Liminal – Safir Nou

Federico Murzi Musica, Recensioni

In qualche modo, forse, le idee di “limite” e di “post-rock” sono sempre state intrecciate. Da un lato perché il genere di Tortoise & co. ha spinto le modalità compositive oltre le soglie dello schema classico; dall’altro perché non si è mai ben capito cosa sia il post-rock, tanto che sotto questa etichetta sono andati a convivere gruppi ed esperienze estremamente eterogenee. 

Liminal (Seahorse Recordings) di Safir Nou è un ottimo esempio sia di sperimentazione compositiva che di difficile etichettatura. Quello della band nata nel 2017 dalla mente (e dalle mani) del chitarrista-fisarmonicista di Musei Antonio Firinu non è semplicemente un album, ma un racconto che si snoda attraverso due dischi di sei tracce ciascuno e trova una propria specificità narrativa su più livelli, tanto nei singoli brani che nei dischi e nell’Lp. Un disco corale, verrebbe da dire, vista anche la mole di materiale umano che ci ha lavorato: dall’ensemble vero e proprio (Antonio Firinu: chitarra classica, acustica e elettrica, fisarmonica, synth, composizioni; Ivana Busu: synth, elettronica, fisarmonica; Sergio Tifu: violino; Andrea Lai: basso elettrico e contrabbasso; Antonio Pinna: batteria) all’ideatore dell’artwork Alberto Spada, passando per William Cuccu che ha registrato, mixato e masterizzato il tutto, senza tralasciare i numerosi ospiti che hanno suonato violoncello, Rhodes, kalimba e quanto altro ha contribuito a rendere ricchissimo il tessuto sonoro di Liminal.

Waves, il primo disco, ci porta dritti al centro di un costante dialogo, ora disteso ora asfittico, fra chitarra acustica, sintetizzatori e archi. Un po’ Bark Psychosis (Port X) e un po’ progressive (i tempi irregolari di Escape), momenti di uptempo danzereccio (Shine) e di grande grazia compositiva malinconica: uno su tutti, Almost home, con il suo appassionato vibrafono (suonato da uno degli ospiti del disco, Marco Caredda).

La seconda facciata, Sands, è pervasa di quella che definiremmo “world music” (i dialoghi fra chitarra e kemenche di The way to Lampedusa potrebbero ricordare alcuni episodi di Creuza de mä) e, nello specifico, di musica tradizionale Tuareg. Desert walk, la opening-track, si articola fra atmosfere ipnotiche, chitarre elettriche tese e la kalimba di Marco Pittau (altra special guest). Quello che colpisce, in questo disco come nel primo, è l’attenzione alla stratificazione sonora e alla cura dei dettagli: l’organo Rhodes che entra per dare corpo al tutto (Arenas e il finale concitato di Hotel Tindouf). Sandstorm è un crescendo di chitarra su un tappeto di synth, al limite del noise e della psichedelia: una vera perla. 

Safir Nou è alla sua seconda prova discografica di lungo respiro, dopo Groundless (2016, La bèl netlabel): centro pieno. Con un disco che richiede, per la sua speciosità narrativa e complessità, un ascolto attento e partecipe. Onore al merito, al metodo e al (gran bel) risultato.