Motel Quarantena – Mario Antonio Nardi

Federico Murzi Musica, Recensioni

Tutti hanno vissuto il lockdown e molti hanno provato a raccontarlo. Mario Antonio Nardi c’è riuscito mettendo in equilibrio plastico notti bianche, idiosincrasie quotidiane, rumori silenziosi e silenzi assordanti dentro le dodici tracce di Motel Quarantena.

Il disco è nato in casa durante l’ormai famigerato 2020. Nardi lo ha scritto, mixato e registrato «con strumentazione low fi», affidando il mastering a Giuseppe Aledda e la produzione a Luca Zocchedu (Altrove Agenzia Creativa | Meigama). 

Il frutto di questi mesi è un LP estremamente stratificato dove convivono sintetizzatori, chitarre elettriche desertiche, bassi pulsanti, batterie muscolari e un’intenzione indie anni  zero (circa). Insomma: le coordinate sono molteplici e delineano il profilo di un musicista vorace, formatosi tanto sulla psichedelia di Marc Bolan che su IOSONOUNCANE, tanto sullo strumming solitario di Elliott Smith che sul muro di suono targato BRMC

Vocalmente è difficile accostare Nardi a qualcuno. Dovendo azzardare un paragone lo piazzeremmo in una via di mezzo fra Max Gazzé (Odissea) e Niccolò Contessa (Burrasca). Certamente il suo è un cantato che lascia il segno (anche su lui stesso: abituato a cantare in inglese, ci dice chiaramente che «Cantare in italiano mi ha regalato emozioni fotoniche»). 

L’ascolto di Motel Quarantena ci porta su un ottovolante stroboscopico sospeso tra l’ebbrezza frenetica e la pensosità lacerante e affilata. Un gioco possibile grazie alla penna dell’autore: icastica e dissacrante, sembra guardare per certi versi  agli Afterhours di Hai paura del buio?, ma l’assenza di manierismo e la personalità della scrittura è tale che qualsiasi paragone porterebbe fuori strada. È quindi possibile che nello stesso album coesistano l’attitudine da dancefloor di Martin Scorsese e il pop terzinato di Conversazioni demenziali, la coda lisergica  di Biscotti e Marmellata e l’intro “simil-sitar” di Icaro ipnotico (che rimanda ai Beatles di Rubber Soul e post). E, a chiusura del disco, la malinconia di La fine di tutto, vero e proprio gioiello sorretto da un’esecuzione chitarra e voce ad accompagnare una melodia e una scrittura di alto livello. 

Mai come in questo caso è giusto dire che le canzoni sono bozzetti di vita: lo stesso Nardi descrive l’LP come “la polaroid di un periodo”. E una bella polaroid può avere tanti particolari differenti che sembrano cozzare fra loro ma che, alla fine, la rendono perfettamente armonica e riconoscibilissima fra mille altre.