Copertina di Observer Paradox di Joshburger

Joshburger – Observer Paradox

Claudio LoiMusica, Recensioni

Observer Paradox è il nuovo album di (al secolo Joshua Terranova) che è stato presentato al Teatro Intrepidi Monelli di Cagliari il 17 giugno del 2023 insieme a Gabriele Serra al basso elettrico e Stefano Zito alla batteria e il supporto in alcune composizioni del violino di Simone Soro e di Nicola Zedda alla chitarra acustica. Joshburger ha quindi presentato il suo nuovo album con un approccio molto naïf, scanzonato, ai confini del low-fi, dal tono amichevole e familiare anche se dietro questa apparente sicurezza traspare una buona dose di emozione e ansia di prestazione. Ma lui è fatto così: gli piace divertirsi e non prendersi troppo sul serio e il concerto travalica le consuete dinamiche dello spettacolo e sembra di assistere a un soundcheck che non finisce mai, a una sorta di work in progress in cui tutto appare più intimo e discorsivo. E alla fine questa cosa funziona e diverte ed è giusto qualche volta abbattere i muri che separano il pubblico dall'artista, l'uomo dalla sua rappresentazione. Una situazione che è funzionale al messaggio che si vuole veicolare soprattutto quando ti apri al mondo e ti concedi al pubblico senza rete e protezioni. La giovane età e un'esperienza ancora da maturare fanno il resto.

Poi ascolti il nuovo disco e capisci che oltre quell'apparente naïveté si nasconde un artista maturo e consapevole, attento alle composizioni, ai suoni e ai particolari e si intuisce quanto lavoro ci sia dentro un disco e quante verità nascondano quelle canzoni. Un salto in avanti notevole rispetto al precedente album Mosaic uscito circa tre anni fa quando Joshburger aveva più o meno vent'anni e provava a mettere insieme rock, stoner, elettronica e altre deviazioni sonore prese in prestito dalla scena glam, glitter e cose del genere. Quel primo disco era la chiara rappresentazione di un'anima in subbuglio, di idee e intuizioni ancora da definire e di un suono eclettico e piuttosto caotico. Si avvertiva la presenza di una tempesta ormonale difficile da controllare e di energie creative da convogliare nella giusta direzione.

Observer Paradox in parte ha stemperato l'irruenza del primo disco e appare come opera più matura, ponderata e con una progettualità di fondo ben studiata anche se mantiene intatta la personalità e la cifra stilistica di Joshua. Anche in questo caso si pesca a piene mani dall'estetica dei lontani seventies in una via crucis emozionale che – giusto per fare qualche nome – ricorda le esuberanze estetiche del primo Alice Cooper per arrivare a certe leziosità new-pop care a uno strano personaggio come Ariel Pink, passando per la visione laterale e obliqua di un underdog come Todd Rundgren. Il tutto arricchito da una buona dose di desert rock per dare la giusta sapidità al piatto e un tocco di contemporaneità. Umori che arrivano da lontano, dall'Inghilterra, dagli States, ma anche dal prog italiano più metafisico e da stati di coscienza alterati che sono la materia prima dello stoner. Arriva dagli anni Settanta anche il ripescaggio di quella strana categoria dello spirito che si chiama Concept Album che è stata quasi un'ossessione per tutta la scena prog e che in alcuni periodi era quasi una tappa obbligata.

Observer Paradox si inserisce alla perfezione in questo scenario quasi vintage e si presenta come un racconto coeso e suddiviso in più parti che hanno come leit motiv le vicissitudini di un giovane alla ricerca di un'identità o meglio alla rinuncia di quella identità che spesso ti viene assegnata di default. Il paradosso dell'osservatore che, nelle scienze sociali “è una situazione in cui il fenomeno osservato è inconsapevolmente influenzato dalla presenza dell'osservatore/investigatore” (Grazie Wiki!), ci porta a riflettere su quelle che sono le gabbie sociali, sulle imposizioni culturali che strutture come famiglia, scuola, società tendono a edificare intorno a noi. Sono riflessioni che hanno una forte connotazione autobiografica e di questo Joshua ne è ben cosciente e naviga placido in questo mare di incertezze, di fluida appartenenza a un genere con la speranza di riuscire a vivere in libertà, senza doversi difendere da pregiudizi e facili sentenze. Il rischio di questi struggimenti potrebbe essere quello di chiudersi in un mondo autocostruito, che protegge, ma isola, di assumere atteggiamenti solipsistici che fanno tanto spleen e turbamento adolescenziale, ma che nascondono insidie assai pericolose. L'occhio chiuso stilizzato nella copertina del disco rimanda a una situazione di autoisolamento, “l'inabissamento nell'io, la fantasticazione sognante che prende il sopravvento sulla realtà” per usare le parole di Joshua.

Joshburger con questo nuovo album si apre al mondo e ci accoglie nel suo studio, nel suo spazio intimo, ci rende partecipi di emozioni personali, apre le porte della percezione come fecero i Doors passando per Aldous Huxley e William Blake. E pazienza se non tutto è a fuoco, se l'irruenza giovanile talvolta prende il sopravvento sulla ragione e la logica. Anzi è proprio questa libertà, questa grande confusione creativa a rendere Joshburger un artista sincero e appassionato da seguire con attenzione.