Legion – Grin in Fear

Marco Cherchi Musica, Recensioni

Il 2021 è anche l’anno in cui sembra più facile, per i metallari proietti inesorabilmente agli “-anta”, sentirsi più vecchi: venticinque anni suonati da The Gallery (Dark Tranquillity) e Slaughter of the Soul (At the Gates), e quasi trenta da Heartwork (Carcass), fino a pagina due del bignami del melodic death metal contemporaneo.  

A conforto, alcune chicche recentissime di formazioni non proprio di primo pelo: Violence Unimaged dei Cannibal Corpse (2021), quindicesimo album all’attivo, e Trohes of Joy dei Napalm Death (2020), sedicesima fatica per i britannici. Gli ultimi a unirsi alla festa, i redivivi Carcass e At The Gates, giunti entrambi al settimo sigillo. Lo avevamo detto timidamente (qui), ma possiamo alzar la voce quando si parla di death metal, grind, brutal o melodic che sia: a giudicare dal risultato, pagine ispiratissime di questo intramontabile racconto scandito dalla doppia cassa devono ancora essere scritte.

Accostare la parola debutto ai cagliaritani Grin in Fear offrirebbe su un piatto d’argento l’occasione per frenare certi amarcord da metalheads con la maglia della salute, ma sarebbe come dare del novellino a Tom Araya. Non si renderebbe giustizia all’epopea di cinque componenti navigati che hanno lasciato impronte su diversi palchi (Blind Horizon, Holy Martir, Irreverence), per ritrovarsi a Cagliari alla fine/inizio del viaggio. Inutile girarci intorno: qua abbiamo tanto di quel repertorio, e di ottima fattura, da farne una masterclass

E proprio dalla formazione è bene partire con l’analisi sottolineando, orgogliosamente, la folta presenza al femminile in prima linea (voce, chitarra, basso), vessillo che mancava da tempo sui palchi del metallo pesante made in Sardegna

Per chi dovrà attendere un’altra estate prima di ricacciar fuori borchie e anfibi da esibire sotto il palco del Rock and Bol, Legion è un soffio artico al vostro cuore nero, un cotillon inatteso a un anno dal bel Trimurti dei Drought (leggi qui).

I sette brani di Legion hanno il pregio di seguirsi senza troppe presentazioni, immediati nel riflettere l’amalgama della band. Nota romantica – mi si conceda licenza – per Brainwashed, col carillon che ricorda tanto il carretto dei gelati guidato da Ozzy in Loco (Coal Chamber) e l’intro di Dead Bodies Everywhere (Korn): quanto basta per una lacrima nostalgica, subito asciugata da uno schiaffone vestito da riff e da un’altra partenza in blasting con rincorsa e doppio avvitamento. 

Nel complesso i pezzi sono ben articolati e sostenuti qualitativamente da una tecnica tirata a lustro, ma senza che prevalga mai la voglia di strafare, di cercare funambolismi. C’è della maestria anche in questo, ciò che un allenatore, in gergo, definirebbe “giocare semplice“. 

Il timbro dark del disco non sfuma mai d’intensità, esaltato dalla voce possente di Sara Mei che, dal suo ingresso in scena, riesce a strappare il primo piano, cedendolo solo agli assoli e alle armonizzazioni a due (Ambra Deagostini, Eros Melis).

A voler alzare le aspettative, gioverebbero dei cambi di direzione ancora più decisi nella narrativa dei GIF. Il giocare con la manopola dei ritmi e con i reprise, o con l’acustico – perché no? –, per dare fiato e varietà, seppur se ne ritrovino assaggi evidenti già in Legion e, più avanti, in Be your God e Nocturnal Panic, questi ultimi a braccetto con interessanti espedienti groove/trash. Il tutto mantenendo la tensione esasperata tra i pezzi, un ottimo marchio di fabbrica dei nostri. 

Prova superata anche lato produzione, esportata, come da tradizione, in Germania: una scelta che di certo ha premiato la resa finale in cuffia. L’asticella sul lungo tratto saprà calibrarsi sulla capacità dei GIF di commistionarsi con le influenze che il genere non lesina a suggerire e, naturalmente, di far terra bruciata intorno al palco alla prova dei live. 

Per ora buona, anzi, buonissima la prima e bentornati in Sardegna.