Copertina del disco omonimo dei Kre'u

Kre’u

Mauro PireddaMusica, Recensioni

In principio era l'annuncio. E un paio di pregiudizi da parte di chi scrive sul dress code orbacico alla Barritas e sulle scelte ortografiche adottate, ultradiacritiche e differenzialiste. Poi venne l'anteprima di marzo con A sos antigos a consegnare una giusta dose di curiosità. Ed è proprio con questo istinto che l'omonimo album dei Kre^u è stato ascoltato e riascoltato in anteprima per cercare di capire cosa poteva dirci e darci un disco di black metal in sardo nel 2023. Un disco che si sta facendo attendere dallo scorso autunno e che uscirà solo tra pochi giorni.

Al tasto play, però, è sorto un nuovo dubbio. Quanto è opportuno mettere come prima traccia 9 minuti di spoken atmosferico? La poesia recitata, che dà il nome al pezzo, è tra quelle che gli amanti del verso in sardo devono conoscere a menadito: stiamo parlando di “Dae una losa ismentigada”, componimento che chi scrive lo considera al pari del “Canto dell'odio” di Stecchetti (ri-proviamo a leggerle una dopo l'altra). Ma davvero, 9 minuti sono troppi. E quindi?

E quindi un motivo ci sarà se l'omonimo album dei barbaricini ha superato il crash test per finire tra i dischi della settimana. Le successive tracce, compreso il singolo già citato, sono un ottimo condensato di metallo oscuro made in Sardinia. È inevitabile citare i venti provenienti dal nord Europa; ma si tratta di venti che, una volta arrivati sull'isola, soffiano un po' a sa moda issoro e preferiscono carezzare le fronde delle querce (de sos chercos, crecos, cre'os) piuttosto che la pale dei parchi eolici.

Le muse ispiratrici citate sono Fenriz e Nocturno Culto, il re diamante danese, Cronos e compagni, Quorthon e i Bathory, insomma, dal proto-black al true norwegian; ma anche il già citato Mereu, Bore Poddighe (chi non conosce Sa mundana cummèdia?), i mutos di Sebastiano Satta e l'immaginario banditesco. Il tutto ben sintetizzato dalla posa in copertina della Madre dell'ucciso di Francesco Ciusa.

Il rischio di fossilizzarsi su alcuni concept è alto, come in tutte le produzioni settoriali, del resto. Ma qui ci sono forti possibilità che possa forgiarsi, sviluppandosi in seguito, un barbarian sound ben riconoscibile nel panorama black. I punti di forza sono rappresentati dalla componente vocale aspra ma scandita di Ignazio Cuga (né del tutto growl, né del tutto scream, ma non oseremmo dire pulita) che ci consegna dei testi chiari con una fonetica barbaricina in libera emersione, in libera essida a campu (o a ^ampu, come scriverebbe lui)

Non solo. Le trame chitarristiche articolate e le linee melodiche dei pezzi ben si sposano con un drumming marziale (non sempre blast beats, anzi) e con la componente corale sarda: componente che a volte prende a piene mani dal non sense make sense dell'accompagnamento bim-boo a tenore (si vedano la già conosciuta A sos antigos e la precedente traccia Notturnu, niente di spiaccicato sopra ma ben radicato nella struttura composta); e che altre volte prende spunto dalla più “recente” polifonia nuorese (Sa morte ‘e su pastore ne è un chiaro esempio con i versi finali «Nòis sònnabàmos a^éntese ^àmpidànos, ‘ìnca s'Ivérru non ghéttad a tzùcru sas mànos de Arregòre. ^òmo k'ést tàrdu po pàsser Labòres e ^àmpos, ést a dromìre, sùtta e su Nìve»).

Ebbia su sambene e A palas non torred, le cui percussioni spedite di Nicola Piras sono anticipate da frammenti di perquisizioni e processioni, chiudono un album che entra a pieno titolo negli archivi del metallo sardo. L'esperimento in sé non è una novità. In altre lande c'è già chi ha unito il black con musiche e lingue locali: pensiamo agli storici Inchiuvatu siciliani o ai più recenti Scuorn partenopei. Ma anche qui abbiamo bisogno de su connotu. Che è comunque più vasto di quanto si possa immaginare.