Meigama – Mauro Palmas & Francesco Medda

Simone La Croce Musica, Recensioni

Meigama è il termine con cui nella variante campidanese si indica il primo pomeriggio, utilizzato, anche, per rappresentarne sia la calura dei mesi estivi, sia i momenti di riposo che si è soliti fare in quelle ore. Meigama rappresenta in qualche modo un mood, un’atmosfera, una condizione che arriva con l’abbiocco post-prandiale e il frinire delle cicale, durante la quale caldo, silenzio e noia consentono – e talvolta impongono – uno stacco dai ritmi del quotidiano contro il logorio della vita moderna, per dirla alla Calindri. Mauro Palmas e Francesco Arrogalla Medda, che da anni collaborano e portano in giro un anomalo intreccio tra musica acustica “tradizionale”, elettronica e sonorizzazioni ambientali, hanno scelto di rappresentare questo mood all’interno del loro primo lavoro ufficiale. Nel titolo e nella sostanza. 

Palmas, esperto suonatore di strumenti a corda (nel disco al liuto cantabile, alla mandola e al mandoloncello), in Meigama rievoca le melodie, i balli e le atmosfere tipicamente mediterranee che da sempre fanno parte del suo background, tenendo a precisare che il disco è un “incontro di due forme diverse di composizione. La prima più tradizionale […] con strumenti temperati e con una visione che parte dalla Sardegna per spaziare nelle forme più svariate della musica acustica mediterranea. La seconda, un concetto di suono totalmente diverso”. La seconda è quella plasmata dalle mani di Arrogalla che, con il suo lavoro di mix e dubbing, ne enfatizza la matrice più viscerale, legata a tempi e luoghi, con le loro lentezze, i loro ritmi e i sottofondi che la accompagnano. Trame che non si limitano a mero tappeto sonoro o a tessitura ritmica dei brani, ma che costituiscono i fili stessi del tessuto con cui è stato intrecciato tutto il disco. Una presenza forte e discreta insieme che contribuisce a definire le atmosfere di cui il disco vuole farsi portatore. È forte negli strati celtici di Torra, nei battiti di Minore, nella “pizzica campidanesa” di Noti de incantu, nelle percussioni e negli echi del mare di Bentu saliu. Ed è discreta nei rintocchi di Lugori, nei bordoni processionari di Dromi, nel dub di Campuomu, nella risacca tunisina di Kélibia, punto di partenza delle rotte migratorie dall’Africa, campionata in Requiem.

Se il risultato non osa troppo sul versante della sperimentazione è proprio per il lavoro fatto sulla compresenza delle due forme compositive, con una speciale attenzione a “fare in modo che le cose suonino bene”, come dice lo stesso Medda, e a “utilizzare gli accostamenti più fantasiosi e più pazzi per ottenere dei risultati che rispettassero alcuni canoni tradizionali”. In questo senso Meigama ha centrato il bersaglio, inserendosi a pieno titolo in quel filone della ricerca di possibili spazi di convivenza tra musiche tradizionali – o per consuetudine ritenute tali – e terreni di sperimentazione in qualche modo più arditi, come quello della musica elettro-acustica, nel difficile tentativo di tenere in vita il repertorio storico e, al contempo, garantirne la contemporaneità. Come peraltro si cerca di fare in tante altre parti del mondo, uscendo dai “canoni” world e orientando quegli sforzi verso sfere più attive, prolifiche e, soprattutto, attuali. Uno dei pochi ambiti in cui è ancora possibile dire la nostra, trovando chiavi di lettura – e quindi di proposta – nuove e che consentano di esprimere soluzioni in qualche modo inedite. 

Valori aggiunti e non certo secondari del lavoro svolto, sono la grafica di Rinaldo Crespi e Luca Spano, che riprendono il packaging del disco in bucchero nero – tecnica ceramica risalente al prenuragico – realizzata da Giampaolo Mameli, e la produzione a firma Meigama, omonimo team di Altrove Agenzia Creativa di Luca Zoccheddu.