C’è stato un tempo in cui per molti adolescenti suonare in una band era uno scopo di vita. Si faceva a gara a chi riusciva a stare su un qualsiasi palco, a chi riusciva a suonare più pezzi e a chi aveva meno talento per scriverli. Un tempo in cui i paesi, più che le città, brulicavano di musicisti che suonavano con strumenti di fortuna, in spazi scalcinati, senza attrezzatura e per i quali poter disporre di una saletta o di uno studio di registrazione era più una chimera che una speranza. Quel tempo è finito da un pezzo e occorre darne atto, tanto per onestà intellettuale, quanto per non sembrare nostalgici, che fa brutto.
In un tessuto musicale dove gli ultratrentenni – a voler essere buoni – dettano legge da troppo tempo, in termini di numeri e produzioni, scoprire che nell’anno domini 2026 quattro ragazzi di Sassari, età compresa tra i sedici e i vent’anni, decidono prendere in mano degli strumenti, scrivere dei pezzi punk-rock-alternative o quello che è, registrare un disco e farlo bene, suona come una buona notizia. E fa anche scivolare una lacrimuccia sul viso, con buona pace di anti e filo-nostalgici. I ragazzi in questione sono Renato Marchisio, Davide Dore, Jacopo Sale e Luca Pintus e la formazione, battezzata Mad-Dog, è quella canonica – doppia chitarra, voce, basso e batteria. Il loro disco d’esordio si intitola Shame On Youth, così, giusto per ricordare quanto gli adolescenti, oggi più che mai, nella scala della considerazione sociale, stiano subito sotto le friggitrici ad aria. La trafila è sempre quella di trent’anni fa, ma molto più rapida: gavetta come cover band di gruppi di trent’anni fa, i primi tentativi di scrittura, qualche brano e in meno di due anni il disco è fuori. Anche perché l’hanno registrato, mixato e masterizzato in casa. Come probabilmente qualcuno faceva anche trent’anni fa. Esaustivo e ben più rappresentativo delle parole il making of che li vede provare, cazzeggiare e canticchiare gli Oasis nella stanza adibita a saletta. L’effetto VHS, voluto o no, trarrebbe in inganno chiunque.
In Shame On Youth hanno riversato nove brani, probabilmente le take migliori, che loro vedono come indie-rock e che, appunto, di codificato e coerente hanno ben poco. Alcuni pezzi sembrano uscire direttamente dalla mano e dalla bocca dell’Alex Turner più grintoso dei primi anni (Screw It, With Me, Against Me). Altri paiono invece attingere dal marasma del punk rock italico che a cavallo tra i due millenni ha recepito tardivamente, e a modo suo, l’ondata partita dalla West Coast una decina di anni prima (Ti prego, Falling Back). Roba di cui in realtà non si sentiva l’esigenza allora, ma a cui oggi, visti i tempi che corrono, non si può che guardare con una certa saudade. Altri ancora da un pastone melodico di cose molto distanti il cui punto di incontro forse giustifica quella visione di sé stessi indie e rock che hanno tenuto ad appiopparsi (Sigaretta, Never Going Back To You, Pity). Tutto molto candido, generoso, approssimativo e ammirevole in egual misura. I Mad-Dog non sono gli unici giovanissimi sassaresi che, invece di accodarsi al resto dei coetanei, hanno deciso di farsi venire i calli alle mani imbracciando gli strumenti. Ci sono anche i Nivra, usciti di recente con il loro primo, buon disco, Rena. E i Post-Coital Tristesse, che con il loro primo EP Little Star, hanno subito attirato su di loro le attenzioni di Here I Stay. O i Daerke, di cui non si sa ancora molto, ma il cui screamo farà presto parlare di sé. Ai cagliaritani non farà piacere riconoscerlo, ma l’humus turritano sembra confermarsi più fecondo di quello del capoluogo. Difficile dire se il merito sia da attribuire a una più aperta commistione tra generazioni o a una maggiore fame di quelle più giovani. Fatto sta che così è e onore al merito di riprendersi un palcoscenico che, da che mondo e mondo, spetta loro di diritto.
