita.
Da segnalare inoltre il coraggioso utilizzo della lingua italiana in alcune tracce, cosa non sempre rintracciabile in queste latitudini sonore, nelle quali si preferisce il ricorso ad altri idiomi forse più facili da controllare in rapporto al suono. Una scelta che valorizza il senso e la parola e rimanda a seminali esperimenti del primo prog italiano, ai primi dischi di Franco Battiato, di Sorrenti, di chi tanti anni fa ha cercato di affrancarsi dal pesante provincialismo della nostra musica e spostarsi verso altri pianeti, seppur artificiali.
Il disco si chiude con Oggi, Domani, una lunga e sfibrata cavalcata noise che forse anticipa quello che sarà il futuro di questo progetto: elettronica distopica, stati di agitazione psichica, paura dell’ignoto e un futuro che non sembra più così affascinante. Emergono in questo straziante finale voci lontane, forse richieste di aiuto che sembrano appartenere a remote presenze, a quegli spettri di cui si parlava prima. Potrebbe essere il modo giusto per rappresentare questo presente sempre più lacerato e riflettere su quanto ci stiamo allontanando dal sole verso l’oscurità più terribile.Meritevole di una menzione finale è la preziosa presenza di Simon Balestrazzi, che ha messo a disposizione il proprio spazio fisico e mentale (NeuroHabitat) oltre alla sua immensa esperienza, quella di Nicola Mr. Moka Porceddu in fase di masterizzazione e la bella immagine di Laura Farneti per la copertina. In attesa di una release fisica che sarebbe cosa estremamente gradita nell’auspicio di tempi migliori.