A Gash With Sharp Teeth and Other Tales – Loose Sutures

Luca Garau Musica, Recensioni

And what costume shall the poor girl wear?” Se l’incipit del disco sembra chiedere implicitamente questo, la risposta è presto detta. Una veste doom e stoner, da indossare surfando su quell’onda che dai Black Sabbath porta ai Red Fang con fermate che toccano l’estetica psycho garage dei 60’s.

I Loose Sutures in A Gash With Sharp Teeth and Other Tales sono tutto ciò. Se già dall’esordio era chiaro quale fosse l’intenzione, con quest’ultima prova non ci sono più dubbi.

Il nuovo album viene concepito in un night club occupato, nella primavera 2020. Tra avvicendamenti e vicissitudini si arriva al marzo 2021, quando i quattro sassaresi si chiudono presso l’RKS di Alfredo Carboni per registrare.

La caratteristica che prima di tutte le altre salta all’orecchio è l’uniformità di atmosfera che aleggia costante per tutta la scaletta. Una coltre creepy che, complici il tremolo e i riverberi a molla, piacevolmente smorza la spavalderia dei fuzz. Non a caso i Loose Sutures definiscono il disco come “un tuffo nelle più oscure passioni e in tutto ciò che di più osceno e perverso si nasconde nell’animo umano”.

Al suo interno, la tracklist spazia toccando tutti i punti dello stile: dalla psichedelia che apre e chiude il disco, alla martellante ossessività della parte centrale. La maggiore attenzione alle ritmiche di basso e batteria, come dichiarato dagli stessi membri della band, è effettivamente apprezzabile, ma c’è spazio per i lunghi soli e le improvvisazioni al limite del lisergico, marchio di fabbrica del genere. Ah, nel mezzo si trova una “Black Lips”: troppo esplicita per essere casuale?

Con quest’ultima uscita, la Electric Valley Records si conferma un punto di riferimento per la scena desertofila e prosegue il suo ammirevole lavoro di valorizzazione e promozione delle più ruvide eccellenze locali.

E A Gash With Sharp Teeth and Other Tales è l’ennesima prova che clipping e onde quadre sono di casa in Sardegna. Sarà forse il tramonto di Porto Ferro, o le dune di Piscinas – non a caso cornice, quando i tempi lo permettevano e lo ripermetteranno, del famigerato DunaJam – ma oramai le Desert Session a Joshua Tree ce spicciano casa”!